I libri Effigi su Manciano, Pitigliano, Sorano.

Maremma in FEZ. Lo squadrismo in provincia di Grosseto nel biennio 1921-1922

1 Dino Perrone Compagni

Dino Perrone Compagni leader dei fascisti toscani

Fino ai primi mesi del 1921, se si fa eccezione di una prima “visita” a Grosseto capoluogo, di cui diede notizia il giornale “Etruria Nuova” nel novembre del 1920, peraltro prendendo sottogamba l’evento[1], i fascisti forestieri non avevano fatto la loro comparsa in provincia di Grosseto, dove il primo fascio di combattimento era stato fondato a Ravi di Gavorrano il 5 di gennaio, dal capitano in servizio attivo permanente Umberto Maino. Non erano mancate, tuttavia, alcune violenze da parte delle prime squadre fasciste maremmane, o di simpatizzanti del movimento mussoliniano. A Sorano, ad esempio, era stato aggredito e accoltellato il prosindaco socialista del comune, Crispino Lombardi, vittima di un’imboscata il 30 dicembre 1920, alla quale parteciparono quattro individui, due dei quali risulteranno squadristi della frazione di San Quirico. Forse non fu il primo episodio di violenza, ma certamente il più importante, perché per la prima volta si colpiva un amministratore, peraltro persona molto conosciuta e stimata in Val di Fiora. Lombardi, classe 1874, era consigliere socialista sin dal primo decennio del Novecento, responsabile, negli anni dell’emigrazione transoceanica, della Compagnia di Navigazione “Anchor Line” per il Mandamento di Pitigliano, fondatore di sezioni socialiste, di leghe proletarie e infine prosindaco nel 1920. L’episodio fu immediatamente condannato dal giornale socialista “Il Risveglio”, che fra l’altro accusava il Partito Popolare e il parroco della frazione di San Quirico, rei di fomentare un clima di odio e risentimento politico con la loro propaganda antisocialista.

Fu a nord di Grosseto e sul Monte Amiata che avvennero le prime incursioni di squadristi forestieri, all’inizio specialmente fiorentini e senesi, ma anche pisani e probabilmente orvietani, perché nei progetti del leader del fascismo toscano, il nobile decaduto Dino Perrone Compagni, già responsabile di violenze antemarcia, la “rossa” Maremma andava espugnata. Le elezioni del settembre 1920 avevano assegnato quasi tutti i municipi grossetani ai socialisti, compreso il capoluogo, mentre in tutta la Maremma e il suo entroterra erano in corso le occupazioni delle terre da parte dei braccianti e gli scioperi nelle miniere, amiatine e del nord della provincia. Il padronato, cioè gli agrari e i proprietari delle miniere, trovarono  nelle squadracce lo strumento antiproletario per eccellenza: il fascismo in Maremma fu, come altrove in Toscana, in Emilia Romagna, nelle Puglie, espressione dei grandi latifondisti, organizzati nell’Agraria Maremmana, e dei padroni delle industrie estrattive.

I fascisti forestieri iniziarono le loro “gite di propaganda”- che poi sfociavano puntualmente in atti di violenza – a Montieri, Monterotondo, Gerfalco, Trevale all’inizio del 1921. Contemporaneamente sull’Amiata, a Santa Fiora, sfilarono minacciosamente le squadre locali e quelle provenienti dal senese, tanto da provocare una prima “spallata” all’amministrazione socialista, che si dimetterà nell’aprile di quell’anno. Intanto, il giorno di Pasqua, il 27 marzo, a Civitella era stato malmenato dai fascisti Rinaldo Ducci e lo stesso trattamento fu riservato a Bramante Rossi e Riccardo Cappelli. Fu “invitato” a dimettersi da consigliere e assessore comunale Primetto Cappelli, che resistette alle intimidazioni per essere poi arrestato, sulla base di motivi futili e infondati, dai reali carabinieri.

Le violenze continuarono a maggio e giugno del 1921 in territorio di Santa Fiora, a Bagnolo e alle Bagnore. A Bagnolo, il 13 maggio, fu violato il domicilio del socialista Benvenuto Cicaloni, che seppe reagire energicamente; alle Bagnore, dopo che un fascista di Piancastagnaio era stato picchiato e accoltellato, a causa di insistenti provocazioni, squadre di “italianissimi” di Abbadia S. Salvatore e Piancastagnaio, a notte fonda, devastarono il paese, le case di privati cittadini e asportarono la bandiera della cooperativa Risorgimento e quella socialista, che incendiarono. La pioggia, però, fece sì che la bandiera della cooperativa non fosse del tutto distrutta ed è tuttora visibile, esposta in una teca nella sede della Coop[2].

Fu con l’arrivo di Dino Castellani, un empolese della classe 1891, ex capitano di complemento della Grande Guerra, inviato del fascio fiorentino in Maremma, che il salto di qualità delle aggressioni fu davvero significativo e irreversibile. Castellani, che aveva già commesso vari crimini e omicidi, tenne il  primo comizio a Follonica per poi lanciarsi verso il suo vero obiettivo: la conquista della città di Grosseto. Qui era stata fondata una sezione del fascio ai primi di maggio da Dino Andriani, che ne fu il primo segretario, e altri suoi camerati. Secondo il comunista Aristeo Banchi “Ganna”, alla fondazione diede impulso anche Giuseppe Adami, un legionario esaltato dal giornale filofascista “L’Ombrone” per aver partecipato all’impresa di Fiume al seguito di D’Annunzio. In realtà la sezione aveva pochi aderenti e, data la forza della sinistra, anche comunista dopo la scissione di Livorno del 1921, non sarebbe stato possibile ai pochi mussoliniani locali di espugnare il capoluogo maremmano.

2 A La Disperata Firenze

“La Disperata” Firenze, i fascisti che assaltarono Grosseto

I primi scontri fra fascisti forestieri e grossetani si ebbero il 27 giugno: un gruppo di “italianissimi” fiorentini, giunti a Grosseto da Foiano della Chiana, ebbe la peggio contro i comunisti maremmani. In loro aiuto fu inviato da Firenze un manipolo di uomini della “Disperata”, una quindicina di balordi disposti a tutto che raggiunsero Grosseto e, con il supporto delle forze dell’ordine, ingaggiarono i primi scontri in cui perse la vita l’operaio edile Cesare Savelli, di fede comunista. L’episodio, descritto dallo squadrista fiorentino Mario Piazzesi (appartenuto, in occasione della marcia su Roma, alla I Legione fiorentina comandata dal Console tenente Tullio Tamburini), aveva il proposito di provocare una concentrazione di fascisti su Grosseto. Cosa che effettivamente avvenne. Gli squadristi furono sollecitati a raggiungere il capoluogo maremmano da due dipendenti della locale Fattoria Ricasoli. La maggior parte degli “italianissimi” proveniva da Siena, agli ordini del loro segretario Giorgio Alberto Chiurco. Altre squadre giunsero dal Lazio, dall’Umbria e da varie province toscane. Il 29 giugno centinaia di fascisti armati circondavano Grosseto, ma era loro precluso l’accesso in città perché le porte erano presidiate dalle forze dell’ordine. Fu così che un gruppo di comunisti e anarchici scavalcò le mura, riuscendo ad avvicinarsi al nemico cantando inni fascisti. Giunti a distanza ravvicinata, “i sovversivi” esplosero colpi d’arma da fuoco che uccisero Rino Daus, squadrista originario di Perugia, già noto per l’attacco a Montalcino, nei cui scontri aveva perso un occhio. La morte di Daus scatenò l’ira fascista e l’arrivo di altri suoi camerati: tutto era pronto per l’aggressione, che poté avvenire nella notte fra il 29 e il 30 giugno, quando circa 600 “italianissimi” entrarono in Grosseto senza incontrare resistenze da parte di guardie regie e carabinieri. Fu questo uno dei principali connotati dello squadrismo: il sostegno incondizionato della pubblica sicurezza e delle autorità militari, che rifornivano i fascisti di armi, camion, munizioni, assicurando impunità alle sopraffazioni e ai delitti commessi, qualche volta collaborando direttamente con gli aggressori. Rare furono le prese di posizione antifasciste dei tutori dell’ordine anche nel grossetano; semmai accadde il contrario, come appurò sin dal suo arrivo a Grosseto, il 30 giugno 1921, Alfredo Paolella, Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza inviato dal Ministero dell’Interno per indagare sull’ordine pubblico in Maremma.

Penetrati in città, i fascisti devastarono le sedi delle organizzazioni socialiste e comuniste, distrussero i locali frequentati dai rossi, le abitazioni e i luoghi di lavoro dei principali esponenti di sinistra e uccisero, negli scontri, i comunisti Angelo Francini, Giovanni Neri e Arcadio Diani. Così Grosseto era “ripulita a dovere”, come scrisse su “Il Bargello” nel 1934 il già citato squadrista Mario Piazzesi. Dopo la smobilitazione, molti fascisti ripartirono sui treni, altri organizzarono spedizioni punitive a Istia d’Ombrone, Batignano, Montorsaio, Roccastrada, Scansano, dove furono picchiati alcuni antifascisti, minacciati gli amministratori socialisti, asportate le bandiere delle leghe proletarie, distrutti negozi ed esposto il tricolore. A Scansano le violenze furono compiute il 3 luglio da una squadra proveniente da S. Maria a Monte, mentre due giorni prima gli “italianissimi” si erano spinto sino a Roccastrada, dove devastarono le abitazioni degli esponenti più in vista della sinistra ed esposero il tricolore al palazzo municipale.

Ivo Saletti fascista morto durante la spedizione di Roccastrada

Ivo Saletti fascista morto durante la spedizione di Roccastrada

La conquista di Grosseto era solo l’inizio: il 10 luglio 1921 circa 300 fascisti provenienti da Pisa e Livorno, forse anche da Civitavecchia, raggiunsero Orbetello, dove erano in corso forti tensioni fra la Montecatini “Colle e concimi” e gli operai, tanto che i giorni precedenti l’aggressione non lavorava più nessun dipendente per la serrata imposta dall’azienda. La stazione di Orbetello era distante 4 chilometri dall’unica porta di accesso al paese, quella presidiata da poliziotti e carabinieri su perentorio ordine di Paolella. Le forze dell’ordine disattesero gli ordini, si spostarono, raggiunsero i fascisti che non furono più in grado di contrastare, o non vollero, provocando l’ira dell’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza, che riferì di “evidente prova di insipienza” nella gestione dell’ordine pubblico. Orbetello, dove le squadracce penetrarono con grande facilità, fu espugnata dopo distruzioni e saccheggi: lo stesso giorno nacque il fascio di combattimento e di lì a poco anche a Porto Ercole e Porto Santo Stefano. Reagirono all’occupazione e alle prepotenze degli “italianissimi” i comunisti orbetellani Ruggero Pirro e Marco Curioni, entrambi decorati della Grande Guerra. Armati di soli bastoni, rientrarono nella cittadina lagunare dopo qualche giorno per affrontare i fascisti. Pagheranno caro il loro coraggio: Ruggero Pirro fu assassinato a Magliano in Toscana il 23 ottobre 1921. Gli spararono perché era intervenuto in difesa di un giovane repubblicano, aggredito da tre energumeni. Marco Curioni fu ucciso a colpi di pistola presso la sua abitazione nel marzo del 1922. Stessa sorte subì il fratello Ettore, ferito da arma da fuoco e probabilmente non curato presso l’ospedale, dove morì. Fu sepolto privo di testa, come sarà appurato nei primi anni Settanta, e ciò confermò i sospetti di un nuovo omicidio fascista, che i familiari ebbero da subito.

Passarono quattordici giorni e fu la volta della “rossa” Roccastrada: nella notte del 24 luglio il paese fu aggredito da 45 squadristi guidati da Dino Castellani. Dopo violenze e devastazioni, ripartirono in direzione di Sassofortino, ma, dopo circa un chilometro uno di loro, Ivo Saletti, giaceva a terra privo di vita, colpito da un proiettile. I fascisti gridarono subito all’attentato comunista, ma scesi dai camion non trovarono nessuno. Al processo del 1946 si fece strada l’ipotesi che il colpo mortale partì accidentalmente dal fucile di un altro fascista, anche perché tutti quanti avevano bevuto abbondantemente presso il bar dell’anarchico Bartaletti, che poi fu distrutto. Gli energumeni, guidati da Castellani, tornarono indietro e uccisero 10 cittadini inermi e incendiarono molte abitazioni, senza che la forza pubblica presente in caserma intervenisse. Le vittime della strage di Roccastrada furono: Angelo Barni, Antonio Fabbri, Francesco Minoccheri, Guido e Tommaso Bartaletti, Renato Checcucci, Luigi Nativi, Giuseppe Regoli, Vincenzo Tacconi e Giovanni Gori. Giuseppe Regoli era stato assassinato da un fascista di un paese vicino, al quale, poco tempo prima, si era rifiutato di dare in sposa la propria figlia. Tutti gli autori della peggiore strage del 1921 in provincia di Grosseto erano, nella stragrande maggioranza, maremmani.

Nell’estate del 1921 si registrarono diversi scontri a nord della provincia, a Follonica, Massa Marittima, Gavorrano. In quest’ultima località alcuni fascisti giunti da Follonica, guidati da Silverio Zanetti, e da Scarlino per i festeggiamenti del Ferragosto, pretesero l’esposizione della bandiera nazionale. I comunisti locali si opposero, chiedendo aiuto a quelli di Ravi, i quali si avviarono verso il capoluogo, ma i carabinieri contrastarono il loro ingresso in paese. Ne nacque un conflitto con le forze dell’ordine che spararono uccidendo, il giorno diciassette, Giovanni Pastasio, comunista, capo dei locali Arditi del Popolo. Da allora, per circa un anno, il comune di Gavorrano subì una serie di incursioni, violenze e omicidi: distruzione di un circolo comunista a Caldana, omicidio del socialista Gabriello Dani, malmenato, ucciso con una fucilata e infine orribilmente sfigurato l’11 settembre da fascisti di Follonica, del sardo Giuseppe Frau e un’invasione del municipio. In quest’ultima circostanza, avvenuta nella seconda metà di ottobre del 1921, parecchie persone subirono violenze e fu persino compilata una lista di proscrizione. Particolare oggetto di minacce fu il sindaco socialista Ettore Della Spora. Il fascismo, a Gavorrano, fu sostanzialmente emanazione dei proprietari delle miniere, Montecatini e Marchi: le violenze contro i minatori furono all’ordine del giorno dall’inizio del 1922 e sfociarono in un attentato, senza conseguenze, contro il direttore della Montecatini. Chiuse provvisoriamente le miniere, queste verranno riaperte a Ravi, non senza prima aver licenziato le maestranze ritenute sovversive, mentre nella rossa Caldana i fascisti tutte le sere perlustravano il paese, occupandosi dell’ “ordine pubblico”, del servizio di sorveglianza, divenuti ormai padroni incontrastati del territorio.

Nella seconda metà del 1921 molte amministrazioni socialiste avevano dato le dimissioni, ma ciò non significò fine degli scontri e delle violenze, che si protrassero fino alla marcia su Roma e poi per l’intero Ventennio. Avevano chiuso i battenti, rinunciando al mandato, i seguenti municipi guidati dai socialisti: Grosseto, Roccastrada, Orbetello, Magliano, Arcidosso, Casteldelpiano, Cinigiano, Scansano, Santa Fiora, Manciano, Pitigliano e Sorano, oltre a Massa Marittima, Scarlino, Follonica, Giuncarico e Gavorrano ormai assoggettate dagli squadristi dall’agosto del 1921, subito dopo la strage di Roccastrada.

A Follonica, dove a fine luglio del 1921 si erano verificati alcuni scontri, il 14 agosto gli squadristi locali, supportati da altri provenienti da Grosseto, da varie località maremmane, da Siena e Pisa inaugurarono il gagliardetto a suon di violenze: furono malmenati Bruno Venturini, Ottorino Gino Spagnesi, e Vasco Sacchetti. Da allora fu tutto un susseguirsi di aggressioni fino alle dimissioni dell’amministrazione a metà giugno del 1922: il sovversivo Tebaldo Faelli fu massacrato di bastonate e stessa sorte subirono qualche mese dopo Natale Boschi e Gino Bancini, quest’ultimo malmenato dai fascisti di Scarlino. Nel marzo del 1922 fu attaccata l’abitazione del fascista Amaido Parlanti, ferito a colpi di rivoltella. Follonica si bloccò per timore di ritorsioni, mentre si aprirono le porte del carcere per due antifascisti, ritenuti responsabili dell’uccisione del carabiniere Salvatore Golino, avvenuta alla fine del 1920. Nel mirino dei fascisti follonichesi non furono solo i rossi: nell’aprile del 1922 una squadraccia sparò contro Agostino Innocenti, membro del Partito popolare. Un mese dopo il piombo degli “italianissimi” feriva il comunista Giuseppe Manzo. A giugno, dopo aggressioni ad alcuni ferrovieri, rei di aver festeggiato il Primo maggio, l’amministrazione rassegnava le dimissioni. Intanto gli squadristi riuscivano con l’inganno a entrare in casa del socialista Milton Bartoli, sparandogli a bruciapelo e trapassandogli il torace. Poi piantonarono alcune ore il ferito per impedire i soccorsi. Bartoli rimase  settimane tra la vita e la morte, ma alla fine sopravvisse. Nel dopoguerra sarà sindaco di Follonica.

Il 1921 finì con un omicidio a Scansano: il 31 dicembre, in una rissa, fu ucciso il ventenne Leopoldo Bartolini, comunista, mentre rimase ferito il fascista Nello Menami. Le incursioni, i pestaggi e gli omicidi continuarono, come si è visto, anche nel 1922: a Caldana si accese una rissa con vari feriti da ambo le parti; a Giuncarico l’uccisione del giovane fascista Giovanni Miglioli fu il motivo della distruzione di un circolo considerato sovversivo; a Cinigiano subì un’aggressione Giovanni Parri; a Casteldelpiano fu bastonato il muratore Perugini e poco dopo, in una rissa furibonda, rimasero feriti 5 fascisti, un comunista e un passante estraneo alla vicenda; Egisto Bargagli, nato a Cana di Roccalbegna nel 1875, denunciò nel 1944 ai carabinieri due aggressioni subite nel 1921-‘22 dai fascisti del suo paese.

L’assalto di Tatti, frazione di Massa Marittima, fu l’episodio di violenza più rilevante del 1922. Il paese di Tatti era rimasto estraneo alle azioni degli squadristi fino al pomeriggio di domenica 21 maggio 1922. Un gruppo di fascisti, provenienti da Torniella, attraversò la frazione di Massa Marittima cantando i propri inni a cui risposero alcuni giovani del luogo intonando motivi patriottici. Ne nacque una rissa: i fascisti spararono uccidendo Patrizio Biancani e anche i carabinieri intervenuti colpirono, ferendolo con un colpo di arma da fuoco, Gerolamo Civillini. Il giorno dopo, in località Cerro, furono uccisi in un agguato l’ingegner Stefani di Vetulonia e Antonio Mucciarelli, mentre si recavano con un barroccio a Massa Marittima. I fascisti collegarono i due episodi e a centinaia, giunti da Grosseto, da Roccastrada e da Torniella, verosimilmente al comando di Castellani, devastarono quanto poterono, supportati e guidati da quelli di Tatti. Nell’estate del 1922 fu espugnata con la violenza l’amministrazione di Porto Santo Stefano, guidata dal sindaco Busonero, del Partito popolare. Non mancarono colpi di pistola esplosi da ambo le parti e la successiva devastazione del Circolo giovanile cattolico e della sede del Partito popolare.

Decine di violenze si contarono anche nella zona sud-est della provincia, in Val di Fiora, cioè nei comuni di Manciano, Sorano e Pitigliano e a Castell’Azzara, municipio amiatino.

Secondo un documento fascista del 1927, a Sorano esisteva una “squadra di animosi” già dal 1919, fondata dallo studente Goffredo Pagni, reduce di guerra, che s’ispirava al movimento dei Fasci di combattimento. A Manciano Pietro Benedetti aveva fondato, verosimilmente alla fine del 1920 inizio del 1921, il movimento nazionalista “Rinnovamento politico”, con affiancate le squadre “Diavoli Rossi” e “Mussolini”. A Montemerano di Manciano i fascisti locali poterono affidare le loro angherie a una squadra di Port’Ercole. Fu così che le violenze si abbatterono anche in quest’area periferica della provincia: verso le organizzazioni dei lavoratori, nei confronti dei sindaci, amministratori ed esponenti della sinistra comunista e socialista e delle loro sedi. Nonostante lo sforzo degli “italianissimi” locali, guidati anche dagli amministratori dei più noti proprietari terrieri, come Odoardo Poggi per i conti Piccolomini-Sereni e Ferdinando Cavallari per i marchesi Ciacci e per Gino Aldi Mai, i fascisti non erano riusciti a espugnare gli avversari politici, specialmente nella cittadina di Pitigliano dove, a seguito di alcuni scontri, era rimasto ferito gravemente un carabiniere. Così da Firenze fu inviato il “fascista di purissima fede” Arturo Romboli, nativo di Pontassieve, fondatore del fascio di Pitigliano il 16 ottobre del 1921. Con altri squadristi forestieri, di Roma, Siena, Perugia, Pistoia, fondò a Pitigliano la “Terribile”, la “Ivo Saletti” e la “Folgor”, riorganizzando così lo squadrismo locale e mettendo fine, nel giro di alcuni mesi, a ogni forma di resistenza delle sinistre, che può essere individuata negli scontri a Manciano del maggio 1922 e nelle reiterate minacce al vicesindaco di Sorano Crispino Lombardi, costretto a emigrare a Roma nell’autunno di quell’anno. Fra le brutalità più rilevanti in Val di Fiora, alcune delle quali precedettero l’arrivo di Romboli, ricordiamo le minacce contro l’ingegnere soranese Dario Cappelli, ufficiale di complemento della Grande Guerra e capo degli Arditi del Popolo, le violazioni di domicilio a danno di Luigi Scossa, sindaco di Sorano, la bastonatura di Giovan Battista Nucci, segretario socialista di San Quirico, tre episodi che avvennero addirittura nel settembre 1920; fecero seguito le aggressioni a danno del consigliere provinciale Orfeo Cinelli di San Valentino di Sorano (ucciso poi dai fascisti a Genova nel 1935), i soprusi verso il sindaco di Manciano Lepanto Butelli, i pestaggi di Annibale Ciaffarafà e Massimiliano Bozzi, a Poggio Murella e a Montemerano, le angherie di cui fu vittima il socialista Ercole Gervasi (poi sindaco di Pitigliano nel 1944), le vessazioni che si abbatterono sul presidente della cooperativa socialista Giuseppe Dinelli, pitiglianese costretto a emigrare in America e di cui non si seppe più nulla, gli arbitri verso il sindaco della “piccola Gerusalemme” Bocini e infine il brutale omicidio di Oreste Celata, socialista aggredito nella piazza di Pitigliano sotto gli occhi del figlio Filippo di appena sei anni il 12 dicembre 1922. Celata spirò all’ospedale di Orbetello a causa delle percosse ricevute il giorno successivo. Intanto, i fascisti riorganizzati da Romboli, con la presenza di vari energumeni forestieri, furono in grado di operare anche fuori della loro zona: a Grosseto, Civitavecchia, nell’alto viterbese, a Castell’Azzara, paese dove distrussero la Camera del Lavoro, contribuendo alle dimissioni della giunta socialista presieduta da Domenico Lazzerini. Su quest’ultimo si abbatté la vendetta degli avversari: come denuncerà nel 1944 al Comitato di Liberazione locale, fu prelevato dalla propria abitazione alle 21,30 del 5 gennaio del 1923, condotto alla casa del fascio di fronte a una cinquantina di squadristi, costretto a bere olio di ricino e poi ferocemente malmenato. Sarà nuovamente sindaco di Castell’Azzara dopo la guerra. Ad Acquapendente (VT), una squadra di soranesi e onanesi aggredì proditoriamente una pacifica manifestazione per il Primo maggio del 1922. In quella circostanza fu ucciso con un colpo di pistola l’operaio Turindo Zannoni.

Intanto, sempre nel maggio del 1922, lo squadrista Soldatini percosse selvaggiamente il poeta socialista Antonio Gamberi, già vittima di precedenti soprusi, in una Roccastrada ormai espugnata a seguito della strage del 1921: sin dalle origini il fascismo fu nemico irriducibile dei poeti e della poesia[3].

Vittime del Fascimo: Marco Curioni, Orfeo Cinelli, Turindo Zannoni

4 Q Marco Curioni13 G Orfeo Cinelli10 T Turindo Zannoni12 Giovanni Pastasio11 Gabriello Dani8 Morti di Roccastrada

 

 

Franco Dominici

Note

[1] L’Etruria Nuova, 21 novembre 1920.

[2] Il Risveglio, 26 giugno 1921.

[3] Per questa introduzione, breve sintesi dello squadrismo in Maremma, sono state consultate le seguenti fonti:

Banchi Aristeo (Ganna), Si va pel mondo, Effigi, Arcidosso 2014;

Corsi Hubert, La lotta politica in Maremma 1920-1925, Tipo-lito Vieri, Roccastrada 1987;

Dominici Franco, Cent’anni di storia. Sorano 1860-1960, Stampa Alternativa, Roma 2001;

Dominici Franco, La stampa clandestina antifascista 1922-1930, Effigi, Arcidosso 2013;

Dominici Franco-Betti Giulietto, Fascismo, Resistenza e altre storie in Maremma, Effigi, Arcidosso 2020;

Archivio di Stato di Grosseto, Questura, Busta 501;

AISGREC, Fondo CPLN;

Per le notizie sulle violenze fasciste a Follonica, gli autori ringraziano Aldo Montalti e Radio Maremma Rossa;

Per l’omicidio di Raffaello Dani si veda “Il Tirreno”, 12 settembre 2021. Si ringrazia Patrizia Scapin per la segnalazione.

Comune di Scansano, Atti di morte dell’1.1.1922.

Sulla morte di Oreste Celata, si veda F. Dominici, Un omicidio fascista a Pitigliano, in “Il Nuovo Corriere del Tufo”, rubrica “Pillole di Storia”, 6 dicembre 2021.