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	<title>Il Nuovo Corriere del Tufo &#187; Resistenza</title>
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		<title>12 giugno 1944: la strage di San Leopoldo</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 15:37:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="  wp-image-3124 alignright" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2020/04/san-leopoldo-strage.jpg" alt="san leopoldo strage" width="356" height="267" />La zona di S. Leopoldo è situata nella campagna maremmana, non molto lontana da Marina di Grosseto, vicinissima alla località Il Cristo, a sua volta distante dalla città capoluogo 14 chilometri. S. Leopoldo è sull’argine del fosso Tanàro. Qui, nella primavera del 1944, si rifugiarono alcune famiglie dei dintorni e di Marina, per sfuggire alla guerra che ormai stava volgendo al termine. Fu un’illusione per quei civili inermi, perché su di loro si abbatté la furia cieca dei tedeschi nella loro ritirata aggressiva, nei giorni in cui uccidevano facilmente tutti quelli che erano considerati nemici, veri o presunti. La strage di S. Leopoldo del 12 giugno 1944 fu preceduta da rastrellamenti nella zona di Castiglione della Pescaia, nel tentativo di sgominare la locale banda partigiana, collegata a quella di Tirli e poi inserita nel Raggruppamento “Monte Amiata” settore C. Già da aprile-maggio del 1944 il Comando tedesco della 92^ Divisione di fanteria aveva ordinato di sgomberare la zona costiera, dove erano frequenti i bombardamenti e si temeva lo sbarco alleato. Lo sfollamento ci fu, di migliaia di persone, verso le zone interne, per l’esecuzione del quale i tedeschi affidarono l’incarico alla Guardia nazionale repubblicana, che lo portò a compimento alla fine di maggio con l’impiego di 100 uomini della Compagnia di Ordine Pubblico e di reparti territoriali<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.<br />
I tedeschi, inoltre, non solo pretesero l’evacuazione costiera ma, per impedire o complicare qualsiasi sbarco alleato, minarono anche delle località litoranee. Fu il caso di Talamone, bombardato dagli alleati il 13 marzo e il 28 aprile 1944, dove i guastatori della Wermacht iniziarono la demolizione il 13 maggio, facendo saltare in aria la caserma dei Reali carabinieri, le poste, il telegrafo, la canonica, l’asilo infantile e numerose case private<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. La strage di S. Leopoldo, come si è detto, va inserita nel contesto della ritirata aggressiva tedesca e, per quanto riguarda la provincia di Grosseto in particolare, con quanto era avvenuto un paio di giorni prima a sud di essa. Infatti, era stato liberato Capalbio con uno scontro che vide impegnati dapprima i partigiani, poi gli americani della 36° Divisione di fanteria “Texas”, che sconfissero un reparto della 162 Divisione di fanteria turcomanna. A Pitigliano, con un abile colpo di mano, il Comandante Pietro Casciani e i suoi uomini del “Reparto Lupi” conquistarono il paese arrestando i tedeschi presenti, sbaragliandone una quarantina che provenivano da Manciano e respingendo un contrattacco della 90° Panzergrenadier proveniente da nord, dalla parte di Sorano. Tutto ciò avvenne fra il 10 e l’11 giugno del 1944. I tedeschi furono subito informati di quanto accaduto e ci sembra impossibile, ad esempio, non collegare la strage di Roccalbegna, che costò la vita a 6 civili, avvenuta l’11 giugno nel primo pomeriggio, con la Liberazione di Capalbio e di Pitigliano. Peraltro, a Roccalbegna, la strage non fu solo compiuta dagli uomini della 16° Divisione Panzergrenadier SS, ma anche da altri del 42° Reggimento di montagna e della 165° Divisione turcomanna, la stessa che era stata sconfitta a Capalbio. Lo stesso giorno in cui Manciano era raggiunto, liberato dagli americani, e i partigiani del Tenente Antonio Lucchini entravano trionfanti in paese, dopo aver conquistato Montemerano e Saturnia, il 12 giugno, appunto, a San Leopoldo esplose la violenza tedesca. Come dimostrano gli esempi riportati e lo stesso rastrellamento anti-partigiano che la precedette a Castiglione della Pescaia, essa trova le sue motivazioni nella violenta ritirata germanica e non, come qualcuno ancora scrive o asserisce, riferendosi a queste stragi o a quella più efferata dei minatori di Castelnuovo Val di Cecina e Niccioleta, al bando repubblichino firmato da Almirante del maggio del 1944, rivolto agli sbandati.<br />
Il 12 giugno 1944 due soldati tedeschi e un ufficiale, probabilmente genieri (a sud di Grosseto erano entrate in azione delle unità raccogliticce chiamate Kampfgruppe, guastatori disposti a tutto pur di ritardare l’avanzata alleata) raggiunsero il ponte sul Fiumara di San Leopoldo, un canale costruito nel 1883, opera realizzata dai Lorena per consentire la bonifica, la cui funzione era quella di drenare le acque del fiume Ombrone. I militari si presentarono al casello del Genio civile custodito da Fortunato Falzini, lì assieme alla famiglia e a vari sfollati che ospitava. I tedeschi erano giunti per distruggere il ponte (cosa che fecero) e allagare così la zona, che in realtà era già inondata. Essi temevano uno sbarco nella zona di Marina di Grosseto e per questo, come si è già visto per Talamone, avevano minato il litorale e sommerso il territorio per rallentare eventuali sbarchi e avanzate nemiche. Perciò ordinarono all’uomo di andarsene. Falzini mostrò loro un salvacondotto firmato da un ufficiale tedesco, un permesso che lo autorizzava a restare per verificare il livello delle acque. <em>“C’era l’acqua alta anche tre metri, si camminava solo sugli argini”, </em>ricorda Alberto Madioni, 86 anni, fratello di Roma, una delle vittime della strage. <em>“I nazisti chiesero a Falzini di mostrare il permesso per stare sul posto, rilasciato dagli stessi tedeschi. Il documento era regolare, ma non bastò. Gli spararono a bruciapelo, uccidendolo all’istante<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a>”</em>. Subito dopo furono uccisi Luigi e Livio Botarelli, padre e figlio, che abitavano vicino al casello, accorsi al rumore degli spari. Questa la versione di Emilio Botarelli, classe 1918, che sopravvisse all’eccidio:<em> “Arrivarono due tedeschi. Le donne dissero a noi ragazzi di non farci vedere, Per prudenza, non si sa mai. Chiesero chi era il capofamiglia. Mio zio Luigi disse: sono io e gli spararono di colpo. Aveva la pipa in bocca; gli schizzò via. Io corsi a rifugiarmi sotto il letto, al piano di sopra<a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a>”.</em> Nel frattempo altri sfollati cercarono di fuggire lungo l’argine: Olga e Giancarlo Lari, madre e figlio, colpiti mentre correvano lungo l’argine, morirono subito. Fu ferita Roma Madioni, che perse la vita qualche giorno dopo:<em> “Mia sorella Roma scappò su per l’argine – ricorda Madioni – la rincorsero e le tirarono una bomba a mano<a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><strong>[5]</strong></a>”. </em>Alcuni cercano rifugio dentro una cisterna dell’acqua e i tedeschi vi gettano delle bombe a mano che ferirono Armando Lari. La notizia della strage giunse a Grosseto, dove Alberto Madioni e altri parenti lì rifugiati accorsero trovando Livio Botarelli, Roma Madioni e Armando Lari feriti. Secondo la testimonianza di Madioni i tre furono portati a Grosseto, al ricovero dei vecchi, con un carretto preso in prestito ma Livio e Roma non sopravvissero.<br />
Per Gianluca Fulvetti, <em>“l’elemento scatenante la violenza è l’eccessivo numero di persone riparate nel casello: nella Toscana del 1944 anche un gesto di solidarietà come l’accoglienza degli sfollati sarà più di una volta motivo sufficiente per essere uccisi<a href="#_ftn6" name="_ftnref6"><strong>[6]</strong></a>”</em>. Secondo quanto ricorda Alberto Madioni, nel citato articolo de Il Tirreno, le responsabilità sarebbero anche di alcuni fascisti, che avrebbero riferito ai tedeschi la presenza di partigiani e militari sbandati a S. Leopoldo. <em>“I familiari delle vittime accusarono di complicità alcuni fascisti locali”, </em>scrive Marco Grilli, che ha curato in maniera approfondita la ricerca per l’Atlante delle stragi nazifasciste riguardo alla provincia di Grosseto.<em> “Come si evince dalla lettera inviata dal prefetto di Grosseto Amato Mati al Ministero dell’Interno (23 luglio 1945), sorsero sospetti di partecipazione alla strage a carico di otto persone, ma l’impossibilità di avvalorare gli indizi con elementi concreti condusse al loro proscioglimento in istruttoria”.</em> Come in altre stragi o singole uccisioni avvenute in quei giorni, dove vari testimoni asserirono addirittura della presenza di fascisti con i tedeschi, si finì con un nulla di fatto o con assoluzioni successive.<br />
Oltre ai morti e al terrore, la strage di S. Leopoldo lasciò poco o nulla dietro di sé, né un processo, né l’individuazione dei colpevoli: gli assassini furono un reparto tedesco non precisato e la strage è rimasta impunita. Due documenti rinvenuti riferiscono dell’accaduto: quello del primo prefetto “politico”, lo scansanese Amato Mati e una relazione del sindaco Lio Lenzi.<br />
Dopo la strage accadde persino un furto presso l’abitazione della famiglia Botarelli: alle sorelle Botarelli, nipoti di Luigi, fu rubato il corredo e tre persone vennero rinviate a giudizio, fra cui un milite della classe 1914 iscritto al PNF dal 24 maggio 1936 e membro della 98^ Legione MVSN Camicie Nere dal 1940.</p>
<p><strong>Note</strong><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><br />
[1]</a> G. Betti, F. Dominici, <em>Banda Armata Maremmana,</em> Effigi, Arcidosso 2014, pp.115 e 116.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Cronologia della Resistenza in provincia di Grosseto, a cura di Nicla Capitini Maccabruni e Giulietto Betti, alle date del 13 marzo, 28 aprile e 13 maggio 1944.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Il Tirreno, 12 giugno 2013</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Ibidem</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Ibidem</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Gianluca Fulvetti, <em>Uccidere i civili. Le stragi nazifasciste in Toscana (1943-1944), </em>CCarocci, Roma 2009, pp. 95 e 96.</p>
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		<title>Flavio Agresti, Dante Campori e il Gruppo Bande di Tirli</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 13:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per poter raccontare della tragica morte di Flavio Agresti, bisogna parlare della Formazione partigiana di cui fece parte: il Gruppo Bande Tirli. Si trattava di un insieme di piccole bande, nate spontaneamente attorno ad alcuni uomini coraggiosi intenzionati a combattere contro i tedeschi ed i loro alleati italiani. Il Gruppo fu costituito operativamente ai primi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per poter raccontare della tragica morte di Flavio Agresti, bisogna parlare della Formazione partigiana di cui fece parte: il Gruppo Bande Tirli. Si trattava di un insieme di piccole bande, nate spontaneamente attorno ad alcuni uomini coraggiosi intenzionati a combattere contro i tedeschi ed i loro alleati italiani.</p>
<p>Il Gruppo fu costituito operativamente ai primi di giugno del 1944 dall’unione delle seguente bande:</p>
<ol>
<li>Castiglion della Pescaia – Comandante Primitivo Vannucci</li>
<li>Buriano-Comandante Tenente Benedetto Rollo</li>
<li>Vetulonia, Ravi, Caldana – Comandante Sabatino Peotti</li>
<li>Gavorrano e Filare di Gavorrano – Comandante Sottotenente Vittorio Frassinelli</li>
<li>Scalino, Follonica &#8211; Comandante Tenente Carlo Fabbrini</li>
</ol>
<p>Queste bande portarono a compimento la loro principale azione nel giugno 1944, quando, il 6 di quel mese,  presero il controllo di Tirli, occupando la caserma della GNR (Guardia nazionale repubblicana) e  trasformando il paese in una vera e propria zona libera. Fu infatti interrotta l’unica strada rotabile e posti sotto controllo i sentieri che portavano al centro abitato. Comandante del Gruppo riunito a Tirli fu incaricato il Sottotenente Pilade Rotella di Grosseto, che aveva disertato dal battaglione costiero della RSI presente tra Castiglione della Pescaia e Follonica<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. All’organizzazione della formazione e della zona libera contribuì fortemente anche quella splendida figura di sacerdote che fu Don Ugo Salti di Follonica <a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>, che operò a Tirli con il nome di battaglia di Oscar Frassi. Nel paese di Tirli si trovavano centinaia di sfollati originari di Castiglion della Pescaia e di Follonica. Le prime armi disponibili furono i fucili da caccia e quelle del Regio Esercito nascoste all’8 settembre, ma poi il gruppo di Tirli fu rifornito, nelle notti dell’8-9-10 giugno, da tre aviolanci compiuti dagli alleati. Gli aviolanci furono richiesti da una missione informativa del SIM, operativa in provincia di Grosseto. La missione proveniva dal sud della provincia, dalle macchie di Manciano, dove già collaborava con la Banda Arancio Montauto. Il Gruppo Bande Tirli entrò successivamente a far parte del Raggruppamento <em>Monte Amiata,</em> facente parte del Fronte militare monarchico. In questi frangenti, Gavorrano ebbe due caduti: Flavio Agresti e Dante Campori.</p>
<div id="attachment_3114" style="width: 255px" class="wp-caption alignright"><img class="  wp-image-3114" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2020/04/Flavio-Agresti.jpg" alt="Flavio Agresti" width="245" height="365" /><p class="wp-caption-text">Flavio Agresti</p></div>
<p><strong>Agresti  Flavio<br />
</strong>Flavio Agresti era nato il 5 maggio 1915 a Scarlino, allora frazione del comune di Gavorrano, fino al 1960 quando tornò ad essere comune autonomo. Era un componente del CLN di Scarlino, che si riuniva di notte, presso il rudere della Cisterna del Castello di Scarlino. Fu tra quelli che fondarono poi la formazione partigiana locale con accampamento nel poggetto sovrastante il castello e limitrofo alla macchia di Monte d’Alma. Poco tempo dopo questo raggruppamento entrò in contatto con i patrioti di Tirli. Per realizzare il collegamento, Agresti e Primo Moscatelli di Gavorrano si mossero nella notte tra il 10 e l’11 giugno 1944. Si ritiene che qualcuno facesse la spia e i due vennero catturati dai militari tedeschi nel corso del tragitto. Dopo aver subito un pesante interrogatorio, i due, nella giornata dell’11 giugno 1944, furono condotti lungo l’Aurelia e fucilati in località Potassa di Gavorrano. La raffica di arma automatica li colpì entrambi: Agresti morì immediatamente, mentre Moscatelli, colpito ma non in punti vitali, si finse morto e sopravvisse.<br />
Flavio Agresti è stato insignito di medaglia d’argento al Valor Militare con la seguente motivazione: <em>Offertosi spontaneamente per una difficile e rischiosa missione di collegamento fra un gruppo e l’altro di patrioti, veniva catturato da reparti tedeschi. Sottoposto a stringente interrogatorio e ad ogni specie di tortura e sevizia onde rivelare l’entità dei patrioti e la missione a lui affidata, si rifiutava decisamente. Legato poi dietro ad un barroccino con le braccia incatenate dietro alla schiena e trascinato per diversi chilometri, non avendo voluto tradire i compagni, veniva finito con una raffica di fucile mitragliatore.</em></p>
<div id="attachment_3115" style="width: 247px" class="wp-caption alignleft"><img class="  wp-image-3115" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2020/04/Campori-e1587387333395-750x1024.jpeg" alt="Campori" width="237" height="323" /><p class="wp-caption-text">Dante Campori, foto ripresa da Patrizia Scapin, &#8220;Dante Campori e Flavio Agresti. 1943-1944 la Resistenza a nord di Grosseto, ed. Effigi&#8221;.</p></div>
<p><strong>Campori Dante<br />
</strong>Dante Campori era nato a Bologna il 12 aprile 1916, residente a Camugnano (BO), era figlio di Serafina Campori. Non era stato riconosciuto da un padre, dunque era figlio di quella che oggi definiremmo una ragazza madre. Militare nel 14° Reggimento costiero, dopo l’8 settembre 1943 restava in zona ed entrava a far parte del gruppo partigiano che veniva a formarsi a Ravi e che poi diventerà parte del Gruppo Bande Tirli e del Raggruppamento partigiano Monte Amiata. Dopo l’occupazione di Tirli, diventava prima caposquadra e poi capo di distaccamento. Nella giornata del 12 giugno 1944 la squadra comandata da Campori  era attaccata da un forte reparto tedesco nella località Ampio, presso Tirli. Per consentire ai suoi uomini di ripiegare Campori, armato di mitra, rimaneva a coprire la ritirata dei compagni. Finite le munizioni era catturato. Portato al comando tedesco in Pian d’Alma fu interrogato dai tedeschi, presumibilmente per ottenere notizie su come poter attaccare Tirli. Si ritiene che si sia rifiutato di fornire informazioni, poiché mai i tedeschi attaccarono direttamente Tirli. Venne fucilato in località Badiola, presso Castiglione della Pescaia il 17 giugno 1944. Riconosciuto partigiano col grado di Tenente dal 12 settembre 1943 al 17 giugno 1944, gli è stata conferita la medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria con la seguente motivazione: &#8220;<em>Comandante di pattuglia, dava prova di spirito combattivo e di sprezzo del pericolo rimanendo solo a proteggere, con il fuoco della propria arma, il ripiegamento dei suoi uomini durante un attacco condotto da preponderanti forze nemiche. Catturato, manteneva contegno esemplare rifiutando di dare informazioni che potessero nuocere alla formazione partigiana di appartenenza. Condannato a morte, immolava la sua esistenza alla causa della libertà</em> “. A Ravi di Gavorrano gli è stata dedicata una piazza.</p>
<p><em>Franco Dominici, Giulietto Betti</em><br />
<strong>Note<br />
</strong><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Pilade Rotella, dopo la guerra, divenne un noto giornalista locale ed anche uno scrittore. Il suo libro più noto rimane il reportage che scrisse dopo l’inondazione dell’Ombrone a Grosseto nel novembre 1966. Ha scritto anche un libro sul periodo della guerra intitolato <em>Controvoglia</em>.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Don Ugo Salti, nato a Sassetta (Li) nel 1910, sacerdote a Follonica. Riconosciuto partigiano combattente e decorato di medaglia d’argento al Valor Militare.</p>
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		<title>Scansano. Giugno 1944: tra Resistenza e passaggio del fronte</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2018 09:37:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel territorio del Comune di Scansano, caratterizzato dalla presenza di vaste zone boschive, si formarono vari gruppi di renitenti alla chiamata alle armi della repubblica di Salò già dall’autunno 1943. L’unione di alcuni di questi gruppi divenne la formazione partigiana denominata Tigrotti di maremma, posizionata fra Cana e Baccinello, comandata da Domenico Ottaviani. La formazione, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2018/05/1200px-ScansanoPanorama.jpg"><img class="  wp-image-2052 alignright" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2018/05/1200px-ScansanoPanorama-400x300.jpg" alt="1200px-ScansanoPanorama" width="460" height="345" /></a>Nel territorio del Comune di Scansano, caratterizzato dalla presenza di vaste zone boschive, si formarono vari gruppi di renitenti alla chiamata alle armi della repubblica di Salò già dall’autunno 1943. L’unione di alcuni di questi gruppi divenne la formazione partigiana denominata <em>Tigrotti di maremma</em>, posizionata fra Cana e Baccinello, comandata da Domenico Ottaviani. La formazione, nacque alla fine del 1943 e fu costretta a disperdersi nel febbraio 1944, dopo un rastrellamento nelle macchie di Scansano, a seguito dell’uccisione di un carabiniere della GNR avvenuto a Stribugliano. A fine febbraio del 1944, nella zona di Murci – Pomonte, si posizionò la formazione del Tenente Luigi Canzanelli, conosciuto come <em>“Tenente Gino”. </em>Dopo la sua morte, avvenuta il 7 maggio nei pressi di Murci ad opera della Compagnia di Ordine Pubblico della GNR, e lo sbandamento della sua formazione, i renitenti della zona, coordinati e riorganizzati da Domenico Ottaviani, si ricompattarono in una nuova formazione, collegandosi anche con l’agente informativo del SIM Valfredo Bertini. Questi, che con la sigla di <em>Missione Flax</em> era posizionato al Granaione, inviava informazioni agli alleati al Sud. Il 28 maggio 1944 il gruppo di Ottaviani si rese protagonista della ricezione e della messa al sicuro di un aviolancio inglese richiesto dalla Missione Flax, composto da armi (circa 60 mitra tipo Sten), munizioni, bombe a mano, viveri, indumenti e materiale vario. Armi e altro materiale furono poi distribuite tra le varie bande partigiane della zona, in particolare vennero consegnate al Tenente Fiorenzo Pellicci di Monte Bottigli e soprattutto al Tenente Antonio Lucchini e ai suoi uomini di Manciano-Montauto, fra i quali molti erano in precedenza appartenuti alla banda di Murci del <em>“Tenente Gino”</em>.<br />
Il 3 giugno 1944 una pattuglia partigiana di “Tripoli”(nome di battaglia di Domenico Ottaviani), si scontrò con reparti tedeschi nella zona di Baccinello. Fu ucciso il partigiano Aldo Martini e ferito Farneschi Scevola. Nell’azione rimasero feriti un numero imprecisato di tedeschi.<br />
A Scansano capoluogo non fu mai costituita una vera formazione partigiana. Solo ai primi di giugno nacque un gruppo di patrioti agli ordini del Maresciallo marconista della Regia Aeronautica Aroldo Sfiori. Il 7 e il 10 giugno 1944 Scansano fu colpito da due bombardamenti aerei alleati, indirizzati a colpire le colonne tedesche in ripiegamento verso nord e che spinsero la popolazione a sfollare fuori dal centro abitato. Nel frattempo la struttura della RSI era collassata con il ripiegamento al Nord di tutti i fascisti più compromessi (Colonna Barberini – 9/10 giugno 1944). Fu così che venne occupata la caserma dei carabinieri, o meglio le sue macerie, visto che era stata colpita nel bombardamento, e preso possesso delle armi rinvenute (alcuni moschetti tipo ’91 e molti fucili da caccia sequestrati ai civili). Altre armi vennero recuperate da elementi della Guardia di Finanza. Per evitare che le colonne tedesche in ripiegamento passassero da Scansano, vennero fatti saltare in aria alcuni ponti limitrofi: ponte della Cerreta (strada consorziale che da Scansano conduceva alla miniera di Cerreto Piano) ed in particolare quello del Romitorio, posto lungo la strada provinciale Scansano-Magliano in Toscana. Con l’obiettivo di evitare altri bombardamenti, nelle giornate dell’11 e 12 giugno 1944 vennero fatte segnalazioni agli aerei alleati in transito dalla località Olmi Alti, a mezzo scritte, bandiere e specchi. Segnalazioni comprese dagli aerei, che fecero alcune evoluzioni significative. Il giorno 13 giugno si costituì un vero gruppo armato più consistente, formato da elementi popolani aggregatesi spontaneamente per la salvaguardia del paese. Nel pomeriggio del giorno 13 i partigiani osservarono dagli Olmi Alti che i tedeschi venivano bombardati con colpi di artiglieria lungo la strada Magliano-Montiano, segno evidente che gli alleati erano ormai prossimi a raggiungere il paese. Per favorire l’avanzata alleata, ed evitare che i tedeschi raggiungessero gli Olmi Alti, dove si trovavano molti sfollati anche di Grosseto e Orbetello, venne inviata una pattuglia di 7 uomini, al comando di Silvio Dell’Ampio, con l’obiettivo di far saltare in aria il ponte dell’Aione. La missione fallì perché i tedeschi presidiavano il ponte. Avendo compreso che gli alleati erano vicini, in zona Salaiolo, e che i tedeschi sembravano intenzionati a prendere posizione difensiva sulle alture scansanesi ed in Scansano stessa, tutti gli elementi armati della banda si diressero in località Croce di Baldassarre e Caselle Nuovo, con l’incarico di far fronte ai tedeschi per consentire agli americani una più rapida avanzata. La mattina del 14 giugno si svolse uno scontro alla periferia di Scansano tra i partigiani ed una trentina di tedeschi, che vennero così disturbati dal contrastare gli alleati. Scansano fu liberata nella giornata del 14 giugno 1944, raggiunta dai soldati americani del 361° Reggimento di fanteria, supportati da carri armati e artiglieria.<br />
Dopo la Liberazione, il Comitato di Liberazione locale nominò sindaco di Scansano Francesco Bizzarri (Vittorio Emanuele all’anagrafe), nato a Scansano il 10/12/1890, di professione sarto, comunista. Era stato denunciato e arrestato nel 1926 per propaganda antifascista e condannato a 3 anni di confino a Lipari, poi ridotti a 2 in appello. Durante il confino ebbe modo di conoscere grandi personalità della Resistenza italiana: Emilio Lussu, Fausto Nitti, Pietrantonio Palladino e Ferruccio Parri.</p>
<p>Fonti:<br />
<em>La provincia di Grosseto alla macchia 1943/1944, ANPI Grosseto, 1965<br />
</em><em>Relazione della Formazione di Scansano<br />
</em><em>Relazione Tigrotti di Maremma</em></p>
<p><em>Franco Dominici</em></p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Roccastrada: Marzo-Luglio 1944</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Mar 2017 16:30:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da qualche anno in Maremma, in occasione della Giornata del Ricordo, si accende una polemica su una fantomatica “foiba” a Roccastrada, più precisamente fra il territorio di questo comune e quello di Civitella Marittima, in località Aratrice, dove sarebbero stati gettati dai partigiani i corpi di alcuni repubblichini uccisi tra il maggio e il luglio [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_835" style="width: 410px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/03/Roccastrada.jpg"><img class="wp-image-835 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/03/Roccastrada-400x267.jpg" alt="Veduta di Roccastrada (Fonte Wikipedia)" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Veduta di Roccastrada (Fonte Wikipedia)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Da qualche anno in Maremma, in occasione della Giornata del Ricordo, si accende una polemica su una fantomatica “foiba” a Roccastrada, più precisamente fra il territorio di questo comune e quello di Civitella Marittima, in località Aratrice, dove sarebbero stati gettati dai partigiani i corpi di alcuni repubblichini uccisi tra il maggio e il luglio 1944. Quest’anno la stampa locale, in particolare “Il Tirreno”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, ha riservato al “mistero maremmano”, al “giallo storico” un’attenzione speciale, incassando l’elogio della destra che governa varie amministrazioni, con in testa quella di Grosseto. L’articolo su “Il Tirreno”, di Gabriele Baldanzi, riferisce che sin dal dopoguerra fu avviata un’indagine sulla “foiba” da un magistrato grossetano, ma dopo due anni l’inchiesta venne accantonata. A Roccastrada la destra non si dà per vinta e celebra ogni anno, con tanto di funzione religiosa, i militi della Guardia nazionale repubblicana morti fra il 1943 e il 1944. Fra quelli elencati su “Il Tirreno”, ce n’è uno di mia conoscenza, nel quale mi sono imbattuto durante lo studio sulla Resistenza a sud di Grosseto: Catone Corridori. Catone (almeno che non sia un omonimo), fu rinviato a giudizio nel 1922 assieme al famigerato Castellani e altri, per la strage del luglio 1921 avvenuta proprio a Roccastrada, in cui furono trucidate 10 persone<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Catone Corridori, brigadiere della milizia, era stato inviato a Manciano tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 per reprimere il movimento partigiano, particolarmente attivo in Val di Fiora sin dai giorni successivi all’armistizio. Egli si aggirava per il paese armato fino ai denti e incuteva terrore, perché aveva un fisico imponente e dichiarava apertamente che per gli antifascisti era giunta la fine. Lo scrittore Alfio Cavoli lo ha definito <em>“l’ammazzasette fascista”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a></em>, solo che invece di ammazzare, finì mitragliato la sera del 26 gennaio 1944 dai partigiani, che gli tesero un’imboscata nel centro storico di Manciano.<br />
Torniamo alla cosiddetta “foiba” e alla fonte che ne comproverebbe l’esistenza. <em>“Esiste un libro dichiaratamente apologetico della Repubblica Sociale</em>, scrive Baldanzi, cioè “Cronache Grossetane. Settembre 1943- Giugno 1944”, scritto da Vito Guidoni e pubblicato nel 1995. Un libro il cui autore, che fu milite fascista, è descritto da Mimmo Franzinelli: <em>&#8220;A Grosseto il personaggio più famigerato era l&#8217;ex milite della GNR Vito Guidoni, latitante sino alla revoca del mandato di cattura per sopravvenuta amnistia (anche se &#8211; osserva il prefetto &#8211; dato il suo passato politico, per tema di rappresaglia non ha qui fatto ancora ritorno); gli si addebitava un impressionante curriculum di violenze, inclusi vari sequestri di persona, tra le sue vittime un giovane ebreo non identificato&#8221;</em><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><em><strong>[4]</strong></em></a>. Un documento del Municipio di Grosseto, rinvenuto nel fondo CPLN (Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale), raccoglie un elenco dei fascisti fuggiti prima dell’arrivo degli alleati, considerati <em>“elementi tutti oltremodo pericolosi e dannosi alla sicurezza delle operazioni belliche alleate”.</em> Al numero 6 della lista c’è Guidoni e di lui si legge:<em> “Tenente della GNR ha diretto numerosi rastrellamenti contro patrioti partecipando di persona a molti omicidi, saccheggi e razzie, dimostrando in ogni occasione una ferocia veramente sanguinaria nonostante la sua giovane età”</em><a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><em><strong>[5]</strong></em></a>.<br />
Prima di entrare nel merito della “foiba”, dedichiamo ancora qualche attenzione al libro di Guidoni, “Cronache Grossetane”, analizzando il modo in cui l’autore rappresenta i due eventi più drammatici avvenuti nel territorio provinciale fra il 1943 e il 1944: l’istituzione del Campo d’internamento per ebrei di Roccatederighi (comune di Roccastrada) e l’eccidio dei minatori di Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina.<br />
Guidoni, a pagina 62, descrive il Campo di reclusione per ebrei come un <em>“campo d’internamento all’italiana, con preti e le monache del seminario”</em> e a pag. 121 ripete <em>“campo d’internamento all’italiana, a conduzione familiare”</em>, un po’ come se fosse una simpatica azienda casareccia della Maremma. Sappiamo da fonti storiche che da quella prigione molti ebrei furono trasferiti a Fossoli e 38 morirono nei lager tedeschi o in località ignote<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.<br />
La strage degli 83 minatori della Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina sarebbe stata perpetrata, secondo Guidoni, dai soli tedeschi:<em>“Nessun italiano partecipò alla rappresaglia, che fu una esigenza delle truppe tedesche in ritirata”</em> (“Cronache”, pag. 123). Ma per quanto Guidoni cerchi di perpetrare il mito degli “Italiani brava gente”, la verità è che la strage fu compiuta dal III Polizei – Freiwilligen – Bataillon Italien, cioè un reparto nazista di nazionalità italiana.<br />
Una volta accertato il “metodo” usato dall’autore per selezionare e presentare le informazioni, leggiamo cosa scrive Guidoni a pagina 124: <em>“Nella provincia occupata dagli alleati si compiono le vendette del comunismo asiatico. Ex militari ed ex fascisti, rei di aver fatto solo il proprio dovere, agli ordini di un governo italiano di fatto, le cui leggi peraltro erano cogenti per tutti […] senza processi sono stati uccisi e gettati nel pozzo dello sprofondo tra Civitella M./ma e Roccastrada”</em>. Guidoni non fa riferimento a nessuna “foiba”, bensì a un pozzo sprofondatoio, ma soprattutto colpisce il fatto che le vittime siano da lui definite <em>“ex militari ed ex fascisti”</em>, come se tolta la divisa all’arrivo degli alleati o gettato un distintivo si fossero scaricati di dosso le responsabilità delle azioni – spesso criminose &#8211; compiute fino al giorno prima. Vediamo, poi, chi erano e quando sono stati uccisi questi “ex”. Guidoni parla di <em>“otto ex militari isolati nel comune di Roccastrada”</em>, mentre nell’articolo di Baldanzi si menzionano cinque corpi mai ritrovati: quelli di Vittorio Minucci, Eliseo Franchi, Angiolo Pini, Sebastiano Scalone, Lorenzo Brocchi.<br />
Attenendoci all’elenco dei morti grossetani della RSI, che si trova alle fine delle “Cronache Grossetane”, riscontriamo quanto segue: Vittorio Minucci, carabiniere, è ucciso il 3 maggio 1944 a Roccastrada; Eliseo Franchi, nativo di Piancastagnaio, sottotenente della Guardia nazionale repubblicana, proveniente dalla III Compagnia giovanile di Cinigiano, in alcuni documenti risulta ferito il 24 maggio durante un&#8217;azione di rastrellamento contro i partigiani e morto il 28, mentre per Vito Guidoni il 21 maggio in località Aratrice; Sebastiano Scalone, commissario di P.S. e Angiolo Pini, sottotenente della GNR, furono freddati l’11 giugno a Roccastrada; Lorenzo Brocchi, classe 1892, nativo di Campagnatico, residente a Pari, squadrista nel 1921-1922, capitano della Guardia nazionale repubblicana, fu ucciso il 6 luglio 1944 in località Aratrice. Precisiamo che da Roccastrada, dove secondo Guidoni sono stati uccisi 3 dei 5 militi citati, ad Aratrice, c’è una distanza di almeno 10 chilometri. Intanto chiediamoci con quale criterio Guidoni chiami “ex” i militi sopra citati. Infatti, in provincia di Grosseto il conflitto finì soltanto alla fine di giugno e Roccastrada venne raggiunta e liberata dagli alleati il giorno 24. Alcuni di questi militi e poliziotti fascisti erano in fuga verso l’Italia settentrionale, dove altri loro commilitoni e camerati si erano già rifugiati dopo il 9 giugno, cioè da quando la repubblica sociale grossetana si era disgregata per il sopraggiungere degli alleati. A nord i fascisti grossetani si macchiarono di altri delitti e nefandezze e, cosa che non li rendeva per nulla “ex”, continuarono a combattere a fianco dei tedeschi fino alla Liberazione d’Italia, cioè alla resa della Germania nel maggio 1945.<br />
Proviamo a capire meglio, ad approfondire quanto avvenuto fra il maggio e il luglio 1944, inquadrando gli avvenimenti nel loro contesto, cioé la guerra di Liberazione che si stava combattendo. Adopereremo altre fonti, oltre a Guidoni: la relazione della Brigata “Antonio Gramsci”, quella dei partigiani che si scontrarono con i nazifascisti nella tarda primavera del 1944; le dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri Reali nell’ottobre di quell’anno da molti cittadini, cioè denunce riguardanti la distruzione delle loro proprietà o l’uccisione di civili da parte dei tedeschi, durante la loro “ritirata aggressiva” in territorio roccastradino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
La III Brigata “Antonio Gramsci”</strong><a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><strong><strong>[7]<br />
</strong></strong></a>La Brigata garibaldina “Antonio Gramsci” si costituì nel marzo 1944 e dipendeva dal CPLN, dal Comitato di Roccastrada e da quello Militare di Grosseto, il cui delegato era Aristeo “Ganna” Banchi, comunista e antifascista di vecchia data. La “Gramsci” ebbe stretti rapporti con la brigata senese “Spartaco Lavagnini”, entrambe d’ispirazione comunista. Dopo la sua fondazione videro la luce altri distaccamenti nelle frazioni di Giuncarico, Torniella, Ribolla, Tatti, Paganico, Montemassi, collegati fra loro per tutto il periodo della lotta armata. Comandava la formazione di Roccastrada Sady Basi, ex Sergente Maggiore dell’esercito morto in combattimento nel giugno 1944 e sostituito da Amedeo Pecci, che ne era stato il commissario politico<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Armi, munizioni e mezzi di sussistenza erano gli stessi di un qualunque gruppo partigiano della Maremma: pistole, fucili mitragliatori, mitragliatrici, bombe a mano e i viveri erano forniti dai proprietari e dai contadini della zona, o provenivano dalla cattura di quelli destinati ai tedeschi e ai fascisti. Le azioni della “Gramsci”, descritte nella Relazione della banda, iniziarono il 12 aprile e terminarono il 24 giugno 1944, quando gli alleati liberarono Roccastrada. Ci soffermeremo su quelle di maggio e giugno, selezionando le più significative e tralasciando quelle riferite agli approvvigionamenti di armi e viveri. Il 3 maggio i partigiani disarmarono quattro carabinieri repubblicani, di cui solo uno veniva arrestato e <em>“giustiziato al campo perché noto fervente fascista e nemico instancabile dei partigiani e delle loro famiglie”</em>. A giudicare dalla data, che coincide con quanto scritto da Guidoni, dovrebbe trattarsi di Vittorio Minucci, che dunque sarebbe stato ucciso al campo partigiano, cioè in località Bagnolo, distante 5 o 6 chilometri da Aratrice.<br />
Il giorno 14 (in altra documentazione l’evento è datato 4 maggio) la “Gramsci” collaborò alla fuga dal Campo d’internamento di Roccatederighi di 5 francesi, fra i quali il Maggiore della Legione Straniera René Babbonneau, un ufficiale jugoslavo (Ernst Rosenfeld, che si aggregò alla “Spartaco Lavagnini” con il nome di battaglia “Barbanera”) e l’ebreo grossetano Cesare Nunes<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.<br />
Il 18 maggio i partigiani eliminarono un maresciallo della milizia impegnato in attività di spionaggio e un suo delatore già infiltrato nella formazione. Lo stesso giorno i combattenti attaccarono il carcere di Roccastrada, liberarono tutti i prigionieri e uccisero il guardiano e un altro milite.<br />
Alla data del 21 maggio la relazione della “Gramsci” registrò uno scontro a fuoco, un’azione di guerra particolarmente cruenta presso la località Aratrice, fra un esiguo numero di partigiani e un nutrito gruppo di fascisti, con perdite da parte di questi ultimi. Una staffetta fu inviata al campo partigiano per ottenere rinforzi e al ritorno incontrò una pattuglia repubblichina che gli intimò l’alt. Come risposta il combattente sparò uccidendo un tenente e un gregario, mentre il resto dei fascisti si disperdeva. Stando alla data, la stessa che riporta Guidoni, è questa la circostanza in cui fu ucciso il sottotenente Eliseo Franchi. Tre giorni dopo i combattenti catturarono due fascisti, ritenuti innocui e per questo rilasciati, ma a condizione di provvedere a inviare viveri. Cosa che fu puntualmente eseguita.<br />
All’approssimarsi del fronte, la formazione minò tutti i ponti intorno a Roccastrada facendoli saltare in aria.<br />
Il 2 giugno la “Gramsci” sfuggì a un tentativo di accerchiamento operato dai fascisti. Alcuni partigiani furono fatti prigionieri e torturati, ma non uccisi. Saranno liberati al momento della presa di Roccastrada. Nello scontro per sfuggire all’accerchiamento, i repubblichini ebbero alcune perdite.<br />
Fra il 6 e l’8 giugno i combattenti per la libertà attaccarono e occuparono i principali paesi: dapprima Civitella, dove fu assaltata la caserma dei carabinieri e disarmati 19 militi, poi Paganico, Sticciano, Batignano, Montemassi, Sassofortino, Roccatederighi, Torniella. Il 9 gli uomini della “Gramsci” fecero il loro ingresso a Roccastrada dove <em>“la popolazione</em> <em>attendeva da molto tempo con ansia questo evento e ricevé i suoi figli con una manifestazione incredibile di entusiasmo”</em>. In tutti i paesi venne mantenuta la calma e l’ordine, arrestati i fascisti rimasti e distribuiti i viveri alle popolazioni. In questo contesto, l’11 giugno, furono uccisi Pini e Scalone. Nella relazione della “Gramsci” non è riportato nessun evento a questa data. Vediamo di capire chi erano i due militi in questione, in cosa si erano distinti e quali mansioni avevano svolto durante i 9 mesi della repubblica sociale in provincia di Grosseto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Angiolo (o Angelo) Pini e Sebastiano Scalone<br />
</strong>Angiolo Pini, detto il tenentino per la sua corporatura minuta, era nato a Grosseto nel 1920. Durante i mesi della RSI operò nei comuni di Pitigliano e Sorano. Vito Guidoni ce lo presenta a pag. 99 delle sue “Cronache Grossetane”, quando scrive che la GNR (senza nominare Pini) uccise un parà americano a Elmo di Sorano il 26 marzo 1944. In realtà la GNR di Pitigliano, con a capo Pini, uccise il messicano Antonio Marta il 4 aprile alle 4 del mattino, a Casa Pulcini, presso Montebuono.<br />
Sempre a pag. 99 Guidoni afferma che<em>: &#8221; Lo stesso 26 marzo, con azione di controbanda (minima forza in abiti civili) il ten. Pini, in agro di Sorano, eliminava il pericoloso capo banda Calvino&#8221;.</em> Calvino Gagliardi, della classe 1922, non fu ucciso il 26 marzo, ma il 18 maggio in un’ imboscata<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.<br />
In una lettera datata 6 giugno 1944, il tenente dei carabinieri Gustavo Lombardi, che aveva prestato servizio alla stazione di Pitigliano, testimoniò di aver scarcerato l’antifascista Adorno Camilli di Sorano <em>&#8220;per scrupolo di coscienza, perché il sotto ten. Pini minacciava continuamente di ucciderlo&#8221;<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><strong>[11]</strong></a></em>.<br />
A pag. 50 del libro <em>&#8220;Per noi il tempo s&#8217;è fermato all&#8217;alba&#8221;</em>, edito da Effigi, Marco Grilli ha pubblicato un documento, rinvenuto nell’Archivio di Stato di Grosseto, fondo Prefettura, relativo a un <em>“giro di propaganda”</em> della Guardia nazionale repubblicana nel territorio di Sorano, con lo scopo di reclutare giovani per l’esercito, cioè un rastrellamento con minacce alle famiglie dei renitenti, compiuto da 15 militi agli ordini di Angiolo Pini, presente il segretario del Partito fascista di Pitigliano<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Pini fu uno spietato persecutore di partigiani e antifascisti e il suo nome è legato inscindibilmente all’omicidio del combattente Calvino Gagliardi. Probabilmente il sottotenente lasciò Pitigliano dopo il bombardamento americano del 7 giugno, comunque prima del 10, giorno in cui i partigiani occuparono il paese. Possiamo ipotizzare che egli abbia raggiunto Grosseto già abbandonata dai suoi camerati, per cui ritenne opportuno dirigersi altrove, più lontano possibile dal fronte. Forse era in compagnia del commissario Scalone, quando fu ucciso dai partigiani l’11 giugno del 1944 a Roccastrada.<br />
Sebastiano Scalone, commissario di P.S. alle dirette dipendenze del vice-questore Liberale Scotti, comandò il reparto di poliziotti presente al rastrellamento di Monte Bottigli e alla cattura degli 11 renitenti e antifascisti, barbaramente trucidati a Maiano Lavacchio. Dopo il massacro dei minatori di Niccioleta, l’uccisione dei martiri d’Istia rappresenta l’episodio di maggior crudeltà perpetrato dai nazifascisti in provincia di Grosseto. Peraltro la strage fu opera esclusiva dei fascisti. Scalone è così descritto nel già citato documento del Comune di Grosseto, fondo CPLN: <em>“Sedicente dottore in giurisprudenza. Iscritto al P.F.R.. Ha organizzato e diretto molti rastrellamenti in cui vennero uccisi dei partigiani. Diresse la spedizione di P.S. che portò all’eccidio di Istia d’Ombrone e del quale ebbe a vantarsene pubblicamente, ripromettendosi anche di ripetere in seguito misfatti del genere”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><strong>[13]</strong></a></em>. Condannato nel 1946 a morte per fucilazione in contumacia, in quanto collaboratore dei tedeschi invasori, la pena gli venne commutata dapprima all’ergastolo, poi a trent’anni di reclusione. Nel 1973 la Corte d’Appello di Perugia dichiarò estinto il reato<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Essendo residente a Roccastrada, è molto probabile che sia stato catturato e ucciso l’11 giugno 1944 dai partigiani mentre cercava di riparare verso località più sicure, cosa che in quei frangenti tentavano i fascisti più compromessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Liberazione<br />
</strong>Dopo la Liberazione di Roma, avvenuta fra il 4 e il 5 giugno 1944, la ritirata della Wehrmacht in direzione della Toscana fu rapidissima. Incalzati dagli alleati, i tedeschi raggiunsero in pochi giorni il confine fra le province di Viterbo e Grosseto e solo allora rallentarono il ritmo del ripiegamento, decisi a opporre resistenza all’avanzata nemica. Fu a questo punto che alle loro spalle iniziò la guerriglia delle bande partigiane che popolavano i boschi di Montauto e la Selva del Lamone. La loro azione, a sostegno degli alleati, fu in certi casi determinante per la Liberazione dei centri abitati di una certa consistenza, come Capalbio, Manciano, Pitigliano e Sorano. Pitigliano, probabilmente caso unico in Toscana, fu liberato unicamente dai partigiani fra il 10 e l’11 giugno, con una battaglia ingaggiata contro i tedeschi e durata 26 ore<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Quanto avvenuto a sud di Grosseto fu riferito immediatamente agli alti comandi della Wehrmacth, come si deduce dalla lettura dei loro diari di guerra, e certamente influì negli ordini draconiani del 17 giugno, emanati dal Generale Kesselring, sulla modalità di condurre la lotta alle bande, <em>“con tutti i mezzi a disposizione e con la massima durezza”<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><strong>[16]</strong></a></em>. L’avanzata degli alleati procedette a sud, lungo la costa, dove la 36^ Divisione di fanteria “Texas” liberò Magliano in Toscana e raggiunse Grosseto il 15 giugno; in direzione dell’Amiata avanzavano il Corpo di spedizione francese e una Task force USA detta “Ramey”. Intanto, a partire dall’11 giugno, iniziò lo stillicidio delle singole uccisioni di civili e varie stragi, compiute dai tedeschi e dai fascisti sulla popolazione inerme.<br />
Anche a Roccastrada il passaggio del fronte, che avvenne fra il 14 e il 24 giugno, portò morte e distruzione. Il suo territorio <em>“era al centro delle attenzioni del Comando germanico, perché si trovava in un punto strategico, in quanto costituiva un collegamento con la zona di Pomarance e Volterra, dove erano dislocate le altre divisioni tedesche del XIV Corpo Corazzato, e con Siena, da dove provenivano i rifornimenti”<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"><strong>[17]</strong></a></em>. Agli scontri con i partigiani della “Gramsci”, iniziati già nella prima metà di giugno, i tedeschi affiancarono una strategia del terrore, una “guerra ai civili” che causò la morte di 14 persone, la maggior parte uccise in circostanze non note. Il 12 giugno fu ucciso Tersilio Tofanelli a Sugherecci di Roccastrada; il 15 furono assassinati l’agricoltore Leopoldo Ciacci e il garzone Romolo Bartoli al podere La Fonte da tedeschi ubriachi che avevano ospitato; sempre il giorno 15 fu uccisa a Roccastrada Genoveffa Tiberi; il 16 a Roccastrada fu ammazzata la sessantanovenne Vitaliana Ricci; il 18 a Sticciano venne ucciso Armando Guerri; il 19 furono assassinati Francesco Sgai e Luigi Turacchi in località Capannone; il 19 fu mitragliato a Roccastrada l’operaio Vincenzo Bechi; il 20 giugno persero la vita per mano tedesca 3 operai di Sassofortino, perché nella loro proprietà fu trovato un moschetto; il 21 giugno a Roccastrada venne assassinata l’ottantenne casalinga Giuseppa Natali; il 23 fu ucciso Primo Santri a Sassofortino <a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. Agli omicidi si affiancarono le devastazioni. Fra il 15 e il 24 giugno i tedeschi saccheggiarono, distrussero con le mine o incendiarono 16 abitazioni di Torniella, episodi denunciati dopo la guerra dalle vittime di tali atti vandalici, con dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri Reali<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.<br />
Nel frattempo la “Gramsci” si scontrava con i tedeschi con esiti non sempre positivi. Il 17 giugno, in località Ponte del Ricci, 4 partigiani del distaccamento di Montemassi persero la vita in uno scontro con i tedeschi, che erano in netta superiorità numerica. Morirono Diego Degli Esposti, comandante della brigata, Lismo Piastri, Isio Pinna e Francesco Bellitto<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>. Tra il 21 e il 22 giugno i partigiani attaccarono i tedeschi in prossimità di Roccastrada, provocando la morte di 5 nemici e la cattura di altri. Nello scontro perse la vita il comandante della formazione Sady Basi.<br />
Il 23 il grosso dei tedeschi, inseguito dagli alleati, raggiunse Roccastrada. I partigiani fronteggiarono per ore l’avanzata nemica, infliggendo varie perdite e causando lo sbandamento di molti soldati, ma dovettero desistere di fronte ai carri armati del nemico. Roccastrada fu evacuata e i soldati della Wehrmacht, entrati nel paese, si abbandonarono a saccheggi e distruzioni, descritti dal partigiano Elio Tantulli: <em>“Lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi, quando ci fu possibile rientrare era davvero sconsolante; il palazzo comunale, la torre dell’Orologio e decine di altri edifici erano stati fatti saltare con cariche esplosive, molti altri incendiati e molte strade minate”<a href="#_ftn21" name="_ftnref21"><strong>[21]</strong></a>.<br />
</em>Il 24 giugno gli alleati raggiunsero e liberarono Roccastrada, incontrandosi con i partigiani e la popolazione. Negli scontri dei giorni successivi furono fucilati 37 tedeschi e molti altri catturati, ma anche i partigiani registrarono 6 vittime. La Relazione mette in evidenza le crudeltà perpetrate sulla popolazione dai tedeschi in fuga, perché i corpi di civili uccisi <em>“continuavano a essere incontrati sparsi qua e là per le campagne ed il loro numero è imprecisato”</em>. La guerra, per Roccastrada, era finita. La III Brigata “Antonio Gramsci” ebbe 28 caduti per la causa della libertà. In questi frangenti si colloca l’uccisione del capitano della Gnr Lorenzo Brocchi, l’ultimo dei cosiddetti “infoibati”, avvenuta il 6 luglio a Aratrice. Brocchi fu l’unico dei 5 ad essere ucciso a pochi giorni di distanza dal passaggio del fronte, quando gli animi erano ancora eccitati dalle distruzioni e dagli omicidi commessi dal nemico in fuga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni<br />
</strong>La guerra di Liberazione ha lasciato a Roccastrada molte questioni ancora aperte, come l’evento in cui perse la vita Sady Basi, del quale i testimoni hanno preferito non dire. <em>“Il dopoguerra a Roccastrada</em> – scrivono Benedettelli e Giovannini &#8211;<em> è segnato più di altri dalla fatica della ricostruzione di un clima di pace. Si è protratta a lungo una memoria difficile, piena di vuoti, che è ancora impossibile colmare e che a tratti lascia intravedere indizi di episodi mai chiariti. Un clima pesante, di divisioni storiche tra eredi del fascismo e antifascisti, ma anche di disarmonie fra i protagonisti della Resistenza”<a href="#_ftn22" name="_ftnref22"><strong>[22]</strong></a></em>. Alle stesse conclusioni è giunta Cinzia Pieraccini, che attribuisce la difficoltà a ricostruire pienamente il passato a una resistenza di tipo “antropologico” della popolazione di Roccastrada: <em>“Aleggia fra alcuni roccastradini una sorta di resistenza al racconto, allo sforzo della memoria”</em>, difficoltà riscontrata, non solo per la ricostruzione degli eventi del Ponte del Ricci, ma anche per <em>“il cosiddetto pozzo sprofondatoio – del quale si sono rintracciati alcuni elementi minimi nell’archivio comunale –rispetto al quale laddove non c’è assenza totale di testimonianze, è presente un variegato ventaglio di interpretazioni tale da mettere in dubbio la stessa realtà dell’accaduto”<a href="#_ftn23" name="_ftnref23"><strong>[23]</strong></a>. </em>Abbiamo cercato di ricostruire, seppur sommariamente, gli eventi della Liberazione di Roccastrada, all’interno dei quali si collocano le uccisioni di 5 militi fascisti, la cui scomparsa, probabilmente all’interno dello sprofondatoio, non ha nulla a che vedere con le Foibe istriane e giuliane del 1943 e del 1945. Un chiarimento in questo senso – e non è il primo – è stato espresso recentemente da Luciana Rocchi, che ha diretto per molti anni l’Istituto Storico grossetano della Resistenza e dell’età Contemporanea. Intervenendo su “Il Tirreno” dell’11 febbraio, Rocchi ha asserito che<em> “si fa un uso equivoco di un termine (foiba) che rientra in una precisa categoria storica […] se si parla di eventi storici non c’è più in Italia chi ignori che si tratta delle cavità carsiche delle zone di confine dove italiani e tedeschi furono gettati e uccisi”</em>. Luciana Rocchi prosegue confermando la realtà dello sprofondatoio, che <em>“esiste. Ha una precisa localizzazione, si conoscono i nomi di uomini che vi furono gettati. Fatti che vanno inquadrati in quella che fu una guerra civile…”</em>. E più avanti: <em>“Commemorare, pregare, onorare, ascoltare e condividere il dolore è legittimo- Che se ne parli e si cerchi è saggio. Però, per favore, basta con la foiba di Roccastrada”<a href="#_ftn24" name="_ftnref24"><strong>[24]</strong></a></em>. Certo, è saggio che si cerchi, che si faccia luce su episodi ancora oscuri o dai contorni incerti, mentre è sbagliato e pericoloso strumentalizzare o deformare i fatti per finalità contingenti, che nulla hanno a che vedere con l’onestà e il rigore necessario per ricostruire gli eventi storici.<br />
E’ saggio che si cerchino i dispersi, come il carabiniere Veriano Contrucci, partigiano della Banda Arancio Montauto, catturato dai tedeschi a Manciano il 9 giugno e fucilato, verosimilmente, 2 giorni dopo a Roccastrada<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a> ed è altrettanto saggio indagare sulla scomparsa di Ubaldo Fanti, Maresciallo della Folgore, combattente con i tedeschi, mitragliato a morte dagli alleati in prossimità di Sorano. I morti sono morti, sono tutti uguali, si dice, ma non dimentichiamoci mai che da vivi non lo furono.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Franco Dominici</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Il Tirreno”, 9 febbraio 2017</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> A. Banchi “Ganna”, <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, </em>Effigi, Arcidosso, 2014, pag. 38.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> A. Cavoli,<em> Aspettando gli angloamericani. La Resistenza in Maremma fra eroi esaltati, eroi dimenticati, contraddizioni e mezze verità</em>, Stampa Alternativa “Strade Bianche”, Roma 2006, pp. 30-33. F.Dominici.G. Betti (a cura di), <em>Banda Arancio Montauto 1943-1944. La Resistenza fra Toscana e Lazio</em>, Effigi, Arcidosso 2016, pp. 113 e 126.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> M. Franzinelli, <em>L’amnistia di Togliatti.1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti</em>, Feltrinelli, Milano 2016, pag. 90.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Aisgrec (Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea), CPLN, b. 7, f. Elenco dei fascisti maggiormente responsabili fuggiti prima dell’arrivo degli alleati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> www. grossetocontemporanea.it: “<em>Il campo di concentramento di Roccatederighi: la mostra e il documentario”</em>. <em>“Il seminario vescolvile di Roccatederighi”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> La Relazione generale della Brigata “Antonio Gramsci” si trova in Aisgrec, Fondo ANPI, B. B7, f. Pp9.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Amedeo Pecci, che sarà anche sindaco di Roccastrada, aveva scelto il nome della Brigata perché era stato a lungo in carcere con Antonio Gramsci. Pecci, segretario del gruppo anarchico Germinal, era stato arrestato nel 1921 a seguito dell’uccisione di un fascista. Condannato a 21 anni di carcere, uscì nel 1936, ma per altri 4 anni fu internato in una casa di lavoro. Uscito alla fine del 1943, ritornò a Roccastrada e si unì alla formazione di Basi. Si veda: L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), <em>Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi</em>, Comune di Roccastrada-Isgrec, Effigi, Arcidosso 2008, pp. 14 e 25, note 5 e 15.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Per questo episodio si veda anche: G. Betti, F. Dominici, <em>Banda Armata Maremmana 1943-1944. La Resistenza, la guerra e la persecuzione degli ebrei a sud di Grosseto (Manciano, Pitigliano, Sorano, Castell’Azzara, Roccalbegna, Capalbio, Magliano in Toscana, Scansano e Ischia di Castro)</em>, Effigi, Arcidosso 2014, pp.234-237.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Per l’uccisione del sergente messicano Antonio Marta e del partigiano Calvino Gagliardi, entrambi appartenuti alla Banda di Montebuono di Sorano, si veda F. Dominici, <em>Il Comune di Sorano nella guerra di Liberazione (settembre 1943-giugno 1944)</em>, Effigi, Arcidosso 2013, pp. 54-55.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> G. Betti, F.Dominici, <em>Banda Armata Maremmana,</em> cit., pag.225, nota n. 534.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> M. Grilli, <em>Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia</em>, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2014, pag. 50; Testimonianza di Bruno Dominici (cl. 1924), cittadino soranese, renitente alla leva, costretto a presentarsi quel 22 marzo insieme ad altri giovani, per le minacce dei fascisti verso le loro famiglie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Aisgrec, CPLN, b. 7, f. Elenco dei fascisti cit., nel documento compare, per errore, con il nome di Fernando nativo di Catania.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> M.Grilli, <em>Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia</em>,cit., pag. 117.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> F. Dominici, <em>La battaglia di Pitigliano 10-11 giugno 1944”</em>, in <a href="http://www.nctufo.it">www.nctufo.it</a>, Rubrica “Pillole di Storia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> G. Betti-F. Dominici, <em>Banda Armata maremmana</em>, cit., pag. 177.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), <em>Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi</em>, cit. pp. 34-35</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Per le uccisioni dei civili si veda il sito <a href="http://www.straginazifasciste.it">www.straginazifasciste.it</a>, curato, per la provincia di Grosseto, da Marco Grilli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> R. Absalom, P. Carucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), <em>Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945. Guida alle fonti archivistiche. Gli archivi italiani e alleati</em>, Carocci, Regione Toscana 2004, CD allegato, Diari Storici, Lucca-Grosseto, allegati dal 37 al 56. Nell’ottobre del 1944 i cittadini: Lio Bartalucci, Gino Franci, Vittorio Neri, Alberto Giorgi, Lelio Galeazzi, Dino Bartolucci, Alegio Verdiani, Modesta Montemaggi, Dante Verdiani, Procopio Verdiani, Goliardo Cerreti, Tullio Manganelli, Giulio Pedani, Aldo Guerrini, Genesio Parti e Fulvio Geri dichiararono al Maresciallo dei CC di Torniella di aver subìto la distruzione delle loro abitazioni da parte dei tedeschi al passaggio del fronte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Si veda C. Pieraccini, <em>L’episodio di Ponte del Ricci: 17 giugno 1944, una strage da riscoprire,</em> Comune di Roccastrada, Grafiche Vieri, editrici “il mio amico”, Roccastrada 2005.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), <em>Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi</em>, cit. pag. 39.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Ibidem, pag. 37.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> C. Pieraccini, <em>L’episodio di Ponte del Ricci: 17 giugno 1944, una strage da riscoprire,</em> cit., pag 40.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> L. Rocchi, <em>“Per Roccastrada sbagliato parlare di Foiba”</em>, in <em>Il Tirreno</em>, 11 febbraio 2017.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> F. Dominici, <em>Fra letteratura e storia con i racconti di Gileo Galli”</em> in <a href="http://www.nctufo.it">www.nctufo.it</a>, Rubrica “Pillole di Storia”.</p>
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		<title>Miti di Maremma: il “Tenente Gino”</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2017 15:27:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Vi rimando vostro figlio, con la convinzione che i partigiani sono uomini che combattono per una fede e un ideale…[1]” Era Gino soldato di gran stile Forte e dotato di tanto coraggio Ma di animo e di cuore molto umile, Giusto e nemico di ogni brigantaggio, Sol per la libertà prese il fucile, Ma tradito [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>“Vi rimando vostro figlio, con la convinzione che i partigiani sono uomini che combattono per una fede e un ideale…</em><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><em><strong>[1]</strong></em></a><em>”</em></p>
<p style="text-align: center;">
<div id="attachment_560" style="width: 410px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16466665_1243309452419295_1234675605_o.jpg"><img class="wp-image-560 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16466665_1243309452419295_1234675605_o-400x267.jpg" alt="16466665_1243309452419295_1234675605_o" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">La Medaglietta del Tenente, rinvenuta in prossimità di Manciano.</p></div>
<p><em>Era Gino soldato di gran stile<br />
</em><em>Forte e dotato di tanto coraggio<br />
</em><em>Ma di animo e di cuore molto umile,<br />
</em><em>Giusto e nemico di ogni brigantaggio,<br />
</em><em>Sol per la libertà prese il fucile,<br />
</em><em>Ma tradito in quel giorno di maggio<br />
</em><em>Seguendo della dogana il tracciato<br />
</em><em>Verso la morte lo condusse il fato.</em></p>
<p><em> </em><em>Turpe una spia aveva informato<br />
</em><em>Che il Tenente di lì dovea passare:<br />
</em><em>Il branco dei nazisti era imboscato<br />
</em><em>Pronto con la mitraglia ad ammazzare.<br />
</em><em>Caddero entrambi nel vigliacco agguato<br />
</em><em>Così il fascista si poté sfamare<br />
</em><em>Di quel sangue generoso e umano<br />
</em><em>Carpito al valoroso partigiano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni maremmano che ha a cuore la libertà e la democrazia dovrebbe percorrere, almeno una volta nella vita, la strada bianca della Dogana che dal borgo di Murci (Scansano) raggiunge un cippo isolato: una colonna spezzata, alla cui base risaltano le fotografie e i nomi di due giovani partigiani. Qui, la sera del 7 maggio 1944, la milizia fascista uccise, nel corso di un rastrellamento o forse di un’imboscata, Luigi Canzanelli, nome di battaglia “Tenente Gino”, e il suo attendente Giovanni Conti di Montemerano.</p>
<div id="attachment_551" style="width: 317px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16521855_1243309165752657_1736512488_n.jpg"><img class="wp-image-551 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16521855_1243309165752657_1736512488_n-307x400.jpg" alt="16521855_1243309165752657_1736512488_n" width="307" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Il Tenente Gino</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ma chi era Luigi Canzanelli e come era arrivato in Maremma?<br />
Colui che era destinato a diventare il partigiano più famoso e amato della nostra terra, era nato da Luigi e Giustina Bironzo in Egitto, al Cairo, il 12 ottobre del 1921, dove sarebbe rimasto fino all’età di 12 anni, fin quando la madre, divenuta vedova, decise di tornare in Italia e stabilirsi a Milano. Era il 1933. Luigi s’iscrisse al Liceo Scientifico Vittorio Veneto e nel 1939 conseguì la maturità; in seguito s&#8217;immatricolò alla facoltà di Ingegneria del Politecnico, la celebre università milanese per la quale sostenne brillantemente, per un biennio, numerosi esami.In questi anni Canzanelli maturò idee liberali e antifasciste, che lo caratterizzeranno per tutta la sua breve esistenza. Nel 1941 arrivarono gli obblighi militari: entrò come soldato di leva nel 46° Reggimento Artiglieria Motocorazzata “Trento”, per essere poi inviato al Corso Ufficiali di Complemento di Pesaro e assegnato definitivamente al reparto nel 1942. Alla data dell’8 settembre si trovava a Grosseto, insieme all’amico Antonio Lucchini, anch’egli sottotenente, con il quale avrebbe condiviso buona parte di una nuova avventura: la Resistenza. Nel capoluogo maremmano i due sottotenenti erano bloccati con l’81° Batteria cannoni anticarro, composta da un’ottantina di uomini, perché avevano esaurito le scorte di benzina. A Grosseto appresero dell’armistizio, cui seguì lo sbando dell’esercito e del loro reparto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così decisero di partire per unirsi agli anglo-americani, ma prima di mettersi in viaggio <em>“ai cannoni togliemmo gli otturatori e rompemmo gli equilibratori, perché i 75 controcarro avevano una bocca da fuoco molto lunga, dunque una preponderante di portata notevole, ed eliminati gli equilibratori non si poteva più manovrarli né dare loro elevazione, erano fuori uso. Dunque, allora, prendemmo gli otturatori e li caricammo sul camion, poi forammo gli equilibratori che erano ad aria compressa, dunque sabotammo i camion e gli otturatori, che buttammo poi nell’Ombrone a Istia. Con l’autocarro Bianchi Cives partimmo io, Gino Canzanelli, il sottotenente Decimo … e il comandante della batteria che era il tenente Arosio<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a>”</em>. I quattro militari raggiunsero Montemerano il 12 settembre 1943. Qui presero contatto con gli antifascisti e con Arancio Santi, il fondatore della prima banda partigiana in Maremma, nata a seguito di varie riunioni a casa della partigiana Mariella Gori, nel centro storico di Manciano. I repubblichini del luogo, scoperta l’attività clandestina, cercarono di arrestare Arancio che riuscì a fuggire e a nascondersi a Montauto, mentre Lucchini e Canzanelli caddero nelle mani dei fascisti e finirono in prigione ad Arcidosso. Da quelle carceri riuscirono a evadere nel dicembre del 1943 e a raggiungere le macchie del mancianese, la località Pelagone, non molto distante da Montauto. Iniziarono i mesi della lotta armata, della clandestinità assoluta, dei disagi del vivere alla macchia, in nome di un’altra Italia, avversa a quella della propaganda e della retorica del regime. Entrambi i sottotenenti avrebbero potuto aderire alla RSI, dormire in caserme riscaldate, ricevere la paga mensile, mangiare pasti caldi e abbondanti. La loro scelta fu diversa, ferma, irreversibile, come quella degli altri sottotenenti e soldati della “Montauto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Tenente Gino, che tutti hanno descritto come uomo coraggioso e silenzioso, non ci ha lasciato un resoconto delle sue azioni e quelle che elenchiamo sono il risultato di una nostra ricostruzione, basata sulle testimonianze dei suoi uomini, su relazioni partigiane di altri reparti, su documenti fascisti, di vari archivi e su alcune pubblicazioni. È immediatamente evidente il fatto che quasi nessuna azione è diretta contro i tedeschi: quella di “Gino” fu esclusivamente una guerra civile, una lotta contro il nemico fascista, considerato traditore e asservito ai tedeschi. L’elenco delle azioni che segue prende avvio dai giorni successivi alla fuga dalle carceri di Arcidosso, quindi posteriore all’attività di recupero delle armi, che vide protagonista anche Canzanelli sin dall’ottobre del 1943.</p>
<div id="attachment_553" style="width: 410px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16522075_1243309322419308_1799758267_o.jpg"><img class="wp-image-553 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16522075_1243309322419308_1799758267_o-400x267.jpg" alt="16522075_1243309322419308_1799758267_o" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Lapide presso il Comando Provinciale Carabinieri di Grosseto</p></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>CRONOLOGIA DELLE AZIONI DEL TENENTE GINO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><u>20 Dicembre 1943</u>: Antonio Lucchini e Luigi Canzanelli si collegano alla Banda Arancio Montauto e sono posti alle dirette dipendenze del capobanda.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>11 Gennaio 1944</u>: Manciano-Montemerano, è attaccata l’auto in transito del segretario politico Brinci, che rimane ferito assieme a un altro fascista.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>10-15 Gennaio 1944</u>: il gruppo partigiano di Capalbio, guidato da Sergio Salvetti, si collega alla Banda Arancio Montauto tramite il Tenente Gino al quale, in occasione di quel primo incontro, sono consegnate varie armi automatiche e munizioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>23 Gennaio 1944</u>: i partigiani minano il ponte sul fiume Fiora presso Montalto di Castro. Il ponte crolla e il traffico è bloccato per vari giorni. L’azione è condotta dal Tenente Gino.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>26 Gennaio 1944</u>: Manciano, alle 20.30 un gruppo di partigiani, fra i quali è presente Canzanelli, attacca l’albergo Legaluppi, residenza delle autorità fasciste. Nello scontro è ucciso il sergente della GNR Catone Corridori, originario di Roccastrada, inviato per contrastare gli antifascisti mancianesi e i partigiani. È ferito anche il segretario Brinci. Nella sparatoria i partigiani hanno un caduto: l’ex aviere Salvatore Martinez.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>1-29 Febbraio 1944</u>: a seguito di ripetuti contrasti all’interno della “Montauto”, i tenenti Antonio Lucchini e Luigi Canzanelli formano delle bande autonome. Luigi Canzanelli si sposta nella zona di Scansano-Murci con i combattenti di Manciano e nella sua nuova formazione, conosciuta poi come Banda di Murci, entrano anche elementi appartenuti ai Tigrotti di Maremma<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Il Tenente Antonio organizza il suo campo nella zona del Pelagone (Manciano) e di Monte Bellino (Ischia di Castro).</p>
<p style="text-align: justify;"><u>17-18 Marzo 1944</u>: a Cerreto Piano di Scansano è attaccata la locale miniera e asportato esplosivo e altro materiale e poi uomini della Montauto disarmano quattro militari della guardia di finanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>19 Marzo 1944</u>: i partigiani attaccano la miniera di Baccinello di Scansano. Sono sequestrati esplosivi, coperte e altro materiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>21 Marzo 1944</u>: il paese di Murci è occupato dai partigiani, che si scontrano con i tedeschi e le forze di polizia. A seguito di tale scontro i combattenti alla macchia lasciano l’abitato.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>21 Marzo 1944</u>: i partigiani attaccano la sezione del PFR di Baccinello, s’impossessano di armi, minacciano il segretario del fascio locale e distruggono un ritratto di Mussolini.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>24 Marzo 1944</u>: i partigiani occupano il paese di Murci, distruggono la sede locale del PFR e requisiscono 120 quintali di grano all’ammasso.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>26 Marzo 1944</u>: il Tenente Gino sequestra in un albergo di Samprugnano il commissario prefettizio di Manciano Giovacchino Brinci e il sergente della GNR Guglielmo Faenzi. Nell’azione è ucciso il maresciallo della GNR Luca Carlucci. I due prigionieri sono portati al campo partigiano delle Caprarecce. Giovacchino Brinci riesce a fuggire e a informare la GNR e allora i partigiani uccidono Faenzi e si allontanano rapidamente dalla zona.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>1-15 Aprile 1944</u>: il Comitato militare provinciale consegna alla Banda di Murci 15 moschetti forniti dal CPLN.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>7 Aprile 1944</u>: a Montecucco è ucciso dai fascisti il comandante della Formazione Mameli, il lance corporal (caporale) Roderik Douglas Lawrence, amico di Canzanelli, conosciuto come “Capitano Rodric”, che aveva precedentemente comandato i partigiani di Montebuono di Sorano.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>10 Aprile 1944</u>: un rastrellamento della GNR nella zona di Murci consente la liberazione di un milite fascista sequestrato il 21 marzo dai partigiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>13 Aprile 1944</u>: alcuni appartenenti a “bande armate” sequestrano del materiale alla miniera di Baccinello (Scansano).</p>
<p style="text-align: justify;"><u>21 Aprile 1944</u>: il Tenente Gino attacca nella notte gli uffici della Questura di Grosseto, sfollati a Preselle. Sono asportate armi e distrutto il carteggio rinvenuto nel locale.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>28 Aprile 1944</u>: a Preselle di Scansano i partigiani ingaggiano una sparatoria con un milite fascista che è ferito dalle schegge di due bombe a mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>28 Aprile 1944</u>: i partigiani requisiscono due buoi, un carro e del materiale alla minieria di Baccinello di Scansano.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>1-5 Maggio 1944</u>: la banda di Murci assalta il locale ammasso del grano e fa distribuire la farina ricavata dalla macinazione alla popolazione. Stessa sorte subirà l’ammasso del grano di Baccinello, requisito e distribuito alla gente, nonostante la GNR riesca poi a recuperarne una parte.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>1-5 Maggio 1944</u>: il Tenente Gino e i suoi uomini catturano, nelle campagne intorno Montemerano, presso il podere “Casettina”, un giovane del luogo che confessa, sotto la minaccia di una pistola, di essere stato inviato dal fascista repubblicano Severino Fabbri per conoscere il campo dei partigiani, il loro numero, le armi in dotazione e le munizioni. Canzanelli, saputo che il compenso per la delazione ammontava a 150 lire,scaglia in faccia alla spia il portafogli della banda contenente 32.000 lire. Prima di partire per <em>“l’azione e che poi si tramutò in imboscata che finì con la perdita del povero Tenente Gino”</em>, Canzanelli ordina al partigiano Egisto Fatarella di legare l’uomo catturato, bendarlo e imprigionarlo nella capanna del corpo di guardia. Presenti al fatto sono il partigiano inglese Kitts Douglas e l’americano Jimmy Rilly<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</p>
<div id="attachment_558" style="width: 410px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16521940_1243309552419285_1826090872_n.jpg"><img class="wp-image-558 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/16521940_1243309552419285_1826090872_n-400x300.jpg" alt="16521940_1243309552419285_1826090872_n" width="400" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Cippo dedicato al Tenente &#8220;Gino&#8221; a Murci, sul luogo dove fu ucciso. A sinistra del cippo il partigiano Ameglio Machetti</p></div>
<p style="text-align: justify;"><u>5-7 Maggio 1944</u>: con un gruppo di uomini, Canzanelli assale la caserma dei carabinieri di Cana per appropriarsi di armi e munizioni. L’attacco non ottiene l’esito sperato per la determinazione a resistere dei militari e allora i combattenti alla macchia si spostano verso il paese di Stribugliano e lo occupano. Nel frattempo il partigiano Albino Pastorelli ferma alcuni giovani di Cana, fra cui un figlio di Gino Giustarini, brigadiere della guardia nazionale repubblicana di Roccalbegna. Il giovane è trattenuto dai partigiani, ma dopo uno scambio di lettere fra il Tenente Gino e il Giustarini, è rilasciato il giorno 6. La mattina del 7 maggio del 1944 militi fascisti al comando del capitano Santini arrestano il partigiano Mario Marini, nativo di Sorano, che ammette di dipendere dalla banda del Tenente Gino. Inizia l’operazione di rastrellamento sotto la direzione del capitano fascista Vitali che si avvia con i suoi militi, muniti di nuovissimi fucili mitragliatori Beretta, verso le Caprarecce, la base partigiana di Gino. I fascisti sono guidati dal Marini, tenuto legato con una fune. A circa 2 chilometri dalle Caprarecce avviene il drammatico incontro: i militi repubblichini, odono rumori di passi e voci e possono anticipatamente predisporsi all’agguato. Stando anche alle testimonianze dei partigiani presenti e sopravvissuti all’imboscata, essi non si accorgono di nulla fino a quando non avvertono gli spari. Muore così a Murci il mitico Tenente Gino, all’età di 22 anni, insieme al suo inseparabile attendente Giovanni Conti di Montemerano, di 21 anni. Dopo aver colpito a morte i due partigiani, i repubblichini infieriscono sui loro corpi, come costatato dal parroco Don Giovanni Battista Amantini, che descrive in dettaglio le numerose ferite di arma da fuoco<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>, sparate per disprezzo, rabbia repressa e educazione al culto della violenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Canzanelli è insignito di medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria e a lui è dedicata la caserma che ospita il Comando Provinciale dei Carabinieri di Grosseto. Sepolto nel cimitero di Murci assieme a Giovanni Conti, la sua salma viene esumata nel 1946 e da allora riposa presso il Cimitero Maggiore, Campo dei Partigiani, tumulo 112, mentre quella di “Giovannino” nel camposanto di Montemerano<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Conti verrà insignito di medaglia di bronzo al Valor Militare (1957) e poi di Croce al merito di guerra (1962).</p>
<p style="text-align: justify;"><u>10-15 Giugno 1944</u>: la morte del Tenente Gino ha immediate conseguenze. Infatti, in due distinte azioni, i partigiani della Formazione Monte Bottigli di Magliano in Toscana, catturano 6 fascisti, fra i quali Gino Giustarini e Mario Marini, ritenuto il traditore di Canzanelli. I 6 sono passati per le armi il 15 giugno 1944 a Montiano. Giustarini, in realtà, è consegnato ai partigiani da un suo conoscente, che lo aveva incontrato a Grosseto, dove il milite della RSI si era rifugiato nei convulsi giorni del passaggio del fronte, presso la trattoria della vedova Molinacci, sita in via S. Martino. Dopo essere riuscito a convincere il repubblichino a salire sul proprio automezzo, <em>“giunto in località Maiano lo consegnai in mano di coloro che resero giustizia, promessa fatta al suo tenente Gino eroicamente caduto<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><strong>[8]</strong></a>”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Franco Dominici</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Lettera del Tenente Gino al brigadiere della GNR Gino Giustarini del 6 maggio 1944 conservata presso l’archivio dell’ISGREC ( Istituto grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Le due ottave sono tratte dalla poesia in ottava rima “Tenente Gino e Giovanni Conti” Maggio 1944-Maggio 2011, di Elino Rossi, che mi donò per il Settantesimo della Liberazione, in occasione della presentazione del mio volume “Banda Armata Maremmana” a Murci.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Testimonianza di Antonio Lucchini rilasciata a Giulietto Betti il 20 marzo 1987, pag. 8.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Per i Tigrotti si veda ASGR (Archivio di Stato di Grosseto), Fondo R. Prefettura, b. 797.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> AISGREC, CLN Manciano, busta 4, f 153 Leopoldo Sarti, Dichiarazione del partigiano Gualtiero Giannerini rilasciata al Maresciallo dei CC Luigi Zacchino il 19 luglio del 1944. Della morte del Tenente Gino ci fu chi si complimentò con il Tenente fascista Edoardo Stoppa, che in quei giorni era presso la caserma di Scansano. Nella Relazione del Comandante Arancio, in riferimento a Canzanelli, è riportato quanto segue: <em>“Alla fine di febbraio, pur rimanendo alle dipendenze tattiche della B.A.M., si spostava nella zona di Murci, ove subiva due rastrellamenti; il primo sventato in tempo dai reparti della Banda dislocati nei pressi; e nel secondo avvenuto il 12.4.1944, per parte del Ten. Repubblichino Stoppa, lasciava eroicamente la vita alla testa del suo reparto”</em> .</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> AISGREC, Fondo ANPI, busta II.5, Pratiche riconoscimenti partigiani da 201 a 300, n. 298 Canzanelli Luigi. Testimonianza del partigiano Aroldo Colombini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> N. Bianchi, <em>Il tenente Gino e il soldato Giovanni,</em> Ed. ETS, Pisa 2013, pp. 112-119.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> AISGREC, CPLN, busta 39 fascicolo G. Giustarini.</p>
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		<title>La liberazione di Grosseto</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 16:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di storia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; La Resistenza, quest’opposizione alla tirannide e alla sua guerra, questo moto di liberazione, è un ritrovamento della patria attraverso la difesa dell’essenziale alla vita: la patria degli orpelli, degli imperi, è cartapesta travolta, è falsità… (Francesco Chioccon) Con un appello trasmesso alla radio nel Natale del 1944, l’avvocato Amato Mati esortava i maremmani ad [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Resistenza, quest’opposizione alla tirannide<br />
</em><em>e alla sua guerra, questo moto di liberazione,<br />
</em><em>è un ritrovamento della patria attraverso la difesa<br />
</em><em>dell’essenziale alla vita: la patria degli orpelli,<br />
</em><em>degli imperi, è cartapesta travolta, è falsità…<br />
</em><em>(Francesco Chioccon)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Con un appello trasmesso alla radio nel Natale del 1944, l’avvocato Amato Mati esortava i maremmani ad alzare la testa con coraggio e amor proprio dopo la tragedia della dittatura e la barbarie della guerra. <em>“Il maremmano sa volere, è forte, è lavoratore accanito, ha già fatto molto, si è rialzato e se ancora siamo nell’abisso ove la guerra e il fascismo ci hanno fatto precipitare, noi già saliamo”.</em> Così Mati, scansanese del Partito d’Azione, subentrato come prefetto ad Aster Festa, si presentava orgogliosamente<em>“a guidare la provincia, non a comandare la provincia, a guidare la provincia maremmana, a guidare i maremmani è uno dei vostri”.</em> Ricordava la perfetta sintonia con il Governo alleato e con il Comitato provinciale di Liberazione Nazionale, del quale avrebbe dovuto essere presidente, se non fosse giunta la nomina ai vertici della prefettura. Per affermare la comunanza d’intenti con il Comitato, Mati asseriva che <em>“in provincia di Grosseto il prefetto e il Comitato di Liberazione non si sono incontrati, come si incontravano prima, in Prefettura, ma presso il Comitato di Liberazione”. </em>Rievocando la religiosità che aveva animato la predicazione di David Lazzaretti e lo spirito del Natale <em>“giorno sacro all’amore e alla fratellanza”</em>, il prefetto stimolava i maremmani all’unione, alla pace e alla buona volontà: <em>“Opponiamo a chi crede ancora che l’Italia sia immorale, perché immorale era l’Italia fascista […] Popolo maremmano! In piedi! Ma questa volta per un’opera di bene e all’avanguardia del popolo italiano!<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>”.<br />
</em>L’esortazione del “prefetto politico”, il suo energico appello alla ricostruzione, prima morale, poi materiale, giungeva 6 mesi dopo la Liberazione delle provincia, quando le risorte amministrazioni comunali provvedevano a rimuovere le macerie dai centri storici dei paesi devastati, a bonificare il territorio dagli ordigni bellici inesplosi, a ripristinare la viabilità e ad arrestare i fascisti repubblicani su ordine del Governo Alleato e del CPLN, anche per sottrarli all’ira della popolazione inferocita.<br />
Ma come era avvenuta la Liberazione di Grosseto? La nostra città fu la prima a essere raggiunta dagli alleati dopo la conquista di Roma. Una volta occupata la capitale, tra il 4 e il 5 di giugno del 1944, l’avanzata degli americani, inglesi e francesi, fu rapidissima: in soli 6 giorni le loro truppe raggiunsero l’alto viterbese e il sud della provincia di Grosseto, incalzando i tedeschi che non opposero resistenza fin quando non arrivarono in Toscana. A grandi linee l’inseguimento degli alleati avvenne su 3 direzioni: gli inglesi a est del lago di Bolsena, il Corpo di spedizione francese e l’americana Task Force “Ramey” verso la strada statale n. 74 e poi della Cassia, mentre a sud, lungo la costa, avanzava la 36° Divisione di fanteria “Texas”. Giunti al confine con la Toscana, i tedeschi si organizzarono percontrastare gli avversari con reparti della 90. Divisione Panzergrenadier, con la 20. Divisione da campo della Luftwaffe e con unità raccogliticce chiamate <em>Kampfgruppe</em>, cioè guastatori disposti a tutto. Proprio al confine fra Lazio e Toscana, in un territorio collinare caratterizzato dalla presenza di boschi vastissimi, si materializzò il peggiore incubo per le armate del Reich: pressati dagli alleati, alle loro spalle iniziò la guerriglia degli uomini della Banda Arancio Montauto. La banda, a seguito di un grande rastrellamento subìto il 20 maggio, si era divisa in vari reparti, pronti a occupare i centri abitati non appena si fosse presentata l’occasione. La Liberazione della Maremma a sud di Grosseto avvenne fra il 10 e il 14 giugno 1944. Nell’area collinare e alle pendici dell’Amiata l’attività partigiana fu intensissima, come rilevarono i tedeschi nei loro diari di guerra. Manciano, Sorano, Pitigliano furono i primi paesi di una certa consistenza a essere liberati. Pitigliano, probabilmente caso unico in Toscana, ottenne la libertà 3 giorni prima dell’arrivo degli alleati grazie ad un’azione dei partigiani di Pietro Casciani, che sbaragliarono i tedeschi appartenuti alla 20. Divisione della Luftwaffe. La battaglia di Pitigliano, unita alla Liberazione di Capalbio da parte della 36° Divisione di fanteria “Texas”, aprì un varco nel fronte di oltre 30 chilometri, così da permettere un’avanzata rapidissima degli alleati e uno spostamento dei tedeschi a est della linea del fronte, verso La Rotta, località nel comune di Pitigliano dove ebbe luogo lo scontro decisivo per liberare questa parte di Maremma. Poi i francesi e gli americani si diressero velocemente verso il Monte Amiata.</p>
<div id="attachment_379" style="width: 358px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Lapide-a-ricordo-del-bombardamento-del-26-aprile-del-1943.jpg"><img class="wp-image-379 " src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Lapide-a-ricordo-del-bombardamento-del-26-aprile-del-1943.jpg" alt="Lapide a ricordo del bombardamento del 26 aprile del 1943" width="348" height="261" /></a><p class="wp-caption-text">Lapide a ricordo del bombardamento del 26 aprile del 1943</p></div>
<p style="text-align: justify;">A sud, come si è detto, la 36° “Texas” aveva occupato Capalbio, dopo aver sopraffatto la 162. Divisione di fanteria turkmena, uno dei reparti più multietnici della Wehrmacht. Il fronte si spostò verso Magliano in Toscana, dove si combatté strada per strada. In quest’occasione si distinse lo Staff Sergent Homer L. Wise, che verrà insignito con la medaglia del Congresso, la massima onoreficenza militare USA. La sera del 14 giugno la fanteria “Texas” aveva raggiunto il fiume Ombrone. Predisposti i ponti di barche nella notte, all’alba del 15 giugno riprese l’avanzata verso il capoluogo maremmano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.<br />
Intanto, proprio in quei giorni di Liberazione, cominciò in Toscana la “guerra ai civili”, cioé decine di singole uccisioni e massacri di massa eseguiti dai tedeschi con la partecipazione e la complicità dei “ragazzi di Salò”, che si verificarono anche nel territorio grossetano, perché Grosseto si trovava sulla <strong>linea della cosiddetta “ritirata aggressiva”.</strong> La dinamica e l’entità delle stragi è stata compiutamente studiata, per la nostra provincia, da Marco Grilli<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. La prima vittima dei tedeschi nei giorni della Liberazione fu, quasi certamente, il cittadino soranese Severino Orienti, di vent’anni, mitragliato alle 8.30 del mattino dell’11 giugno 1944 mentre si stava recando a fare rifornimento d’acqua presso una fonte. Qualche ora dopo Roccalbegna fu il teatro della prima strage di civili in Toscana, con 6 vittime e vari feriti<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. La scia di sangue sarebbe continuata con altri eventi, fra cui l’eccidio di San Leopoldo del 12 giugno, in prossimità di Grosseto, e quello di 83 minatori di Niccioleta e Castelnuovo Val di Cecina, crimine commesso il 13 e il 14 giugno 1944 dalle SS italo-tedesche.</p>
<p><strong>Grosseto: 15 Giugno 1944</strong><br />
E’ necessario un passo indietro, al 25 luglio del 1943, alla caduta di Mussolini, quando la notizia si diffuse rapidamente anche a Grosseto, provocando, come del resto ovunque, una gioia incontenibile nella popolazione. Anche in Maremma, infatti, il crollo della dittatura fu associato alla fine della guerra. Già il 26 luglio un gruppo di antifascisti si riunì in un negozio di Sale e Tabacchi presso Porta Vecchia, di proprietà di Bruno Carmignani, per organizzare una manifestazione. Si trattava di Antonio Meocci, Gastone Barbini, Rinaldo Ludovichi, Umberto Comi e Aristeo Banchi, cioè il comunista “Ganna”, che era tornato dall’esilio nel 1941 e aveva fondato un Comitato antifascista prima del 25 luglio<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Con bandiere tricolori il gruppo si recò presso la Questura, presidiata da militari in assetto di guerra. Dopo un alterco, gli antifascisti si diressero verso le carceri per dimostrare la loro solidarietà a Raffaello Bellucci, arrestato alla frontiera francese mentre rimpatriava<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Inizialmente vi furono delle difficoltà organizzative, che dipesero dall’isolamento degli antifascisti grossetani e dall’impossibilità di ricollegarsi ai partiti, di cui, per stessa ammissione di “Ganna”, si sapeva poco o nulla. Tuttavia, anche a causa della confusione che caratterizzò i 45 giorni del governo Badoglio, a Grosseto gli antifascisti poterono in qualche modo riorganizzarsi e contare sul sostegno di Angiolo Rossi, detto “Trueba”, antifascista di vecchia data e combattente in Spagna, ritornato dal confino. Così l’8 settembre del 1943, non appena circolò la notizia dell’armistizio, i nemici del regime si attivarono immediatamente. Il giorno successivo “Ganna”, Mazzoncini, Albo e Raffaello Bellucci, Gastone Barbini e Antonio Meocci, s’incontrarono nella villa di Mazzoncini in via Mazzini e ciclostilarono volantini inneggianti alla lotta senza quartiere contro il nazifascismo<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.La loro attività fu interrotta da un bombardamento alleato, uno dei tanti che si erano abbattuti sulla città e che avevano provocato morte e distruzione, come quello del 26 aprile del 1943. Quel giorno, lunedì di Pasqua, come ha recentemente scritto Giacomo Pacini,<em>“Grosseto subì il suo primo bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale. Ne avrebbe subiti altri 18, ma questo sarà sempre ricordato per il tragico prezzo di vite civili che costò. Morirono infatti 134 grossetani, tra cui decine di bambini uccisi mentre stavano giocando sulle giostre di un Luna Park situato appena fuori Porta Vecchia. L’attacco, condotto da 48 fortezze volanti americane, colse del tutto di sorpresa la popolazione e in pochi riuscirono a trovare riparo nei rifugi anti-aerei. Sulla città vennero scaricate quasi 400 bombe da 300 libbre e circa 2000 bombe a frammentazione, le cosiddette cluster bombs…<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><strong>[8]</strong></a>”. </em></p>
<div id="attachment_383" style="width: 290px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Grosseto-Porta-Vecchia.jpg"><img class="size-full wp-image-383" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Grosseto-Porta-Vecchia.jpg" alt="Grosseto, Porta Vecchia" width="280" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Grosseto, Porta Vecchia</p></div>
<p style="text-align: justify;">A metà settembre Aristeo Banchi, Tullio Mazzoncini, Giuseppe Scopetani, Antono Meocci e i fratelli Albo e Raffaello Bellucci si riunirono clandestinamente presso la fattoria Mazzoncini di Campospillo (Magliano in Toscana) per dare vita al primo Comitato di Liberazione Nazionale (che avrebbe trasferito la sede a Castel del Piano) e a un Comitato Militare Provinciale per organizzare e coordinare la lotta armata, del quale si occuparono lo stesso “Ganna”, Ugo Pacini e “Trueba”. In questa occasione vide la luce anche la Federazione clandestina comunista grossetana.<br />
Intanto, dal 12 settembre, la provincia di Grosseto era stata occupata dai tedeschi e il colonnello Muller, capo delle Forze Armate Germaniche, assumeva l’incarico di responsabile esecutivo del territorio. Contemporaneamente si riorganizzava il Partito fascista repubblicano con l’arrivo, il 26 settembre, di Alceo Ercolani, pluridecorato maggiore dei bersaglieri ed ex federale del fascio di Treviso. Questi, originario di Bomarzo, in provincia di Viterbo, assumeva la carica di commissario straordinario del Partito fascista. Nominato prefetto il 22 ottobre, o meglio Capo della provincia, come era solito definirsi e firmarsi nei suoi bandi, accettò l’incarico il 25 e lo mantenne fino alla Liberazione. La sua designazione, con cui sostituiva Palmardita, avvenne dopo insistenti pressioni del comando tedesco, che nei propri rapporti definirà Ercolani “Gauleiter”, per sottolineare la perfetta sintonia fra le forze di occupazione germaniche e il prefetto che, fra l’altro, si rivelerà un irriducibile persecutore degli ebrei<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Riorganizzato il Partito fascista repubblicano, con la riapertura delle sezioni in tutti i comuni, dalla Maremma all’Amiata, la provincia venne a dipendere dal Comando tedesco di Livorno fino a dicembre, poi, da gennaio, dal MK 1043 di Viterbo. I fascisti si erano riorganizzati militarmente con la fondazione del 645° Comando della Guardia nazionale repubblicana e con 2 compagnie di Ordine pubblico, di stanza, rispettivamente, a Massa Marittima e Castel del Piano. Tale apparato repressivo permise di contrastare gli antifascisti e i partigiani che si stavano organizzando e infliggere loro anche gravi perdite. Nel novembre del 1943 la Guardia nazionale repubblicana di Grosseto arrestò a Campospillo, a seguito di una delazione del fattore di Mazzoncini, Tullio Mazzoncini e poi Giuseppe Scopetani, che in quel momento si trovava sfollato a Scansano. Invitato a presentarsi presso la caserma dei carabinieri, Scopetani, anziché fuggire, vi andò e venne arrestato. Affidati al Tribunale speciale, i 2 furono trasferiti, insieme ad Albo Bellucci – arrestato a Paganico – nelle carceri di Siena e successivamente in quelle di Parma. All’inizio del 1944 per i tre antifascisti si aprirono le porte del lager di Mauthausen. Solo Mazzoncini sopravvisse a quella disumana vicenda. Gli altri due morirono a Gusen nel 1945. Tutto il materiale del Comitato Militare di Campospillo, un ciclostile, la carta, le armi e altro, fu sequestrato dai fascisti<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Meocci, “Ganna” e Raffaello Bellucci riuscirono invece a evitare la cattura, prendendo ognuno direzioni diverse.</p>
<div id="attachment_386" style="width: 504px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/La-stazione-di-Grosseto-devastata-dai-bombardamenti-Foto-archivio-Isgrec.jpg"><img class=" wp-image-386" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/La-stazione-di-Grosseto-devastata-dai-bombardamenti-Foto-archivio-Isgrec-400x269.jpg" alt="La stazione di Grosseto devastata dai bombardamenti (Foto archivio Isgrec) " width="494" height="332" /></a><p class="wp-caption-text">La stazione di Grosseto devastata dai bombardamenti (Foto archivio Isgrec)</p></div>
<p style="text-align: justify;">All’inizio di gennaio del 1944 il Comando Militare grossetano era finalmente riuscito a organizzare piccoli gruppi partigiani nel boschi limitrofi Grosseto. Come ha rilevato Luciana Rocchi, quella di Grosseto fu <em>“una Resistenza breve […]. Tanto breve il tempo della lotta armata, quanto lungo il cammino dell’antifascismo, erede di una tradizione democratica pre-fascista. I fasciscoli dei <strong>sovversivi </strong><strong>grossetani</strong> negli anni del regime documentano i percorsi dell’emigrazione politica, il confino, le presenze nella rete europea dell’antifascismo, tra Brigate internazionali in Spagna e Resistenze.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><strong>[11]</strong></a>”</em>. I nuclei partigiani costituiti avevano lo scopo di difendere la città. Erano il gruppo di Magliano in Toscana, di Istia d’Ombrone (con “Trueba” Commissario politico), di Rosselle-Montorsaio e la formazione di Grosseto “Vittorio Alunno”, così chiamata dal nome di un antifascista maremmano, combattente nella Brigata Garibaldi, morto nel 1938 nella guerra civile spagnola. La “Alunno”, che aveva come zona d’impiego Grosseto e la pianura a ovest della città, era nata nel 1944 dalla fusione di un precedente Gruppo grossetano (fondato nel novembre del 1943), con i GAP guidati da Ugo Pacini. “Ganna” fu nominato Commissario politico e gli obiettivi del reparto furono la difesa dell’acquedotto e della centrale elettrica di San Martino da eventuali sabotaggi tedeschi<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<div id="attachment_390" style="width: 447px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-Generale-Clark-comandante-della-V-armata-nelle-vicinanze-di-Grosseto-Foto-Archivio-ISGREC.jpg"><img class="wp-image-390" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-Generale-Clark-comandante-della-V-armata-nelle-vicinanze-di-Grosseto-Foto-Archivio-ISGREC-400x257.jpg" alt="Il Generale Clark ,comandante della V armata, nelle vicinanze di Grosseto (Foto Archivio ISGREC)" width="437" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Il Generale Clark ,comandante della V armata, nelle vicinanze di Grosseto (Foto Archivio ISGREC)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La mattina del 15 giugno i partigiani, armati di moschetti e bombe a mano, attendevano l’arrivo degli alleati. I fascisti avevano abbandonato la città già da diversi giorni, non senza prima aver commesso varie ruberie. Così gli antifascisti occuparono la Prefettura, la Questura, la Casa del fascio e il Municipio. Poi il CLN ordinò lo schieramento dei combattenti in 3 diversi punti ritenuti strategici: a difesa dell’acquedotto, presso il campo sportivo di via Amiata e alla Cavallerizza per controllare Porta Vecchia. I partigiani avvistarono il grosso dei tedeschi che avanzava in direzione di Roselle, evitando di passare per la città, mentre un gruppo si dirigeva proprio verso Porta Vecchia. Qui avvenne la battaglia in cui si distinse la formazione garibaldina grossetana “Alunno”: <em>“Dopo uno scambio di colpi, i tedeschi superarono Porta Vecchia e dalla piazzetta del Mercato cercarono di risalire fino alla Cavallerizza, per imbottigliare i partigiani. In quel frangente Mario Vannuccini, che aveva una bomba, ebbe la prontezza di scagliarla all’ingresso della Cavallerizza, causando numerose perdite agli attaccanti e consentendo ai compagni di ritirarsi presso i bastioni del Teatro degli Industri<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><strong>[13]</strong></a>”.</em> Nello scontro avevano perso la vita 6 partigiani e 12 tedeschi. Poi le truppe del III Reich attraversarono Grosseto procedendo in direzione di Livorno. I partigiani uccisi furono: Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Luigi Falciani, Agostino Sergenti di Sinalunga, Giuseppe Cennini di Pomarance e Elvio Palazzoli che, catturato mentre arretrava verso il bastione delle carceri, fu immediatamente assassinato. Il corpo del ventiduenne Palazzoli venne gettato giù dalle mura per spregio<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Al giovane partigiano è dedicata la Sezione ANPI di Grosseto. Recentemente a sua famiglia ha ricevuto una medaglia in argento coniata dal combattente Lucio Parigi. In occasione del Settantesimo della Liberazione è stata posta una lapide in onore dei partigiani uccisi presso Porta Vecchia.<br />
Dopo la conquista della libertà il CPLN nominò sindaco Lio Lenzi. Così, quando gli americani entrarono a Grosseto, la trovarono già con un governo organizzato. D’altra parte, ciò era avvenuto in varie località della provincia, come ha ricordato Francesco Chioccon: <em>“Gli Alleati, quando arrivano, trovano quasi ovunque l’ordine, trovano i governi locali funzionanti, il sindaco, il Comitato di Liberazione. Sindaco di Grosseto per designazione del CLN è Lio Lenzi, ed in prefettura, fuggiti i repubblichini, vi è già il commissario provinciale Aster Festa cui succederà poco dopo l’Avv. Amato Mati; in provincia, sempre dal CLN sarà insediato il nuovo presidente nella persona di Giovanni Magrassi; ed il Governo militare alleato riconosce l’autorità morale e politica e prende a collaborare con gli uomini della Resistenza<a href="#_ftn15" name="_ftnref15"><strong>[15]</strong></a>”.</em></p>
<div id="attachment_388" style="width: 298px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-partigiano-Elvio-Palazzoli-Foto-ANPI-E.-Palazzoli-Grosseto.jpg"><img class="size-medium wp-image-388" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-partigiano-Elvio-Palazzoli-Foto-ANPI-E.-Palazzoli-Grosseto-288x400.jpg" alt="Il partigiano Elvio Palazzoli (Foto ANPI E.Palazzoli Grosseto)" width="288" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Il partigiano Elvio Palazzoli (Foto ANPI E.Palazzoli Grosseto)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em>Alla fine di giugno del 1944 l’intera provincia era finalmente libera, anche grazie ai suoi 1302 partigiani, ai 1568 patrioti, ai suoi 166 caduti per la guerra di Liberazione, ai 154 morti in combattimento, ai tanti dispersi e a un numero imprecisato di feriti. Mi preme qui ricordare, in particolare, il sacrificio di Norma Parenti, di Delio Ricci, di Flavio Agresti, di Luigi “Gino” Canzanelli, del neozelandese <em>Lance Corporal</em> Roderick Douglas Lawrence e del capogruppo del “Reparto Lamone” Ugolino Lombardi.<br />
Così la Maremma si lasciava alle spalle la dittatura fascista e la guerra, orientandosi verso quella ricostruzione sollecitata da Amato Mati nel suo discorso di Natale. Il CPLN, il sindaco e la Giunta, nominata dal Comitato nel luglio del 1944 con un criterio di equilibrio nella scelta dei componenti e dei partiti politici di riferimento, approvarono un piano di ricostruzione civile e amministrativo della provincia che ebbe il pieno assenso dell’AMG, cioè del Governo Militare Alleato presieduto dal colonnello scozzese Hamilton. L’unica nota dolente, stigmatizzata senza indugio dal CPLN nel Verbale n. 50 del 16 ottobre 1944, necessaria senz’altro di un approfondimento, furono degli <em>“incidenti provocatori verificatesi la mattina del 15 corrente a seguito di atti vandalici compiuti da militari dell’arma dei cc”</em>. Il CPLN approvò un testo di protesta all’unanimità, da sottoporre al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, al Commissario Provinciale dell’AMG e <em>“presso l’Ecc. il Prefetto<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><strong>[16]</strong></a>”</em>.<br />
Si trattò tuttavia di episodi isolati, poiché il percorso della ricostruzione proseguì lineare, tanto che le elezioni amministrative del 10 marzo 1946 confermarono il buon operato del CPLN e del suo primo cittadino. Le consultazioni, a cui votarono per la prima volta anche le donne, videro infatti il trionfo dei partiti di sinistra, con la convalida a sindaco del comunista Lio Lenzi; così Grosseto si avviava a diventare la Kansas City di Luciano Bianciardi, una città <em>“aperta al vento e ai forestieri”</em>.</p>
<div id="attachment_392" style="width: 307px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Wise-L.-Homer.jpg"><img class="wp-image-392 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Wise-L.-Homer-297x400.jpg" alt="Wise L. Homer" width="297" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Homer L.Wise, Sergente della Compagnia L, 142° Reggimento Fanteria 36a Divisione &#8220;Texas&#8221;, insignito di Medaglia d&#8217;Onore del Congresso (foto Giulietto Betti).</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli uomini della resistenza grossetana</strong><a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Partigiani Combattenti<br />
</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comitato Militare di Grosseto<br />
</strong>Albo Bellucci, Aristeo Banchi, Ugo Pacini, Lorenzo Butelli, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Antonio Brancati, Alfonso Passamanti, Rino Ciattini, Alfiero Grazi, Attilio Sforzi, Alvaro Guidoni, Alvaro Minucci, Mario Becucci, Alcide Mignarri, Angiolino Soldateschi, Pietro Mario Magini.Nell’elenco ufficiale manca Angiolo Rossi “Trueba” che,tornato a Grosseto, entra in settembre nel Comitato Militare e partecipa alla lotta di Liberazione come antifascista di primo piano, come era sempre stato nel corso della sua esistenza<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. E’ lui, che fra l’altro, avrà l’incarico di collegarsi alle bande partigiane nel mancianese. Ciò è confermato da varie relazioni partigiane, prima di tutte quella del Reparto “Lamone” della Banda Arancio Montauto, che riferisce dei suoi contatti già dall’autunno del 1943.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Vittorio Alunno”<br />
</strong>Agostino Sergenti, Giuseppe Cennini, Elvio Palazzoli, Alberto Tosi, Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Ircano Mechini, Luigi Falciani, Oscar Grotti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Distaccamento “Istia d’Ombrone”<br />
</strong>Augusto Cambi, Nestore Zamperini, Ugo Nuzzi, Giovanni Reginali, Ubaldo Della Salica, Benvenuto Tonini, Alberto Badini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Rosselle-Montorsaio”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cesare Benocci, Liborio Masi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banda “Monte Bottigli” Magliano in Toscana (Raggruppamento M. Amiata)<br />
</strong>Wladimiro Paganelli, Don Gioberto, Pietro Verdi, Settimio Biagi, Duilio Biagi, Otello Biagi, Mario Cipriani, Amorino Dottorini, Azeglio Benelli, Piero Pieri, Adelino Biagi, Bruno Bonaccorsi, Silio Monaci, Sinibaldo Biagi, Amedeo Zuffi, Pietro Zuffi, Renato Di Francesco. Non risulta nell’elenco il carabiniere Roberto Pellicci, fondatore del reparto assieme al comandante Wladimiro Paganucci. L’attività della “Monte Bottigli” si svolse principalmente fra Montiano, Montorgiali e Scansano, ma il 14 giugno, all’arrivo dei soldati americani, la formazione collaborò fornendo informazioni e indicando la strada verso il capoluogo provinciale. Alcuni partigiani si misero al seguito degli americani a bordo di un autocarro tedesco catturato, arrivando sino a Grosseto e oltre<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Patrioti</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comitato Militare di Grosseto<br />
</strong>Raffaello Bellucci, Antonio Meocci, Emilio Di Renzone, Luigi Bani, Gastone Barbini, Enrico Orlandini, Gino Lenzi, Lio Lenzi, Aster Festa, Ferdinando Paganelli, Luigi Verdi, Giuseppe Faralli, Livio Fontani, Domenico Chipa, Gino Giorgetti, Raffaello Cambi, Caterina Sellari in Meocci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Vittorio Alunno”<br />
</strong>Ezio Baricci, Giuseppe Guidocci, Sofia Orlandini, Luigi Castelli, Ultimino Ripaldi, Giovanni Leprai, Aurelio Magi, Sestilio Vannozzi, Angelo Rossi fu Daniele, Adriano Pieraccini, Iginio Bennati, Luigi Degli Innocenti, Alvaro Gualandi, Libertario Carletti, Rinaldo Lodovichi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Distaccamento “Istia d’Ombrone”<br />
</strong>Osio Orlandini, Gino Alessandrini, Livio Volpi, Eligio Fommei, Amelio Babbini, Primo Del Canto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Rosselle-Montorsaio”<br />
</strong>Ugo Zacchei, Damaso De Bono, Zeno Sallei, Georg Pidlisupy.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banda “Monte Bottigli” Magliano in Toscana (Raggruppamento M. Amiata)<br />
</strong>Giuseppe Limandri, Fabio Costantini, Bruno Moschini, Vittorio Giorgetti, Gervasio Mannelli, Egisto Vagaggini, Frichugsdorff Gunter (“Gino”, l’unico sopravvissuto alla strage di Maiano Lavacchio del 22 marzo 1944), Chlofch Frurin, Sebastiano Turco, Ugo Sperlazzo, Egizio Configliacco, Andigo Gino, Pietro Tenerini, Primo Cicaloni, Argenido Guerri, Ado Tognarini, Adelino Tarassi, Amos Bonini, Ulisse Caselli, Quinto Fertani, Silvio Pielli, Celestino Alberti, Egidio Martellini, Ferruccio Ferretti, Rolando Grazioli, Sisto Benocci, Angiolino Moretti, Leo Galloni, Lorenzo Bartuccini, Emilio Moschini, Rolando Pieraccini, Delfo Consani, Virgilio Caselli, Raffaello Vittiello, Alberto Grazioli, Aristodemo Graziani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Franco Dominici</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Avv. Amato Mati, <em>Per l’Unità ed il Risorgimento dell’Italia, Discorso trasmesso dalla Radio il 25.12. 1944</em>, a cura del CPLN di Grosseto, Scansano, Tipografia degli Olmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Le notizie riguardanti il passaggio del fronte fra Lazio e Toscana sono riprese da: G. Betti-F.Dominici, <em>Banda Armata maremmana,</em> Effigi, Arcidosso 2014.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>Si veda il sito www.straginazifasciste.it</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> F. Dominici, <em>La strage di Roccalbegna: 11 giugno 1944, </em>in Il Nuovo Corriere del tufo, “Pillole di Storia”, Ottobre 2016, pp. 3-5.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> AISGREC (Archivio Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea), ANPI I 1,23, N.C. Maccabruni, <em>Grosseto dal 25 luglio del 1943 al 15 giugno 1944</em>, pag. 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> A. Banchi (Ganna), <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, </em>a cura di Fausto Bucci e Roberto Bugiani. Collaborazione di Claudio Carboncini, Effigi, Arcidosso 2014 pag. 81.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> A. Banchi (Ganna), <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944</em>, cit., pag. 8.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> G. Pacini,<em>“La ricerca di Giacomo Pacini sul bombardamento del Lunedì di Pasqua del 1943” </em> in www. grossetocontemporanea.it.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Si veda L. Rocchi (a cura di), <em>La persecuzione degli ebrei in provincia di Grosseto 1943-1944,</em> Ed. Tipolito Vieri, Roccastrada 2002.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Per le biografie dei 3 antifascisti grossetani si veda il sito www.cantieridellamemoria.it</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> L. Rocchi, <em>La liberazione di Grosseto, </em>in Toscana Novecento, Portale di Storia Contemporanea. Di Luciana Rocchi si veda anche il recente articolo su “Il Tirreno” del 15 giugno 2016, <em>“Grosseto liberata. Dagli archivi luce sulla storia”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> AISGREC, ANPI I 1,23, N.C. Maccabruni, <em>Grosseto dal 25 luglio</em>, cit., pag. 6.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a>A. Banchi (Ganna), <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, </em>cit., pag. 97.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a><em>La provincia di Grosseto alla macchia. Atti e documenti delle formazioni partigiane e del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (1943-44)</em>, raccolti a cura del Comitato per le Celebrazioni del XX della Resistenza,<br />
Grosseto 1965, pp. 74-77.<br />
<a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> F. Chioccon, <em>La Resistenza in Maremma,</em> Da Atti e Studi della Resistenza in Toscana, n. 6 Gennaio 1966, La nuova Italia Editrice, pag. 17.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> AISGREC, Busta 28, f. 1, Verbali del CPLN di Grosseto, n. 50 del 16 ottobre 1944.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Archivio del Comune di Sorano, b. Elenchi Partigiani, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione Regionale Toscana per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, Elenco n. 37, Partigiani riconosciuti dal 13 dicembre del 1946 al 17 marzo 1947.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), <em>Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola,</em> ISGREC, Quaderni 2, Effigi, Arcidosso, 2012, Allegato “Le Biografie”, pp. 402-403.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Archivio del Comune di Sorano, b. Elenchi partigiani, Ministero dell’Assistenza Posbellica, Commissione Regionale Toscana per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, Elenco n. 15, dal 1° al 10 luglio 1946, foglio n. 15.</p>
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		<title>Intervista con la Storia</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2017 15:20:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualcuno-non ricordo chi-mi disse che aveva piacere di incontrarmi. Avevo sentito parlare del Maestro Ferrero Pizzinelli, ma non lo conoscevo personalmente. Lo incontrai casualmente nel febbraio del 2014 in edicola, dove si recava con la sua Fiat Uno per acquistare i giornali. Mi fu presentato e ci accordammo per vederci qualche giorno dopo a casa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qualcuno-non ricordo chi-mi disse che aveva piacere di incontrarmi. Avevo sentito parlare del Maestro Ferrero Pizzinelli, ma non lo conoscevo personalmente. Lo incontrai casualmente nel febbraio del 2014 in edicola, dove si recava con la sua Fiat Uno per acquistare i giornali. Mi fu presentato e ci accordammo per vederci qualche giorno dopo a casa sua. <a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/15877949_1214341928649381_1849478858_o.jpg"><img class=" size-medium wp-image-273 alignright" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/15877949_1214341928649381_1849478858_o-400x300.jpg" alt="15877949_1214341928649381_1849478858_o" width="400" height="300" /></a>Per l’occasione portai alcuni miei libri come dono, ma Ferrero li aveva già acquistati e letti tutti. Quel pomeriggio esaminammo una grande quantità di documenti sul ventennio e sulla Resistenza, parlammo delle origini del fascismo a Pitigliano, degli anni della guerra, della Resistenza e del dopoguerra, di cui fu protagonista e testimone. Ferrero ricordava con precisione la data di nascita della banda partigiana di Pitigliano, perché lui c’era il 10 ottobre del 1943, quando i fratelli Casciani e qualche altro coraggioso si riunirono in località Concelli per iniziare la Resistenza. Fu testimone, seppur a distanza, di un incontro (“un abboccamento”, diceva lui), avvenuto nel febbraio del 1944 a Poggio Strozzoni, fra il comandante partigiano Pietro Casciani e il segretario del Partito fascista repubblicano Angelo Azzi. Mi raccontò di quel delatore che, vestito sempre con la divisa tedesca, accompagnava i germanici nei rastrellamenti per le campagne di Pitigliano e Sorano. Gli era capitato più volte di incontrarlo, perché la sera passeggiava tranquillamente per San Francesco, con una sua fidanzata, proprio davanti casa sua. Conosceva benissimo Angelo Pini, detto “Il Tenentinu”, l’ufficiale della Guardia nazionale repubblicana che aveva ucciso partigiani e renitenti a Sorano e Pitigliano, prima di finire a sua volta sotto il piombo nemico. Il Maestro lo conosceva perché anni prima Pini era stato suo compagno di scuola a Grosseto.  Quel pomeriggio lo dedicammo in gran parte a ricostruire la dinamica del bombardamento di Pitigliano, al quale Ferrero aveva assistito da Pian di Conati, dal podere di Marino Di Nardo, un antifascista che ospitava renitenti, partigiani ed ebrei. Fu lì che il Maestro, renitente alla leva perché della classe 1921, sentì il crepitio di una mitragliatrice, che sparò in direzione degli aerei americani, poco prima che questi tornassero indietro per sganciare gli ordigni micidiali sul paese inerme. Mostrai al Maestro dei documenti che lo riguardavano personalmente, perché Ferrero era stato membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Pitigliano per il Partito d’Azione subito dopo la guerra e riconosciuto poi come Patriota del VII Raggruppamento Bande settore B del Monte Amiata, per il periodo compreso dal I° gennaio al 20 luglio 1944. Quando mi congedai da lui, ebbi la sensazione di aver passato più di quattro ore con la Storia, di aver dialogato con un uomo umile e nel contempo eccezionale, con quegli occhi vivi e intelligenti, con una memoria singolare, che rivelava una profonda adesione e un grande sentimento per il proprio tempo e la comunità di Pitigliano.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/15878142_1214340035316237_697776576_o.jpg"><img class=" size-medium wp-image-277 alignleft" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/15878142_1214340035316237_697776576_o-400x300.jpg" alt="15878142_1214340035316237_697776576_o" width="400" height="300" /></a>Ci siamo ritrovati altre volte da allora, a ragionare sugli ebrei e la loro storia, sul Regio ispettore onorario per i monumenti e gli scavi prof. Evandro Baldini, sulle innovazioni nel nostro territorio fra Otto e Novecento, dalla luce elettrica al fallimento del progetto di una linea ferroviaria, (che considerava una grande occasione perduta) e infine sugli anti- fascisti pitiglianesi. Qualche volta ricordava il suo lavoro di maestro elementare e l’insegnamento in piccoli paesi lontani da Pitigliano, che raggiungeva in bicicletta. Un pomeriggio sfogliammo un libro di scuola del ventennio e ridemmo, consapevoli però, dei danni di quella “didattica”.<br />
Quando mi congedai da lui l’ultima volta, mi fece dono di alcuni documenti e finimmo per parlare degli impianti geotermici e dei rischi per il nostro territorio. “Oggi – mi disse – per come siamo messi, da noi sarebbe un danno anche la costruzione della linea ferroviaria”.<br />
Il Maestro Ferrero Pizzinelli ci ha lasciato il 4 settembre 2015, all’età di novantaquattro anni. In molti l’hanno ricordato, specialmente i suoi studenti.<br />
Mi ritengo fortunato per averlo conosciuto e per essere stato, seppur per poco, anche io un suo allievo.</p>
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		<title>La Battaglia di Pitigliano: 10-11 Giugno 1944</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2016 10:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Pitigliano]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>

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		<description><![CDATA[“Il miglior riconoscimento della gloria di un reparto è dato dal nemico” (Arancio Sante) L’11 giugno 1944 un improvvisato Comitato di Liberazione Nazionale pubblicò un manifesto che annunciava la liberazione della “Piccola Gerusalemme”: “Pitiglianesi! –esordiva lo scritto- Da oggi finalmente liberi dal giogo che per cinque lustri ha sistematicamente demolito le spirituali e materiali conquiste [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Il miglior riconoscimento della gloria di un reparto è dato dal nemico” </em>(Arancio Sante)</p>
<p>L’11 giugno 1944 un improvvisato Comitato di Liberazione Nazionale pubblicò un manifesto che annunciava la liberazione della “Piccola Gerusalemme”: <em>“Pitiglianesi!</em> –esordiva lo scritto- <em>Da oggi finalmente liberi dal giogo che per cinque lustri ha sistematicamente demolito le spirituali e materiali conquiste dei nostri avi, per il bene dei sopravvissuti dobbiamo nuovamente affratellarci per ricominciare dalle fondamenta l’edificio della libera Italia. Il lutto che si è abbattuto sul nostro popolo forte e laborioso, sciagura che mai potremo e dovremo dimenticare, sia da sprone al sentimento di fraterna solidarietà che occorre agli uomini per iniziare l’opera di ricostruzione. In tale solidarietà attendiamo tranquillamente che gli Italiani degni di farlo possano giudicare i malvagi che la Patria condussero a tale rovina.<br />
</em><em>Lavoriamo concordi per il domani che Dio ci riserva e sia lungi da noi ogni sentimento d’inconsulta rappresaglia, perché non i singoli, spinti magari da malvagio personalismo devono giudicare i colpevoli, bensì gli uomini come noi liberi e onesti di cui l’Italia è orgogliosamente ricca, con l’aiuto delle libere Leggi che della Patria furono vanto indiscusso nei secoli. Ne sono garanti i sottoscritti in unione a coloro che ora giungono”. </em>Il manifesto era firmato da Pietro Casciani, Luigi Becherini, Mario Barone, Luigi Brigida, Angelo Bennati, Pietro Bocini, Gennaro Fortunati, Augusto Fortunati e Silvestro Casciani. Ma che era successo nei giorni precedenti? Qualcosa si evince già dalla lettura dello straordinario documento che abbiamo riportato nella sua interezza, quando gli autori si riferiscono al <em>“lutto che si è abbattutto sul nostro popolo…”</em>. Quattro giorni prima, infatti, nel tardo pomeriggio del 7 giugno 1944, diciotto B 25 <em>Mitchell</em> del 428th <em>Bomber Squadron</em>, <em>310th Bomber Group</em> degli Stati Uniti, guidati dal capitano Harry R. Boswell, sorvolarono la cittadina con l’obiettivo di distruggere il ponte sul torrente Meleta, peraltro già reso inutilizzabile da precedenti azioni di sabotaggio. Gli americani sganciarono 48 ordigni da 500 libbre, alcuni dei quali, almeno 8 secondo vari testimoni, colpirono per errore il cuore di Pitigliano, provocando 80 morti e una ventina di feriti.</p>
<p>Nel successivo rapporto, gli equipaggi riferirono di vari ordigni che <em>“si snocciolano”</em> sulla città, mentre esclusero qualsiasi contraerea: <em>“No flake”</em> recita la relazione americana, cioè nessuna contraerea, appunto <a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Erano le 18,36 quando le bombe stritolarono il <em>“salotto bono”</em>, cioè la piazza principale di Pitigliano, dove si trovava l’edificio del Monte dei Paschi di Siena e quello del Consorzio Agrario. Qualche ora dopo, un gruppo di partigiani guidati da Pietro Casciani, comandante del Reparto Lupi, entrarono in paese dalla porta di Capisotto. Lo scenario che apparve ai loro occhi era apocalittico: nella piazza principale cumuli di macerie e polvere ovunque e sopra le macerie pochi volenterosi, fra i quali Don Gennaro Fortunati, che scavavano per soccorrere i vivi ed estrarre i corpi di decine di esseri umani dilaniati.</p>
<p><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/33-Piti-con-resti-bombardamento.jpg"><img class=" size-medium wp-image-240 alignleft" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/33-Piti-con-resti-bombardamento-332x400.jpg" alt="33-piti-con-resti-bombardamento" width="332" height="400" /></a></p>
<p>Ma chi erano quei partigiani e perché si trovavano nelle vicinanze di Pitigliano in quei primi giorni di giugno? Comandato dai fratelli pitiglianesi Pietro e Silvestro Casciani, il Reparto Lupi era nato nella prima decade di ottobre del 1943 nella zona di Concelli <a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. A dicembre i partigiani si erano stabiliti a Montauto di Manciano, presso l’accampamento del capitano Arancio, il fondatore della prima banda della Maremma tosco-laziale. Il Reparto Lupi, pur appartenendo alla <em>“Montauto”</em> era un gruppo autonomo, come il Reparto Lamone, comandato dall’ischiano Domenico Federici <a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Nei nove mesi di occupazione nazifascista i partigiani di Pitigliano si resero protagonisti di varie azioni: attentati a gerarchi repubblichini, imboscate a colonne tedesche con uccisione di nemici, atti di sabotaggio, distruzione di ponti e danneggiamento di strade, attacchi al paese di Pitigliano e vari altri colpi di mano. Da Montauto, Casciani e i suoi uomini si spostavano continuamente, anche se le macchie del mancianese furono sempre, per ogni evenienza, il loro rifugio più sicuro. Tutto ciò almeno fino al 20 maggio del 1944, quando centinaia di nazifascisti sferrarono un attacco ben pianificaro al nucleo centrale dei combattenti di Monte Maggiore-Montauto. Per timore di aggressioni partigiane, nell’imminenza del passaggio del fronte, i tedeschi vollero “ripulire” quella zona, così da evitare di trovarsi fra due fuochi: gli alleati che avanzavano da sud e i partigiani alle spalle. Così giunsero in Maremma reparti teutonici già addestarti alla lotta alle bande in Umbria e comandati dal capitano Volker Seifert. Alle ore 5,30 del mattino di quel 20 maggio i tedeschi, accompagnati da una spia, catturarono il partigiano Delio Ricci di Montefiascone al fontanile del Tafone e lo impiccarono dopo terribili torture. Ricci, anche se interrogato, non parlò e morì al grido di “W l’Italia”. E’ medaglia d’oro al Valor Militare della <em>“Montauto”</em>. Poi i tedeschi e i fascisti attaccarono la base partigiana a colpi di cannone, provocando l’abbandono del campo da parte dei combattenti che, lasciata la zona, si avvicinarono ai loro paesi d’origine per agire al momento dell’arrivo degli alleati.</p>
<p>Così verso la fine di maggio del 1944 Pietro Casciani e i suoi uomini erano nei dintorni di Pitigliano e il 2 giugno s’incontrarono, in base a precedenti accordi, ai Pianetti di Sovana con il comandante dei partigiani soranesi Mario Salera e il tenente dei reali carabinieri di Pitigliano Luigi Brigida <a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Secondo relazioni partigiane presentate dopo la guerra, il tenente Brigida mise a disposizione dei partigiani le armi automatiche della caserma e anche la propria autovettura per il trasporto di queste a Sorano, che fu effettuato dal carabiniere Francesco Zazza. Qualche giorno dopo anche i partigiani del “Tenente Antonio”, che operarono per la Liberazione del Comune di Manciano, recuperarono le armi lanciate dagli alleati a Baccinello di Scansano <a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Nell’imminenza del passaggio del fronte, i combattenti erano dunque armati e pronti ad agire, compresi quelli che si erano “sbandati” dopo il rastrellamento del 20 maggio e che si trovavano quasi tutti nella zona di Capalbio.</p>
<p>In quei primi giorni di giugno, dopo la Liberazione di Roma, avvenuta il 4, l’avanzata degli alleati procedette velocissima verso la Toscana e i tedeschi si ritiravano spediti alla ricerca di luoghi adeguati per opporre resistenza. Non potevano immaginare che si sarebbe verificato il peggio, cioè che si sarebbero trovati fra due fuochi proprio al loro ingresso in Toscana.</p>
<p>Fu in questo contesto di passaggio del fronte che avvenne il bombardamento del 7 giugno e il successivo ingresso dei partigiani nella cittadina. In tarda serata, infatti, Pietro Casciani, Silvestro Casciani <a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a> (medaglia di bronzo al Valor Militare), Elio Lupi (Croce al merito di guerra), Alberto Allegrini, Prospetto Capponi, Aldo Magrini, i russi Ciurka e Costantin e altri entrarono nella Piccola Gerusalemme devastata e arrestarono i pochi tedeschi rimasti presso il deposito degli autobus, trasformato già da tempo in una sorta di salumificio <a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</p>
<div id="attachment_245" style="width: 275px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/Pietro-Casciani.jpg"><img class="size-medium wp-image-245" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/Pietro-Casciani-265x400.jpg" alt="Piertro Casciani" width="265" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Piertro Casciani</p></div>
<p>Intanto il fronte aveva raggiunto l’alto viterbese, dove i partigiani si erano incontrati con i reparti francesi e americani, che combatterono in piena Selva del Lamone e poi raggiunsero le polverose strade della Toscana. In questo situazione, il 10 giugno del 1944, avvenne la battaglia di Pitigliano. Quel giorno una colonna di soldati ciclisti della 20. <em>Luftwaffe-Feld-Division</em>, preceduti da alcuni mezzi ruotati, salivano la ripida via che conduce al paese, quando vennero attaccati dai partigiani. Alcuni fuggirono in direzione di Sorano e fu allora che gli uomini di Casciani catturarono un cannone da 88 mm che era rimasto incastrato nel ponte del Prochio, precedentemente danneggiato. Nella relazione del Tenente Antonio Lucchini, a pagina 6, si legge che <em>“Dopo una violenta battaglia durata 26 ore i nemici venivano messi in fuga, ciò che permise agli alleati una veloce avanzata di 25 Km senza incontrare alcuna resistenza. Durante l’azione i partigiani ebbero due feriti e un altro ferito si ebbe tra la popolazione civile. Le perdite tedesche ammontarono a 25 morti (tra i quali un capitano), diversi feriti (che riuscirono a fuggire con le truppe in ritirata) e 22 prigionieri </em><a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a><em>”.</em> Alla battaglia di Pitigliano avevano partecipato anche alcuni carabinieri della locale caserma, fra cui si distinse il milite Francesco Zazza e anche altri pitiglianesi, come Vincenzo Paris, ricordato come eccellente nell’uso della mitragliatrice.</p>
<p>La notizia di quanto accaduto a Pitigliano giunse subito agli alti comandi tedeschi e, come era ovvio, si scatenò il panico. Il 12 giugno 1944 il XIV Panzer-Korps cominicava al Gruppe del Generalleutnant Hellmuth Pfeiffer, che comandava la 65. Infanterie-Division, quanto segue: <em>“Fra la 162. Infanterie-Division e la 20. Luftwaffw-Feld-Division l’attività delle bande è molto forte. Il nemico è riuscito, grazie a partigiani che li hanno guidati attraverso le montagne, con forze corazzate e fanteria ad avanzare da sud via Monte Cavallo a Manciano, e verso nord est a Pitigliano. Questo posto è quello in cui quasi tutta la popolazione ha partecipato alla lotta contro le nostre truppe ed era già prima dell’arrivo del nemico nelle mani di un forte gruppo partigiano. Prima di Pitigliano a nord-est, il nemico ha raggiunto il fianco della 20.Luftwaffe-Feld-Division mentre a sud-ovest dalla Selva del Lamone, attaccando l’ala destra della 20. Luftwaffe-Feld-Division, ha ripreso S.Quirico </em><a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a><em>”.</em> Praticamente, mentre fra il 10 e l’11 giugno gli americani della <em>36° Divisione di Fanteria “Texas”</em> liberavano Capalbio dalla <em>162. Infanterie-Division Turkmena</em>, i partigiani di Casciani sbaragliavano i ciclisti della <em>20 Divisione da campo della Luftwaffe</em>, aprendo così una falla nel fronte, peraltro fluido, di 35 Km, grazie alla quale gli americani arrivarono a Manciano, il giorno 12, senza bisogno di sparare un colpo. L’attacco del Reparto Lupi costrinse i tedeschi a ripiegare verso La Rotta-S.Quirico, dove, il giorno 13, si affrontarono il <em>40. Reggimento Jaeger della Luftwaffe</em>, composto da 500 uomini, e il <em>4° Reggimento Tunisino</em>. Proprio in quella zona, presso la frazione del Casone, alcuni partigiani di Onano erano giunti a dar man forte ai combattenti di Pitigliano, secondo gli accordi presi fra il Comitato di Liberazione onanese e il nucleo centrale della Banda Arancio <a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.</p>
<div id="attachment_247" style="width: 301px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/Silvestro-Casciani-con-la-famiglia-nel-1944.jpg"><img class="size-medium wp-image-247" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/Silvestro-Casciani-con-la-famiglia-nel-1944-291x400.jpg" alt="Silvestro Casciani con la famiglia" width="291" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Silvestro Casciani con la famiglia</p></div>
<p>I tedeschi, però, non si diedero per vinti e tentarono un contrattacco su Pitigliano nella notte fra il 10 e l’11 giugno, adoperando le forze che avevano a disposizione, appartenenti alla <em>90. Panzer-Grenadier-Division</em>. Nei documenti tedeschi si legge che:<em> “Un gruppo reggimentale della 90.Panzer-Grenadier-Division ha effettuato, dalla zona a sud-ovest di Onano, un contrattacco su Pitigliano per cercare di riportare sulla vecchia linea di combattimento il fianco destro della 20. Luftwaffe-Feld-Division”</em>. E il giorno dopo i tedeschi constatavano che<em> “Pitigliano è stata occupata da un forte gruppo di partigiani. L’attività delle bande in questa zona è molto forte, tanto che ufficiali d’ordinanza e veicoli singoli cadono quasi sempre nelle mani dei partigiani. Una forza nemica, con circa 20 carri armati, probabilmente guidata da partigiani italiani attraverso i monti a sud di Manciano, ha raggiunto Pitigliano e colpisce il fianco profondo della 20. Luftwaffe-Feld-Division… </em><a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a><em>”. </em>Malgrado il contrattacco tedesco con mezzi corazzati dalla parte di Sorano, i partigiani mantennero il paese nelle loro mani e reagirono sparando anche con il cannone da 88 mm precedentemente catturato. Dopo quella notte i tedeschi non si fecero più vivi.</p>
<p>Il 12-13 giugno giunsero le avanguardie degli alleati, ma in prossimità del fiume Meleta si verificò un incidente, per fortuna destinato a non avere conseguenze irreparabili: una jeep francese in perlustrazione, scambiata per un mezzo tedesco, fu attaccata dai partigiani, che ferirono e catturarono un giovane militare, mentre gli altri a bordo tornarono repentinamente indietro ad avvisare i loro commilitoni, che stavano giungendo con i loro pesanti mezzi corazzati. Quando i partigiani compresero l’errore condussero il soldato francese, un sergente di nome Gabriel, in ospedale per le cure del caso. Il sergente scrisse un biglietto in francese che fu recapitato da un patriota in bicicletta agli alleati, che vennero così rassicurati. Verso le 16 del 13 giugno gli americani della <em>Task Force</em> del colonnello Ramey <a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>, che apparteneva al IV Corpo d’Armata USA, e i francesi del CEF raggiunsero Pitigliano, che così si lasciava definitivamente alle spalle la guerra e il ventennio fascista <a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Il 12 giugno <em>“la resistenza tedesca si irrigidì […]. La 3° Divisione Francese Algerina venne contrattaccata nella zona di Latera-Monte S. Magno […] a sinistra, una Task Force, detta Ramey, operava sull’asse Farnese-Pitigliano-Montebuono. Questa unità si trovava a un Km da Pitigliano… Il 13 giugno, la 20 Lf. Div. […] contrattacava la 3° D.F.A che respinse l’attacco e, a sera, tagliava la SS. 74 a Bagni Termali, circa 3,5 Km nord-est da Pitigliano e verso Poggio Pinzo. Pitigliano e Manciano erano, intanto, stati conquistati dal IV Corpo d’Armata. Essi sono i primi paesi toscani di una certa consistenza, a essere liberati dagli alleati </em><a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a><em>”</em>.</p>
<p>Riassumendo, gli americani della <em>Task Force Ramey</em> erano stati condotti, fra il 10 e l’11 giugno, dai partigiani lungo la strada, fra l’altro minata dai pionieri tedeschi, presso le rovine di Castro, in prossimità della Selva del Lamone, sbucando a destra dello schieramento tedesco. Gli alleati liberarono facilmente Manciano il giorno 12 e si incontrarono con il “Tenente Antonio” che aveva combattuto presso Montemerano e Saturnia. Poi la <em>Ramey</em> raggiunse Pitigliano il giorno 13 e la trovò già liberata dai partigiani. Come si è detto, la “Battaglia di Pitigliano”, assieme alla liberazione di Capalbio, aprì un varco nello schieramento tedesco di 35 Km e creò nei germanici forti preoccupazioni, riscontrabili in cio che essi scrissero nei loro diari, cioè che <em>“i soldati alleati, guidati dai partigiani pratici dei luoghi, sono riusciti ovunque ad aggirare i deboli reparti di retroguardia e ad eliminarli”.</em></p>
<p>Per la conquista di Pitigliano Pietro Casciani venne insignito della medaglia d’argento al Valor Militare. Casciani, che era stato istruttore premilitare fascista prima della guerra, aveva partecipato al conflitto dal 1939 al 1943 con il grado di sergente autiere <a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>, era partito in jeep da Caltanisetta, dove si trovava alla data dell’8 settembre, per raggiungere Roma. Dalla capitale <em>“mio padre venne a casa, a Pitigliano, a piedi e ricordo che quando arrivò, aveva addosso soltanto le mutande e le scarpe. Ricordo che mia nonna, conosciuta la cosa corse a portargli dei panni in campagna e poi il giorno dopo andammo a trovarlo anche noi figli. Anche il segretario politico del fascio, Guido Corsi, venne a sapere che mio padre era tornato e allora lo mandò a chiamare, anche perché si conoscevano, anzi erano proprio amici. Infatti prima della guerra mio padre era stato fascista, come tutti del resto, ma lui era stato anche istruttore premilitare per i giovani fascisti… </em><a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a><em>”. </em>Alle insistenze dei repubblichini che lo volevano dalla loro parte, Pietro rispose scegòiendo la lotta partigiana, nonostante avesse moglie e tre figli piccoli <a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a> e con lui anche il fratello Silvestro e gli altri del Reparto Lupi.</p>
<p>Dopo il passaggio del fronte non furono fatte violenze ai fascisti: <em>“Dopo la liberazione mio padre, anche dietro consiglio di Don Gennaro, diede ordine di non far male a nessuno, di non toccare nessuno per carità. L’unico che fu picchiato fu l’amministratore del marchese Ciacci, quel famoso Cavallari […]. Nel 1945 o 1946 mio padre fu decorato di medaglia d’argento al Valor Militare, anzi gliene diedero due, una con ancora lo stemma dei Savoia, l’altra, tempo dopo, con quello della Repubblica. Così quella Regia ce l’ho io, mentre l’altra l’ha mia sorella </em><a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a><em>”</em>.</p>
<p>Pietro Casciani, che dopo la guerra aveva ripreso a fare il meccanico, si dedicava anche a disinnescare le bombe di aereo per recuperare la polvere da usare nelle cave locali. Il 6 agosto 1947 morì in località Valle Vergara, per l’esplosione di un ordigno bellico che cercava di disattivare. Di lui il comandante Arancio scrisse: <em>“Non ci sono parole per elogiare l’opera patriottica svolta da Casciani a puro e semplice fine nazionale. Per il suo eroico comportamento, per l’abilità dimostrata nell’attacco di Pitigliano, se è doverosa la conferma del grado commessogli sin dall’inizio della lotta partigiana, è certo meritevole di una ricompensa al valor militare, che premi nel modo più luminoso il valore di quest’uomo d’azione </em><a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a><em>”.</em></p>
<div id="attachment_243" style="width: 410px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/REPARTO-LUPI-DI-PITIGLIANO.jpg"><img class="wp-image-243 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2016/12/REPARTO-LUPI-DI-PITIGLIANO-400x283.jpg" alt="reparto-lupi-di-pitigliano" width="400" height="283" /></a><p class="wp-caption-text">Reparto &#8220;Lupi&#8221; Pitigliano</p></div>
<p><strong>Formazione Partigiana di Pitigliano<br />
</strong>Reparto “Lupi”</p>
<p>GRUPPO FUGGIASCHI ALLA MACCHIA</p>
<p>Pietro Casciani (Comandante), Silvestro Casciani (Vice-comandante), Alberto Allegrini, Umberto Calò, Michele Braca, Remo Del Convito, Ermanno Desideri, Giovanni Franceschi, Settimio Franceschi, Elio Lupi, Nello Lupi, Serafino Lupi (morto a Montauto per incidente il 28 marzo 1944), Prospetto Capponi, Aldo Magrini, Santi Mancini, Angelo Palombi, Francesco Pasqualini, Elio Pepi, Bruno Zacchei, Antonio Zaganella, Elio Desideri, Giuseppe Francardi, Giovanni Forti, Felice Benci.</p>
<p>GRUPPO DEGLI AGGREGATI</p>
<p>Antonio Antichi, Assuero Bardani, Mario Bernardini, Renato Bindi, Giovanni Busi, O. Caporali, Eugenio Ceccolungo, Alberto Denci, Giovanni Drovandini, Dino Franceschi, Pietro Gervasi, Rodolfo Mambrini, Umberto Mambrini, Giovanni Marrani, Vincenzo Massieri, Vitaliano Mazzoni, Amedeo Micci, Spartaco Nasini, Emilio Pepi, Elvezio Savelli, Giuseppe Savelli, Ivo Savelli, Sesto Sestegiani, Ubaldo Sovani, Quinto Stefanelli</p>
<p>PATRIOTI</p>
<p>Ferrero Pizzinelli, Fernando Franci, Giocondo Carletti, Augusto Fortunati, Silvio Cioni, Guido Mengoni, Vincenzo Paris, Casciani Giovan Battista, Dott. Bruno Bognomini</p>
<p>REALI CARABINIERI DELLA STAZIONE DI PITIGLIANO (dalla Relazione di Sante Arancio del 1946)</p>
<p>Tenente Luigi Brigida (Tenente), Salvatore Vidili (Maresciallo Maggiore), Vito Vangelisti, Emanuele Tagliavini, Giovanni Manfré, Francesco Zazza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Franco Dominici</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> NARA (National Archives and Records Administration), Whashington, RG 18.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Testimonianza di Ferrero Pizzinelli, classe 1921.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> I due Reparti agirono insieme in più di un’occasione, specie nelle azioni di sabotaggio di ponti e strade fra i comuni di Ischia di Castro e quelli di Pitigliano e Manciano.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Si veda F. Dominici, <em>Cent’anni di Storia. Sorano 1860-1960, </em>Stampa Alternativa, Roma 2001, pag. 169. Al convegno del 2 giugno fu presente il partigiano Corrias, per conto della “Montauto”.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> G. Betti-F. Dominici, <em>Banda Armata Maremmana. La Resistenza, la guerra e la persecuzione degli ebrei a sud di Grosseto,</em> Effigi, Arcidosso 2014, pag. 152.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Si dovette a Silvestro Casciani il collegamento fra i partigiani di Pitigliano e quelli di Montauto, grazie a un incontro avvenuto a metà ottobre del 1943.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Numerosi furono i furti di bestie suine operate da soldati teutonici nella zona fra Pitigliano e Sorano, come emerge da vari documenti fascisti. Si veda<em> Il Comune di Sorano nella guerra di Liberazione, </em>Effigi, Arcidosso 2013, pp. 24-26.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Relazione del Raggruppamento Monte Amiata VII Gruppo Bande settore B, pag. 6. Testimonianza del “Tenente Antonio” raccolta da Giulietto Betti il 20 marzo 1987. Secondo varie testimonianze il numero dei morti fu inferiore, ma i prigionieri furono almeno una quarantina.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> NARA (National Archives and Records Administration), Whashington, KTB n. 4 AOK 14, microfilm T 312, roll 491.</p>
<p>[10] Relazione della Banda Arancio Montauto, pag. 131. Il giorno 9 giugno era morto in combattimento il partigiano di Onano Rolando Mochi, in località Orticaia, presso il Casone, dove furono rinvenuti anche i corpi di soldati tedeschi uccisi dai combattenti del viterbese.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10"></a><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> NARA (National Archives and Records Administration), Whashington, KTB n. 4 AOK 14, microfilm T 312, roll 491.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Il colonnello Ramey comandava il 361° Reggimento di fanteria della 91° Divisione di Fanteria Usa. Oltre alla fanteria, la sua Task Force era dotata di artiglieria, carri armati e mezzi da ricognizione.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> G. Betti-F. Dominici, <em>Banda Armata Maremmana, </em>cit., pp. 175-176.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Claudio Biscarini, <em>1944: I francesi e la liberazione di Siena</em>, Nuova Immagine Editrice, Siena 1992, pp. 32-33; Si veda anche: <em>Le C.E.F. en Italie 1943-1944</em>, pag. 174.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> AISGREC (Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea), Fondo ANPI, II, 4, f. 116, Casciani Pietr.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Testimonianza di Mario Casciani, figlio di Pietro, raccolta in data 17 febbraio 2000 da Giulietto Betti, pag. 1.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Pietro Casciani era sposato con Lidia Francardi e i figli erano Mario, della classe 1932, Benito ed Edda, di coppia, del 1938.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Testimonianza di Mario Casciani, cit., pag. 5.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Relazione della Banda Arancio Montauto, cit. pag. 34.</p>
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