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	<title>Il Nuovo Corriere del Tufo &#187; Liberazione</title>
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	<description>Manciano · Pitigliano · Sorano</description>
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		<title>La Liberazione di Sorano</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2022 12:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Comune di Sorano, dove da gennaio a marzo del 1944 aveva operato il gruppo partigiano di Montebuono e subito dopo quello di Mario Salera, il passaggio del fronte avvenne fra il 10 e il 15 giugno 1944 e fu preceduto da intensi cannoneggiamenti degli alleati che causarono numerosi morti fra la popolazione civile e la distruzione di varie abitazioni a S. Giovanni delle Contee e a S. Quirico. In quest’ultima località furono danneggiate 140 case, la canonica e la chiesa<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. La battaglia decisiva per la Liberazione del territorio comunale avvenne intorno a La Rotta e S. Quirico il 13 giugno fra il 40° Reggimento Jaeger della Luftwaffe, che aveva una forza di circa 500 uomini, e il 4° Reggimento tunisino. Verso le ore 16 avvenne l’attacco decisivo: i tedeschi mantennero La Rotta ma S. Quirico, dopo un violento combattimento, fu conquistato dai tunisini. A circa un km da S. Quirico, in località Valle Bisogna, mentre gli alleati transitavano verso il paese con i mezzi corazzati, un gruppo di tedeschi appostati in alcune cantine uccise un sottotenente francese di 23 anni. Si trattò di un gesto dettato dalla rabbia e dalla disperazione per la sconfitta, perché i germanici dovettero arrendersi immediatamente e furono tutti catturati nel momento in cui i francesi puntarono i cannoni dei carri armati nella loro direzione<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</p>
<p>Nel frattempo il Comando di armata tedesco ordinava al 40° Jaeger della Luftwaffe un contrassalto che però falliva vicino alla fattoria di Montignano. In prossimità di S. Quirico i tedeschi registrarono nei diari di guerra la presenza di partigiani che combattevano contro di loro. Due episodi sono rimasti impressi nella memoria collettiva sanquirichese di quei giorni di guerra: il furto di un fucile a un soldato tedesco da parte di Agostino Ceccherini (classe 1918), al quale i tedeschi spararono invano mentre si dileguava lungo il fosso di S. Quirico in direzione dell’insediamento rupestre di Vitozza, e l’interruzione delle comunicazioni per opera di Giovanbattista Nucci, che con un colpo di roncola tagliò i fili del telefono.</p>
<p>Ma i partigiani di cui parlano i tedeschi nei loro diari appartenevano al gruppo di Onano. Infatti a Montignano, in località Orticaria, il 9 giugno morì combattendo coraggiosamente il partigiano di Onano Rolando Mochi di 28 anni, dopo aver ucciso alcuni tedeschi. Venne sepolto nel cimitero di S. Quirico, nella stessa tomba in cui, il 23 marzo 1944 era stato tumulato il partigiano Ugolino Lombardi. La salma di Rolando Mochi fu poi esumata per essere trasportata al cimitero di Onano<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. A lui è dedicata una piazza in quel comune.</p>
<p>Intanto il Comando di armata tedesco autorizzò il ripiegamento su di una nuova linea, tra Montorio e Monte Elmo, ma a causa dei ponti distrutti alle spalle dagli aerei alleati, il 40° Jaeger Regiment perse quasi tutti i veicoli e tutti i mezzi di radiocomunicazione e la ritirata verso Onano avvenne con grande difficoltà.</p>
<p>Da S. Quirico gli alleati raggiunsero facilmente la frazione del Cerreto, in direzione di Sorano capoluogo, accompagnati da Giustacori Vincenzo, classe 1873, che aveva una certa padronanza della lingua inglese perché era emigrato varie volte negli Stati Uniti per motivi di lavoro. Giustacori non aveva abbandonato la propria abitazione per rifugiarsi nelle campagne o nel vicino insediamento rupestre di Vitozza e a una certa ora di quel 13 giugno 1944 decise di incamminarsi verso la Rotta. Giunse in località Valle Bisogna poco dopo l’uccisione dell’ufficiale francese, parlò in inglese con gli americani e si rese disponibile per accompagnarli. All’età di 70 anni fu messo a sedere sul cofano della Jeep e raggiunse il Cerreto, fra lo stupore e l’incredulità dei suoi parenti che si trovavano là sfollati<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3323" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-28-at-17.47.35.jpeg" alt="Masso Leoplodino Sorano" width="1200" height="1600" /></p>
<p>Anche i partigiani di Salera erano entrati in azione: avevano ricevuto mitragliatrici e munizioni a seguito dell’incontro avvenuto il 2 giugno ai Pianetti di Sovana con Pietro Casciani e il tenente dei carabinieri di Pitigliano Luigi Brigida<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Da Radio Bari il generale Alexander esortava i combattenti alla macchia ad attaccare senza tregua le formazioni germaniche in ripiegamento dal Lazio alla Toscana. In prossimità di Sorano i tedeschi annotarono nei loro diari un’imboscata a un veicolo trasporto munizioni del 361° Reggimento della 90° panzergrenadier, nella notte fra l’11 e il 12 giugno. Fu in conseguenza di quest&#8217;attacco che i germanici, costretti a ripiegare dall’avanzata degli alleati e per timore delle imboscate partigiane, catturarono una ventina di ostaggi la mattina del 12 giugno nella piazza e nel centro storico di Sorano, costringendoli a passare la notte nel municipio. Furono fermati: Funghi Attilio, Martinelli Fernando, Zelindo Sanità, Savelli Domenico, Scossa Alfideo, Petri Alberto, Giacomini Mario, Lodovici Vincenzo, Angelini Orlando, Pichini Vincenzo, Baldelli Felice, Savelli Aurelio, Funghi Agostino, Savelli Antonio, Pichini Domenico, Antonio Bassi, il podestà Celli Agostino e 2 aderenti al fascio locale, Mancini Genoveffo e Forti Giovanbattista. Evidentemente i tedeschi non facevano più distinzioni fra gli italiani e le loro intenzioni non erano certo delle migliori: la mattina dopo gli ostaggi furono portati nella piazza principale della Fortezza Orsini dove li attendeva una mitragliatrice pronta per l’esecuzione. L’intervento della suora superiore dell’asilo di Sorano Giulia Ignesti, che s’inginocchiò davanti al plotone di esecuzione gridando “<em>fucilate me, questi sono tutti padri di famiglia innocenti”</em> e della signorina Paola Ricci Busatti, appartenuta alla principale famiglia di proprietari terrieri di Sorano, che intervenne parlando in tedesco, impedì il massacro<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Dopo la guerra, il Comitato di Liberazione comunale di Sorano, presieduto dal socialista Giovan Battista Rossi, rilasciò una dichiarazione in favore di Antonio Bassi, nato il 30 novembre 1916 a Rocca S. Casciano (Forlì), presente nel comune della Maremma collinare durante il periodo bellico perché sfollato. Rossi rilevò la buona condotta politica di Antonio Bassi, che non favorì né collaborò con i tedeschi e i fascisti, mentre <em>“ci risulta che egli, il giorno 13.6.1944, in seguito ad una azione operata da partigiani del luogo i quali incendiavano un automezzo tedesco, venne preso in ostaggio dai tedeschi, attribuendogli la colpa dell’incendio detto. Il Bassi venne liberato dall’ostaggio di cui sopra per intervento della Madre Superiora dell’Asilo, la quale fece opera di persuasione ai tedeschi della sua innocenza”.</em> Il 29 agosto 1944 il CLN comunale compilò un certificato in carta libera per uso scolastico in favore di suor Giulia Ignesti fu Raffaele, nata a S. Piero a Sieve (Firenze) il 23 settembre 1895, domiciliata e residente a Sorano dal 26 ottobre 1937, perché insegnante elementare. Il CLN soranese rilevò che la religiosa non aveva mai ricoperto cariche politiche durante il ventennio, né aveva aderito al risorto fascismo repubblicano e <em>“che pertanto la sua passata e presente condotta politica è stata ed è ottima</em><a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><em><strong>[7]</strong></em></a><em>”.</em></p>
<p>Gli ostaggi furono dunque liberati la mattina del 13 mentre le scarse retroguardie della 90° Divisione panzergrenadier, ormai ridotta alla forza di 2 Battaglioni, cominciarono a ritirarsi da Sorano facendo saltare vari ponti e le cantine usate come deposito di munizioni. Lo stesso giorno i partigiani attaccarono i tedeschi in ritirata uccidendone 2 in località Piandirena e la mattina del 14 alle ore 8 Salera e il suo gruppo entrarono in Sorano prima dell’arrivo degli alleati. Alcuni partigiani, fra cui Aldo Angelini, ricevettero l’ordine di andare incontro alle truppe alleate che, non fidandosi, li fecero accomodare sul cofano della Jeep che precedeva il convoglio militare. Così, nel caso ci fosse stata un’imboscata, i primi a rischiare la vita sarebbero stati loro.</p>
<p>Il capoluogo comunale fu raggiunto nel pomeriggio del 14 giugno dal Gruppo de Linarès della 3° Divisione Algero-Tunisina, composto dal 3° Reggimento fucilieri algerini sostenuto da un distaccamento blindato del 3° RSAR-<em>Spahis</em> algerini, da una squadra di Tank Destroyers (cacciacarri) e da una compagnia di carri armati tipo Sherman americani del 755° Battaglione USA. Giunti a Sorano gli alleati videro sventolare dalla fortezza Orsini una bandiera inglese, cucita per l’occasione da Maria Signori, moglie di Ugo Agostini<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Il comandante della colonna francese si congratulò con i partigiani dichiarando che era il primo paese, da quando Roma era stata liberata, che trovava occupato dai combattenti alla macchia<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Nella notte del 14 giugno gli alleati respinsero un ultimo contrattacco tedesco. Al momento dell’occupazione il comandante Salera emanò un proclama per il rispetto dell’ordine e della proprietà. Otto partigiani di Sorano avevano perso la vita nella guerra di Liberazione, ma l’elenco era destinato ad aumentare, perché la sorte avversa volle che il giovane Aldo Angelini perisse in un incidente automobilistico avvenuto in località Stellata, nel Comune di Manciano, mentre <em>“nella sua qualità di partigiano, in possesso del relativo brevetto, si recava, con camion del Governo Militare Alleato, condotto dagli stessi militari alleati, ad arruolarsi volontario nella gloriosa V Armata Americana</em><a href="#_ftn10" name="_ftnref10"><em><strong>[10]</strong></em></a><em>”.</em> I partigiani uccisi dai nazifascisti furono: Ugolino Lombardi, di San Quirico, capogruppo del Reparto Lamone, morto in combattimento il 2 marzo; i 5 fucilati dai tedeschi a Manciano il 14 marzo, catturati per delazione nella montagna di Elmo, cioè Marsilio Gavini, Alvaro Vasconi, Felice Grillo, Africo Balocchi e Francesco Sorrentino; il sergente maggiore messicano Antonio Marta, partigiano di Montebuono, assassinato nell’aprile dalla Guardia nazionale repubblicana; Calvino Gagliardi di Castell’Azzara, freddato anch’egli, in una vile imboscata, dalla guardia fascista di Pitigliano. Infine ricordiamo Ezio Lombardi, partigiano del Movimento Comunisti d’Italia “Bandiera Rossa, massacrato alle Fosse Ardeatine. Era nato a San Quirico nel 1903.</p>
<h1>Le vittime civili della guerra</h1>
<p>Durante i giorni del passaggio del fronte i tedeschi uccisero alcuni civili: Adamo Crisanti, Rolando Lombardi, Felice Tavani, Francesco Zecchini, Severino Orienti ed Elio Pizzinelli.</p>
<p>Adamo Crisanti, soranese di 19 anni, di professione elettricista, venne freddato in prossimità del Parco della Rimembranza il 13 giugno alle ore 12.30. Era sfollato in zona Le Croci ed era rientrato a Sorano per controllare la situazione e fare rifornimenti. I tedeschi lo fermarono e gli chiesero i documenti e quando videro che era nato nel 1924 lo uccisero subito.</p>
<p>Rolando Lombardi, sanquirichese di 36 anni, invalido, venne assassinato il 12 giugno alle ore 8 in via delle Povere, mentre rientrava in paese dalla propria vigna. Fu sepolto cinque giorni dopo la morte <em>“perché non era possibile prima la rimozione impedita dai tedeschi”</em><a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><em><strong>[11]</strong></em></a><em>.</em> Santi Cirilli, netturbino di S. Quirico, e Alberto Giustacuori, cugino del Lombardi, cercarono di dare sepoltura alla salma del pover’uomo, ma furono immediatamente catturati dai tedeschi e rimasero prigionieri dalle 10 del mattino alle 16. Probabilmente sarebbero stati fucilati, ma li salvò un ufficiale tedesco in ritirata il quale in precedenza era stato a S. Quirico e conosceva bene Cirilli<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<p>Felice Tavani di Montignano (in prossimità di S. Quirico), grande invalido della prima guerra mondiale e sindaco del comune nel 1923, fu ucciso l’11 giugno<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Aveva 46 anni. Fu sepolto nella cappella di famiglia a Montignano. Durante la prima guerra mondiale era stato ferito e catturato dai tedeschi che gli avevano salvato la vita amputandogli una gamba.</p>
<p>Francesco Zecchini di 46 anni, fu colpito a morte in prossimità dell’antica Pieve di S. Maria dell’Aquila, in località Bagni di Filetta, parrocchia del Cerreto, mentre si recava a prendere l’acqua in una fonte prossima alla sua abitazione. Morì all’Ospedale Operaio di Sorano il 14 giugno. Così racconta l’evento Gino Agostini, classe 1930 :<em> “Noi della zona Montesorano, la Sugherella e dintorni eravamo rintanati alle grotte del Pifferi il giorno 13 giugno, l’indomani sarebbe avvenuta la liberazione di Sorano. Dovemmo andare a prendere i rifornimenti per tutti, circa cinquanta persone e ci dividemmo in tre squadre: una con Vittorio Rossi del Tiberi andò a Montesorano a prendere farina e altre cose da mangiare, un’altra a prendere un vitello in una stalla, infine la terza che era composta da me, Marietta e Mariona (che erano due sorelle che abitavano a Montesorano) e un’altra persona sempre donna che non ricordo. Partimmo per il Piscino fontanella che si trova fra le Grotte e il Bagno di Filetta ed essendo io quello più svelto e agile mi incaricai di salire alla fontanella che si trovava in un posto un po’ più in alto. La posizione era però pericolosa perché quei due-tre metri mi mettevano in esposizione; mentre cominciavo a riempire le stagne (secchi di lamiera zincata dei pastori) e gli orcioli sentii a cento, centocinquanta metri delle voci tedesche, mi volsi con lo sguardo da quella parte e vidi un carro armato tedesco da cui erano scesi due soldati che stavano fermando Francesco Zecchini che aveva in spalla una barletta (un recipiente) che si dirigeva verso la nostra stessa fonte; a quel punto mi buttai giù di colpo per paura che mi vedessero, tanto che nella foga ruppi un orciolo. Scappammo quasi atterriti verso le nostre Grotte, non avevamo fatto due passi che sentimmo una scarica di mitra, ma noi non pensammo ad altro che a salvarci. Solo a liberazione avvenuta venimmo a sapere che l’avevano ammazzato ed è naturale che io collegai tutto a quel momento che ho ancora impresso nella memoria</em><a href="#_ftn14" name="_ftnref14"><em><strong>[14]</strong></em></a><em>”</em>.</p>
<p>Severino Orienti di 20 anni, agricoltore, ucciso il 12 giugno alle ore 8.30 in località Fonte del Ricciano presso S. Giovanni delle Contee, mentre si recava a prendere l’acqua. Sembra che l’Orienti si sia avvicinato a un camion tedesco fermo a poca distanza dalla fonte e per questo fu immediatamente freddato dai germanici<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Recentemente sono emerse testimonianze che lasciano supporre l’assassinio di Orienti per mano fascista. Una piccola lapide così ricorda la sua vita spezzata:<em>“Passeggeri una preghiera innalzate per Orienti Severino nel fiore della giovinezza cadeva mitragliato vittima innocente della guerra lasciando nella famiglia e in chi lo conobbe inconsolabile rimpianto”</em>.</p>
<p>Elio Pizzinelli di 51 anni, nativo di Castell’Ottieri dove abitava la madre, venne ucciso il 13 giugno in Via Cupa ad Acquapendente dove risiedeva<a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>.</p>
<p>Il 14 giugno avvenne il massacro della Niccioleta e di Castelnuovo Val di Cecina, compiuto dalle SS italo-tedesche che trucidarono 83 minatori, fra i quali Norberto Bellumori, classe 1894, Bernardino Boni, classe 1912 e Giovanni Guidarelli, nato nel 1922, tutti originari del Comune di Sorano<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<p>Numerosi furono i morti a causa dei bombardamenti alleati durante il passaggio del fronte: oltre al drammatico episodio dei fratelli Goracci uccisi a La Rotta nel maggio, il fatto più grave avvenne il 14 giugno alle ore 15 in prossimità di S. Giovanni delle Contee, a Grotte delle Riparelle, dove una granata uccise 10 civili. Sempre nella frazione di S. Giovanni delle Contee, a causa dell’esplosione di un ordigno di guerra, perse la vita Ivano Bellumori. A S. Quirico, in una grotta dove stava rifugiato, fu colpito da una scheggia di granata Roberto Dominici, di anni 64, che morì il 13 giugno. Venne sepolto nove giorni dopo poiché <em>“ a S. Quirico infuriava la battaglia che durò 58 ore dal 13 al 16 giugno che danneggiò nove decimi delle abitazioni, compresa la Chiesa Parrocchiale</em><a href="#_ftn18" name="_ftnref18"><em><strong>[18]</strong></em></a><em>”</em>. Il 15 giugno rimase vittima dei bombardamenti Sigismondo Lombardelli di Monte Vitozzo. Di Sorano capoluogo morì Raffaello Mario Comastri alla stazione di Orvieto e Bixio Borsetti, un commerciante di 50 anni, perse la vita a seguito del bombardamento alleato alla stazione di Chiusi (SI) il 21 novembre del 1943. Il corpo del pover’uomo finì sotto una cisterna di olio sventrata dalle bombe e fu ritrovato soltanto il 20 marzo 1944<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.</p>
<p>Numerosi furono anche i feriti, invalidi e mutilati civili di guerra. Il 29 maggio 1944 fu ammessa per urgenza all’Ospedale Operaio di Sorano Giuliana Landini, nata e residente a Roma, sfollata a Sorano, colpita da mitragliamento aereo<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>. Per schegge di granata riportarono ferite Giuseppe Giulietti di S. Quirico, Esia Rossini di 8 anni e Nello Rossini di 14 anni di S. Giovanni delle Contee, Alduina Biscontri di 53 anni di Montevitozzo, Michele Papini di 70 anni di S. Quirico, Santina Felici di 26 anni, di S. Quirico; per esplosione di ordigno di guerra Ilio Doganieri di 10 anni di S. Quirico, Ilio Mazzieri di 17 anni di Montebuono, Alviero Meneguali di 16 anni di Castell’Ottieri, Stefano Mori di 14 anni di S.Valentino, Gian Carlo Lombardi di 7 anni di S. Quirico. Quest’ultimo stava giocando nel fosso che attraversa il paese, in prossimità della piazza principale, con Danilo Serafinelli di 9 anni che, in conseguenza dell’esplosione della bomba, perse la vita il 21 luglio 1944 all’ospedale di Pitigliano<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>. Il 9 marzo 1945 fu ucciso dall’esplosione di un proiettile da 20 mm trovato nelle campagne del Casone di Pitigliano, di competenza della parrocchia di S.Quirico, Fernando Del Bono, di 13 anni<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>. Gli incidenti mortali avvennero prevalentemente nella zona fra il Casone di Pitigliano e S. Quirico di Sorano, cioè nelle località dove era avvenuto lo scontro fra i reparti tedeschi e gli alleati. Non mancarono episodi analoghi nel capoluogo, come le ferite riportate da Lena Alessandro, nato a Roma ma residente a Sorano perché sfollato, causate dallo scoppio di una bomba il 10 febbraio 1945<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Nonostante l’intenso lavoro di bonifica del territorio comunale dagli ordigni bellici inesplosi, operato dalla ditta Vannucci di Firenze e deliberato dal sindaco di Sorano Pietro Muzzi<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>, il 7 giugno 1947 Ernaldo Papini di 16 anni di S. Quirico morì dilaniato da una bomba in località Valle Bisogna, mentre riuscì a salvarsi, malgrado qualche ferita, Sergio Dominici, cugino di Papini<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>.</p>
<p><strong><em>La strage di Grotte delle Riparelle</em></strong></p>
<p>Il 14 giugno 1944 alle ore 15, secondo i documenti archivistici, intorno alle 12.30 in base alle testimonianze, in prossimità di S. Giovanni delle Contee, a Grotte delle Riparelle, una granata dell’esercito alleato uccise 10 persone e ne ferì altre. Persero la vita: Ester Rappuoli di 65 anni, Ermete Mangiavacchi di 11 anni, Luisa Tramontana in Rossini di 41 anni, Alcide Rossini di 45 anni, Giuseppa Rossini di 18 anni, Alvaro Rossini di 14 anni, Elvio Rossini di 9 anni, Rutilio Giulianelli di 18 anni, Demesia Batani di 56 anni e Anna Maria Laurini di un anno<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>. Fu senza dubbio la peggiore strage di civili avvenuta nel territorio di Sorano durante la guerra di Liberazione. Demesia Batani e Anna Maria Laurini, la nonna con la nipotina, erano sfollate da S. Lorenzo Nuovo, un comune in Provincia di Viterbo. Fu falcidiata la famiglia di Alcide Rossini, con la moglie e 3 figli. Costoro abitavano a Cornedoro, un podere sulla strada in direzione di Proceno, verso il confine con la Provincia di Viterbo. Ritenendo il fabbricato poco sicuro, l’avevano abbandonato per timore dei bombardamenti ed erano sfollati al podere Le Riparelle, in prossimità del quale si trovavano varie grotte. Erano giorni terribili per il Comune di Sorano, giorni di guerra, perchè stava passando il fronte, ma tutto sarebbe finito 24 ore dopo, il 15 giugno, quando ormai gli alleati incalzavano i nemici presso Castell’Azzara, in territorio amiatino.</p>
<p>La mattina del 14 giugno al podere Le Riparelle c’erano i tedeschi con un carro armato. Siccome gli alleati lo avevano individuato mediante un aereo da ricognizione, un soldato germanico avvisò gli sfollati di allontanarsi e di rifugiarsi altrove. Poi i tedeschi se ne andarono, mentre i Rossini e gli altri scelsero di ripararsi nelle grotte, come d’altronde facevano un po’ tutti nei territori di Sorano e Pitigliano. La caverna individuata come nascondiglio era divisa in 2 parti, entrambe occupate dai civili. Improvvisamente piovvero le cannonate, secondo alcuni da Montignano, o forse dalla parte di Castell’Ottieri. La prima granata colpì il punto preciso dove in precedenza si trovava il cingolato tedesco, la seconda un angolo del podere, la terza proprio sopra la grotta, distante una decina di metri, la quarta fu micidiale: centrò il rifugio, provocando la morte dei 10 civili. L’ordigno colpì la parte sinistra della caverna, dove si salvò solamente Felicetta Rossini, di 8 anni, mentre nella parte destra ci furono vari feriti. Gli alleati giunsero poco dopo a soccorrere i superstiti di quella strage, come Nello ed Esia Rossini, di 12 e 6 anni<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>, immediatamente ricoverati presso l’ospedale di Viterbo. I morti furono subito sepolti in una specie di fossa comune, nel luogo dove i Bologna, una nota famiglia di proprietari terrieri, edificarono successivamente una cappellina per ricordare le vittime di quell’agghiacciante episodio<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>. In seguito le salme furono esumate e translate presso il cimitero di S. Giovanni delle Contee, dove riposano.</p>
<p>Nel volume a cura di Ugo Jona, <em>Le rappresaglie nazifasciste sulle popolazioni toscane, </em>edito da Anfimm, Firenze 1992, alle pagine 73-74, è scritto che questa strage fu compiuta da un reparto nazista, che sparò con un mortaio e centrò una casa con una granata, ma le indagini archivistiche e le testimonianze ci hanno condotto in tutt’altra direzione.</p>
<h1>I militari tedeschi e alleati morti durante il passaggio del fronte</h1>
<p>Nel registro degli Atti di morte di S.Quirico il parroco Don Ugo Sanità annotava, in data 20 giugno 1944, che nei comuni di<em> “</em> <em>Sorano e Pitigliano sono stati sepolti 17 cadaveri di soldati rinvenuti dal sottoscritto nella zona della battaglia svoltasi nella zona della Rotta e Casone dal 9 al 16 giugno del 1944 fra tedeschi e anglo-americani. Una parte (la maggiore) dei morti erano di religione cattolica e quelli ebbero le preghiere di rito nella sepoltura, gli altri il trattamento della carità cristiana. Dieci di questi sono stati sepolti nel cimitero di S.Quirico, a destra dell’ingresso nel 1° quadro</em><a href="#_ftn29" name="_ftnref29"><em><strong>[29]</strong></em></a><em>”.</em> Gli altri 7 furono sepolti a Pitigliano. Le generalità dei 10 soldati compaiono in un elenco redatto dalla guardia comunale Sinibaldo Dominici, in data 9 maggio 1947: si tratta di 7 tedeschi e 3 magrebini. Di questi ultimi 3, al seguito dei francesi e sepolti dalle truppe alleate, non si conosce il nome, ma solamente il luogo della primitiva sepoltura: S. Quirico paese, in fondo alla via 23 Marzo il primo; località Povicione nella proprietà di Niccola Dominici il secondo; l’ultimo presso il podere Prati di proprietà della famiglia Ricci-Busatti. Il primo magrebino fu fucilato dallo stesso Comando francese per aver abusato di una suora in visita a un’altra religiosa nativa della frazione soranese<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a>. Nell’ottobre del 1954 le salme di questi 3 ignoti magrebini, furono translate nel cimitero militare francese di Roma. Cadde vittima delle truppe di colore il sanquirichese Fiorindo Stendardi, classe 1906, nel podere dove abitava con la famiglia nel Comune di Pitigliano, il 13 giugno del 1944<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>.</p>
<p>I 7 tedeschi sepolti a S. Quirico, tutti caduti in combattimento tra il 12 e il 13 giugno, erano: Uffz. Knefel Ogefr.F.Willingsdorfr ucciso a Montignano, Oblt Pilotto ucciso a Montignano, Obgffr. Kofstabter che fu freddato a Fonte Orticara, Gefr. P. Quinug Geb 25.6.923 ucciso a Montignano, Gasse Viafl 512 O 6 Flieger R.G.T. 23 morto presso la Valle del Casone, Gefr H. Merhle ucciso a Montignano e infine un soldato tedesco di cui non fu possibile conoscere il nome, morto al podere S.Nicola.</p>
<p>Altri 6 tedeschi erano stati uccisi al passaggio del fronte: Uffz Meimbre, ucciso in località Poggio Caino, sepolto poi nel cimitero di S.Giovanni delle Contee; Hier Puth Wocchrmeister Hobert Rohlanden, nato nel 1914, morto il 12 giugno 1944 in Montorio e sepolto a Castell’Ottieri; Ig: W. Schinitter, nato nel 1925, morto il 12 giugno 1944 presso il Poder nuovo di Castell’Ottieri e sepolto nel cimitero della frazione; in località Piandirena il 13 giugno i partigiani avevano ucciso C. Herk Kncì Ferman classe 1908 e C. Gefre Ernest Schneider classe 1921, entrambi sepolti nel cimitero di S. Valentino; infine Geff: Mortens, classe 1906, morto e sepolto a Montevitozzo<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a>.</p>
<p>Il 25 ottobre 1949 il sindaco di Sorano Michelino Sarti inviò una lettera al Commissariato Onoranze Caduti Ricerche dispersi di Roma con un elenco di 8 libretti personali tedeschi e di altre nazionalità relativi ai seguenti soldati caduti nella giurisdizione del comune: Ernest Margle, Gunter Pagel, Heinrich Kammermsier, Hoffmam Richard, Hermann Wendt, Hans Schokle, Otto Borchert e Franz Aschenbranner<a href="#_ftn33" name="_ftnref33">[33]</a>.</p>
<p>Anche 2 soldati italiani che combattevano a fianco delle truppe germaniche caddero in combattimento in località La Fornace, Prati, frazione del Cerreto, il 13 giugno 1944, a 3 chilometri da Sorano. Si trattava di paracadutisti in forza al 2° Battaglione <em>Nembo</em> della <em>Folgore</em>: il maresciallo Ubaldo Fanti, classe 1918 di Verona, e Nereo Rebecchi, nato a Lugagnano Val d’Arda (Piacenza) l’8 maggio 1923.  Quest&#8217;ultimo, come si evince dai documenti archivistici, fu sepolto nel cimitero di Sorano capoluogo. Alla famiglia fu riferito che era morto nel corso di un bombardamento e mitragliamento aereo da parte dell’aviazione alleata<a href="#_ftn34" name="_ftnref34">[34]</a>. Per il coraggio dimostrato nel corso dei combattimenti sostenuti dai paracadutisti davanti a Roma, era stato proposto per la croce di ferro tedesca. Forse anche il maresciallo Fanti fu sepolto in Sorano, ma ciò non appare dai documenti dell&#8217;archivio. Non si può escludere che il suo corpo sia andato disperso o che sia stato portato via dai tedeschi in ritirata. Questi 2 soldati, dopo la morte del loro comandante, il maggiore Rizzati, avvenuta nei pressi di Roma, si erano aggregati alla 4^ Divisione dei paracadutisti tedeschi e avevano continuato a combattere gli alleati.</p>
<p>Le salme di 2 militari dell’esercito alleato, sepolti rispettivamente al podere “Cerrina” di proprietà della famiglia Bologna di S. Giovanni delle Contee e presso la tenuta di Riservo di proprietà della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, vennero esumate e trasportate altrove da militari alleati incaricati di tale compito<a href="#_ftn35" name="_ftnref35">[35]</a>.</p>
<h1>Militari soranesi morti in guerra, dispersi e catturati dopo l’8 settembre</h1>
<p>In guerra persero la vita 47 militari del Comune di Sorano e 15 furono i dispersi<a href="#_ftn36" name="_ftnref36">[36]</a>. Perirono a causa del conflitto: Alberto Corfidi, Domenico Cerretani, Eliso Rossi, Modesto Tramontana, Vittorio Franci, Lino Benicchi, Obino Cesaretti, Amato Stefanelli, Germano Rossi, Ilario Scerpena, Giuseppe Muzzi, Giovanni Fioretti, Francesco Berni, Gino Mozzetti, Antonio Cirilli, Italo Tramontana, Demetrio Camici, Emidio Caprini, Emilio Radiconi, Dante Melosini, Ilvo Scopetoni, Delidio Finocchi, Egidio Martinelli, Eduilio Domenichini, Adorno Nardini (appartenuto alla fanteria marmarica, deceduto prigioniero in India), Santi Giani, Amerigo Ciccioni (appartenuto al V Reggimento bersaglieri, deceduto nell’Ospedale Militare in Tunisia il 15 giugno 1943), Eliseo Ricci (deceduto nell’ospedale di Orano il 26 dicembre 1943, Tunisia), Gino Cherubini (appartenuto al II Battaglione genio, deceduto il 27 dicembre 1943 in campo di prigionia alleato a Bona- A.S.F-, cimitero europeo-quadro riservato ai militari), Lino Lucchesi, Irno Biondi ( deceduto in prigionia in Germania), Gino Bizzi (deceduto in prigionia in Germania), Giovanni Carletti (deceduto in prigionia in Germania), Adolfo Nucciarelli, Giuseppe Felici, Alvaro Bellumori, Gualtiero Biondi (deceduto a Belgrado prigioniero dei tedeschi), Luigi Curti, Piero Bigi (appartenuto al 125° Reggimento fanteria, deceduto il 19 maggio 1945 per causa imprecisata e sepolto nel cimitero militare del Cairo), Gino Monelli, Alberto Lusini, Fortunato Orienti, Settimio Torrini, Armando Agnelli, Sem Dominici (deceduto prigioniero in Germania), Bernardino Rossi, classe 1922, appartenuto al 3° Cp del 3° Battaglione speciale granatieri, scomparso per affondamento del piroscafo in cui si trovava il 19 aprile 1943 e dichiarato morto soltanto nel 1955<a href="#_ftn37" name="_ftnref37">[37]</a>. Durante il conflitto, per le operazioni di trasporto delle truppe, venivano spesso utilizzate vecchie navi riadattate al servizio militare; in questo caso era stato utilizzato il piroscafo Francesco Crispi (stazza 7600 tonnellate), probabilmente una nave postale risalente alla fine degli anni 20 del Novecento. Attorno alle ore 14.30 del 19 aprile 1943 il Crispi, che trasportava oltre 1.300 uomini, fu intercettato e colpito con 3 siluri dal sommergibile inglese H.M.S. Saracen vicino Punta Nera (Isola d’Elba). Il piroscafo, pesantemente danneggiato, affondò in soli 16 minuti, causando la morte di oltre 900 uomini, tra cui 534 granatieri.</p>
<p>Infine morì in Russia il 17 gennaio 1943 Adolfo Ricci, un carabiniere nato a Badia Tedalda il 13 dicembre 1905. Aveva prestato servizio a Sorano dove si era coniugato.</p>
<p>I dispersi in Balcania furono: Domenico Borsetti, Solideo Mangiavacchi, Oreste Bellumori, Alarico Berti, Leonildo Conti; quelli in Russia furono: Giuseppe Corfidi, Domenico Grillo, Fernando Piccini, Alderino Benedetti, Mimmo Massai, Misaele Morettoni, Giuseppe Tiberi. I carabinieri Gino Doganieri e Silvio Felici, risultano dispersi rispettivamente a Gabrivizza il 17 febbraio 1944 il primo e in Germania, dove era internato, il 18 giugno 1944 l’altro<a href="#_ftn38" name="_ftnref38">[38]</a>.</p>
<p>Dopo lo sbando dell’esercito successivo all’8 settembre, i tedeschi catturarono numerosi militari soranesi, poi internati nei campi di concentramento in Germania e costretti per anni al lavoro coatto per il III Reich. Non se ne conosce il numero esatto, ma abbiamo un quadro abbastanza preciso sui deportati, quasi tutti della frazione di San Quirico, catturati dopo l&#8217;8 settembre su vari fronti. Nei campi di concentramento tedeschi furono imprigionati i fanti: Oreste Pacchiarotti (cl. 1910), Alberto Rossi (cl. 1914), Angelino Berti (cl. 1922), Lorenzo Taviani (cl. 1922), Piero Ronca (cl. 1921), Gaspero Dominici (cl. 1915), Piero Monachini (cl. 1914), Piero Monaci (cl. 1911), gli artiglieri Armando Papini (cl. 1910), Giuseppe Franci (cl. 1917), Giovanni Felici di Montorio (cl. 1924), Antonio Dominici (cl. 1918). Quest&#8217;ultimo fu catturato ai confini con la Francia e riuscì a saltare dal treno e a raggiungere la propria famiglia nel mese di ottobre, scampando così alla prigionia. Poi finirono in Germania i carabinieri Domenico Goracci (cl. 1903) e Anelio Dominici (cl. 1922), il bersagliere Giovanni Lombardi (cl. 1920), la guardia di frontiera Italo De Paolis (cl. 1921), Giovanni Labardi (cl. 1914) del Genio Militare e infine Gino Dominici (cl. 1924) e Mario Berna (cl. 1922) entrambi arruolati in Cavalleria. In Africa furono arrestati dagli inglesi i seguenti volontari: Benedetto Dominici (cl. 1914), Letidio Lombardi (cl. 1911), Rinaldo Dominici (cl. 1914), Monaci Marino (cl. 1910), Torquato Dominici (cl. 1912) e Vittorio Franci (cl. 1908), che morì in Africa. Sempre in Africa furono catturati dagli inglesi gli artiglieri Giuseppe Dominici (cl. 1911) e Ottavio Bartoccini (cl. 1914). Giuseppe Uccelletti (cl. 1905) fu preso dagli americani in Sicilia e scontò la prigionia in America, mentre Guerriero Lombardi (cl. 1915) ed Elvezio Rossi (cl. 1921), entrambi appartenuti alla Cavalleria, si trovavano in Italia meridionale dopo l&#8217;8 settembre e risalirono la penisola collaborando con gli alleati alla Liberazione<a href="#_ftn39" name="_ftnref39">[39]</a>.</p>
<p>Due storie di militari catturati dopo l’8 settembre sono a nostro avviso significative: quella di Giacomo Pacchiarotti (classe 1911) e l’altra di Carlo Benocci (classe 1922).</p>
<p>Giacomo Pacchiarotti di S. Quirico era stato catturato dai tedeschi nei Balcani e visse il periodo di prigionia in Germania come “non collaboratore”, cioè non firmò la disponibilità a collaborare con il Reich e fu uno dei tanti italiani che fecero questa scelta coraggiosa durante gli anni della prigionia<a href="#_ftn40" name="_ftnref40">[40]</a>.</p>
<p>Carlo Benocci era nato a Sorano nel 1922, primogenito di Nello, vecchio antifascista iscritto al Partito comunista d’Italia sin dal 1921. Carlo era stato richiamato alle armi a guerra iniziata e dopo l’armistizio si trovava a Torino, dove i tedeschi lo catturarono. Fu portato nel campo di concentramento di Buchenwald, in Germania, dove visse in contatto con migliaia di persone di nazionalità diversa. Attraverso il rapporto quotidiano con <em>“quella gente, che pur stando fra la morte e la vita aveva il coraggio di resistere e di tenere alta la testa, apprese ad amare e ad apprezzare gli uomini e ad avere fiducia in loro</em><a href="#_ftn41" name="_ftnref41"><em><strong>[41]</strong></em></a><em>. </em>Tornato in Italia nel settembre del 1945, s’iscrisse al P.C.I. e lavorò a Grosseto nella Federazione del partito dove svolse per diverso tempo il corrispondente per l’”Unità”. Morì prematuramente nel capoluogo maremmano nel 1950. La drammatica esperienza in Germania è testimoniata in alcune poesie della sua raccolta <em>“E l’uomo può parlare”, </em>pubblicata a Grosseto nel 1948.</p>
<p>Riportiamo una sua significativa poesia:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>RICHARD NON RITORNA</em></strong></p>
<p>Richard non torna</p>
<p>Un’ora che aspettiamo</p>
<p>gli occhi nel fiume</p>
<p>grosso di pioggia e morti di stasera</p>
<p>Richard ha cercato la morte</p>
<p>Richard in piedi mentre si dormiva</p>
<p>con la testa piegata nel soffitto</p>
<p>parlava di casa</p>
<p>Con un valzer di Strauss i mitraglieri</p>
<p>l’hanno lasciato freddo sulla riva</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Parrocchia di S. Quirico, <em>Diario di Don Ugo Sanità.</em></p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Testimonianza di Bruno Dominici (1924-2013). Dominici giunse poco dopo sul luogo dove era stato compiuto l’agguato, insieme al proprio zio Pietro Serafinelli e a Don Pietro Franci, che somministrò l’estrema unzione al tenente colpito a morte.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Parrocchia di S.Quirico, Atti di morte, n. 7 e n. 21; AISGREC, Fondo ANPI, B. II, 3, pratica 78.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Testimonianza di Franco Giustacori, classe 1932.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Relazione della Banda Arancio Montauto, cit., pp. 98 e 103. Il tenente Luigi Brigida era nato il 27 ottobre 1914 a Manfredonia (FG). Gli autori ringraziano L’Ufficio Storico dell’Arma dei CC di Roma per la notizia concernente i dati biografici del tenente Luigi Brigida.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Testimonianza di Michele Savelli, classe 1926. Fra gli ostaggi era presente suo padre Domenico. In una lettera del partigiano Ugo Agostini all’A.C.C. di Grosseto, datata 6 dicembre 1944, si fa riferimento alla cattura dei 25 ostaggi da parte dei tedeschi. Un’altra lettera del 30 giugno 1944, scritta da Antonio Bassi, un giovane nascosto a Sorano come sfollato e renitente alla leva, fa riferimento all’accaduto. Antonio Bassi era uno degli ostaggi e scrisse che quando avvenne il fatto, il Celli si trovava sfollato in una grotta e <em>“si presentò al Comando Tedesco, ed assieme alla suora superiora, dopo un giorno di lotta, riuscì a farci mettere in libertà”.</em></p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Si veda F. Dominici, <em>“Un intervento miracoloso”</em> in  <em>Il Nuovo Corriere del Tufo</em>, Anno II, numero 3, marzo 2014. A.CM.S., CLN 1944-1946, Affari politici, dichiarazione del CLN di Sorano in favore di suor Giulia Ignesti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Testimonianza di Gino Agostini, classe 1930.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Le notizie sul passaggio del fronte in territorio soranese provengono dai Diari di guerra del XIV° Panzerkorps germanico, che faceva parte della 14° armata e da un articolo di giornale pubblicato da Walter Dann, reduce tedesco della 20^ Divisione da campo della Luftwaffe. L’episodio della pattuglia partigiana che si congiunse agli alleati mi è stato raccontato da Gino Agostini, cl. 1930, figlio di Ugo e da Michelino Sarti, cl. 1919. Inoltre notizie dettagliate sulle truppe alleate fra Lazio e Toscana si trovano nel volume di C. Biscarini,<em> 1944: i francesi e la liberazione di Siena,</em> cit., pp. 30-34. Per difendere il territorio a ovest del lago di Bolsena fino alla strada statale 74 presso Sorano e Pitigliano, i tedeschi impiegarono reparti da combattimento chiamati Kampfgruppe, cioè uomini decisi a tutto, prevalentemente guastatori con l’obiettivo di distruggere i ponti, minare il territorio ed ostacolare il più possibile l’avanzata alleata, in vista della creazione di un nuovo fronte a nord della Toscana, sugli Appennini, cioè la linea Gotica. Con la conquista di Onano, S.Quirico, San Leonardo, Sorano, il C.E.F. aveva raggiunto il primo dei cinque obiettivi prefissati, cioè l’attraversamento della strada statale 74.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, Caduti, dispersi, civili uccisi. Aldo Angelini, di Nazzareno e Girolama Beri, era nato a Pratolungo di Sorano il 3 settembre 1925.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Parrocchia di S.Quirico, Registro dei morti, anno 1944, n. 17. La madre del Lombardi, Truffarelli Antonia, in una lettera indirizzata alla Presidenza del consiglio dei ministri- Ufficio Patrioti, datata 1/12/1944, evidenziava che il figlio era stato ucciso perché “<em>scambiato per partigiano e perché non volle gridare viva la Germania”.</em></p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Testimonianza di Bruno Dominici (1924-2013).</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Nel Registro dei morti del Comune di Sorano la data della morte di Tavani è il 14 giugno, mentre nel Registro dei morti della Parrocchia di S. Quirico risulta l’11 giugno.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Testimonianza di Gino Agostini, classe 1930 . Conserviamo questa testimonianza scritta da Gino Agostini da Donoratico nel maggio del 2005.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> Testimonianza di Bruno Dominici (1924-2013).</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> A.CM.S., Registro dei morti<em>, </em>anno 1944.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> C. Groppi, <em>La piccola banda di Ariano. Storie di guerra e di resistenza,</em> cit., pp. 81 e 83.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Parrocchia di S.Quirico, Registro dei morti, anno 1944, pag. 332 n. 8.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> G. Betti, <em>Chiusi 1943-1946</em>, Nuova Immagine Editrice, Siena 1996, pag. 28.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Ospedale Operaio di Sorano, Estratto del certificato medico del dott. Cappelletti Pellegrino. Ordinanza di Ricovero firmata dal podestà Agostino Celli il 29 maggio 1944, indirizzata all’Opera Nazionale invalidi di guerra di Grosseto il 23 febbraio del 1946.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Parrocchia di S. Quirico, Registro dei morti, anno 1944, n. 25.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Parrocchia di S. Quirico, Registro dei morti, anno 1945, n. 4.</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> Ospedale Operaio di Sorano, Estratto del certificato medico del dottor Cappelletti Pellegrino ed Estratto di Ordinanza di ricovero del sindaco Luigi Scossa del 10 febbraio 1945 indirizzati all’Opera nazionale invalidi di guerra di Grosseto il 13 luglio 1946.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> A.CM.S., Pubblica Sicurezza 1947, Polveri, Materiali Esplodenti, Armi, Macchine, Incendi.</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Testimonianza di Valerio Papini, classe 1934, fratello di Ernaldo Papini. Testimonianza di Italia Moretti (1940-2014).</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, Civili morti per bombardamento. L’elenco, firmato dal sindaco Pietro Muzzi, è datato 5 giugno 1946.</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> A.CM.S., Elenco dei mutilati civili di guerra trasmesso dal sindaco di Sorano Michelino Sarti all’Associazione Nazionale vittime civili di guerra di Grosseto il 10 giugno 1950.</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> Le testimonianze sulla strage sono state raccolte da Giuseppe Pinzi di S. Giovanni delle Contee, classe 1967. Sono state intervistate varie persone, fra cui Felicetta Rossini, scampata alla tragedia, Attilio Ottaviani e Franco Pinzi.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> Parrocchia di San Quirico, Registro dei morti, anno 1944, pag. 334 n.22.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> In quei giorni di passaggio del fronte si verificarono varie violenze e abusi sessuali.</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> Parrocchia di San Quirico, Registro dei morti, cit., pag 333 n. 20. Il parroco Don Ugo Sanità annotava che lo Stendardi era stato ucciso dai tedeschi l’11 giugno. Ma vi furono testimoni oculari, in particolare Elvezio Pinzi di S.Quirico, che avevano visto aggirarsi intorno al podere “Riempille” (il nome di una fonte vicina all’abitazione di Stendardi) soldati magrebini già da qualche giorno prima dell’omicidio. Ciò è stato confermato anche dai parenti della vittima. Dai documenti archivistici di Pitigliano risulta ucciso da colpi di cassa di fucile vibrati da alcuni marocchini.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, Relazione delle guardie comunali sulle operazioni di raccolta e sistemazione delle salme sparse dei caduti in guerra tedeschi e alleati.</p>
<p><a href="#_ftnref33" name="_ftn33">[33]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, lettera al Commissariato Onoranze Caduti Ricerche dispersi di Roma del sindaco di Sorano Michelino Sarti del 25 ottobre 1949.</p>
<p><a href="#_ftnref34" name="_ftn34">[34]</a> L’ultima lettera alla famiglia di Rebecchi è inserita nel libro<em> Lettere dei caduti della RSI, </em>(a cura dell’Associazione Naz.famiglie caduti e dispersi della RSI), B. &amp; C., Cassino 1975, pag. 114, ristampato con il titolo: <em>La Repubblica Sociale Italiana nelle lettere dei suoi caduti, </em> L’ultima crociata, Roma 1995, pag. 240.</p>
<p><a href="#_ftnref35" name="_ftn35">[35]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, Elenco dei militari britannici e alleati caduti per la lotta di Liberazione, 24 ottobre 1946. Nell’elenco compare anche il sergente maggiore Antonio Marta, ucciso il 4 aprile dai fascisti nella montagna di Montebuono.</p>
<p><a href="#_ftnref36" name="_ftn36">[36]</a> In una lettera inviata dal sindaco Michelino Sarti al Comitato provinciale partigiani di Grosseto il 15 maggio 1950, si fa riferimento a 47 militari caduti nella seconda guerra mondiale e a 17 dispersi.</p>
<p><a href="#_ftnref37" name="_ftn37">[37]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, elenco dei soldati del Comune di Sorano morti in guerra. Nell’elenco compare anche Giovanni Carotti, che sarebbe dunque il 47° militare deceduto, solamente non risulta presente nel primo censimento anagrafico realizzato in età fascista, precisamente nel 1928. Non risulta nemmeno nella lapide dei caduti delle guerre mondiali collocata presso il Parco della Rimembranza, ma in realtà in quella pietra commemorativa mancano i nomi di altri soldati.</p>
<p><a href="#_ftnref38" name="_ftn38">[38]</a> A.CM.S., Guerra 1940-1945, Dispersi, Caduti, Civili uccisi.</p>
<p><a href="#_ftnref39" name="_ftn39">[39]</a> Testimonianza di Bruno Dominici, (1924-2013).</p>
<p><a href="#_ftnref40" name="_ftn40">[40]</a> Idem.</p>
<p><a href="#_ftnref41" name="_ftn41">[41]</a> AISGREC, Fondo Resistenza in Maremma, V, 5, 3 E, Carlo Benocci. Testimonianza scritta da Ermanno Benocci il 25 giugno 1955 sul fratello Carlo. Testimonianza di Antonio Benocci, classe 1932.</p>
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		<title>25 Aprile 2017</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Apr 2017 07:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Zecchini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli eventi nelle terre del tufo e oltre per ricordare la giornata della Liberazione Numerosi gli appuntamenti nelle terre del tufo in occasione della giornata della liberazione del 25 aprile organizzati dalle varie sezione ANPI del territorio.  A Manciano l’ANPI ha organizzato la “Primavera Partigiana”, una serie di appuntamenti che hanno avuto inizio venerdì 21 [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli eventi nelle terre del tufo e oltre per ricordare la giornata della Liberazione</strong></p>
<p><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/04/WhatsApp-Image-2017-04-21-at-09.22.26.jpeg"><img class=" size-medium wp-image-1077 alignleft" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/04/WhatsApp-Image-2017-04-21-at-09.22.26-283x400.jpeg" alt="WhatsApp Image 2017-04-21 at 09.22.26" width="283" height="400" /></a>Numerosi gli appuntamenti nelle terre del tufo in occasione della giornata della liberazione del 25 aprile organizzati dalle varie sezione ANPI del territorio.  A <strong>Manciano</strong> l’ANPI ha organizzato la “Primavera Partigiana”, una serie di appuntamenti che hanno avuto inizio venerdì 21 aprile con la consegna della Costituzione da parte del Sindaco Marco Galli agli studenti diciottenni. Il 22  23 aprile è stata aperta straordinariamente la sala degli ex combattenti per effettuare il tesseramento ANPI. Il giorno della liberazione alle ore 9 sarà depositato un mazzo di fiori presso il Monumento ai Caduti per la Libertà prima della partenza per Grosseto che vedrà l’ANPI di Manciano partecipare alla grande manifestazione provinciale antifascista.  A <strong>Pitigliano</strong> invece, l’ANPI sezione “Pietro Casciani” invita tutti i i cittadini a partecipare alla cerimonia che si svolgerà presso il parco delle rimembranze alle ore 10.30 per deporre un fiore sulla tomba dei partigiani. A <strong>Sorano</strong> nel pomeriggio del 25 aprile presso la Cantina “L’Ottava Rima” si svolgerà l’evento “Resistenza e Liberazione nel territorio di Sorano e Colline del Fiora” a cura di Franco Dominici.   Altri appuntamenti del territorio:  25 aprile-<strong>Montefiascone</strong>, Sala Consigliare-Ricordo di Delio Ricci Partigiano Medaglia d’Oro al Valore Militare alla Memoria, torturato e ucciso in località Campigliola di Mancinao. A seguire spettacolo della compagnia “La Femia” di Giuseppe Pinzi “Di Fronte al Fronte”. <img class=" size-medium wp-image-1079 alignright" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/04/WhatsApp-Image-2017-04-21-at-09.22.58-283x400.jpeg" alt="WhatsApp Image 2017-04-21 at 09.22.58" width="283" height="400" /><br />
5 maggio-<strong>Manciano</strong>, Biblioteca Antonio Morbidi, ore 17-Presentazione del libro Banda Arancio Montauto di Franco Dominici.</p>
<p>7 maggio-<strong>Murci</strong>, comune di Scansano, ore 10.30-Commemorazione della morte dei partigiani Ten. Luigi Canzanelli “Gino” e Giovanni Conti</p>
<p>12 maggio-<strong>Scansano</strong>, Biblioteca comunale, ore 17.30-“La Guerra di Liberazione a sud di Grosseto e il Tenente Gino” a cura di Franco Dominici.</p>
<p>11 giugno-<b>Pitigliano</b>-mattina visita al Cippo di Pietro Casciani. Pomeriggio a San Giovanni delle Contee passeggiata antifascista fino a Grotte delle Riparelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Roccastrada: Marzo-Luglio 1944</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Mar 2017 16:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della Maremma]]></category>

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		<description><![CDATA[Da qualche anno in Maremma, in occasione della Giornata del Ricordo, si accende una polemica su una fantomatica “foiba” a Roccastrada, più precisamente fra il territorio di questo comune e quello di Civitella Marittima, in località Aratrice, dove sarebbero stati gettati dai partigiani i corpi di alcuni repubblichini uccisi tra il maggio e il luglio [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_835" style="width: 410px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/03/Roccastrada.jpg"><img class="wp-image-835 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/03/Roccastrada-400x267.jpg" alt="Veduta di Roccastrada (Fonte Wikipedia)" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Veduta di Roccastrada (Fonte Wikipedia)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Da qualche anno in Maremma, in occasione della Giornata del Ricordo, si accende una polemica su una fantomatica “foiba” a Roccastrada, più precisamente fra il territorio di questo comune e quello di Civitella Marittima, in località Aratrice, dove sarebbero stati gettati dai partigiani i corpi di alcuni repubblichini uccisi tra il maggio e il luglio 1944. Quest’anno la stampa locale, in particolare “Il Tirreno”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, ha riservato al “mistero maremmano”, al “giallo storico” un’attenzione speciale, incassando l’elogio della destra che governa varie amministrazioni, con in testa quella di Grosseto. L’articolo su “Il Tirreno”, di Gabriele Baldanzi, riferisce che sin dal dopoguerra fu avviata un’indagine sulla “foiba” da un magistrato grossetano, ma dopo due anni l’inchiesta venne accantonata. A Roccastrada la destra non si dà per vinta e celebra ogni anno, con tanto di funzione religiosa, i militi della Guardia nazionale repubblicana morti fra il 1943 e il 1944. Fra quelli elencati su “Il Tirreno”, ce n’è uno di mia conoscenza, nel quale mi sono imbattuto durante lo studio sulla Resistenza a sud di Grosseto: Catone Corridori. Catone (almeno che non sia un omonimo), fu rinviato a giudizio nel 1922 assieme al famigerato Castellani e altri, per la strage del luglio 1921 avvenuta proprio a Roccastrada, in cui furono trucidate 10 persone<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Catone Corridori, brigadiere della milizia, era stato inviato a Manciano tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 per reprimere il movimento partigiano, particolarmente attivo in Val di Fiora sin dai giorni successivi all’armistizio. Egli si aggirava per il paese armato fino ai denti e incuteva terrore, perché aveva un fisico imponente e dichiarava apertamente che per gli antifascisti era giunta la fine. Lo scrittore Alfio Cavoli lo ha definito <em>“l’ammazzasette fascista”<a href="#_ftn3" name="_ftnref3"><strong>[3]</strong></a></em>, solo che invece di ammazzare, finì mitragliato la sera del 26 gennaio 1944 dai partigiani, che gli tesero un’imboscata nel centro storico di Manciano.<br />
Torniamo alla cosiddetta “foiba” e alla fonte che ne comproverebbe l’esistenza. <em>“Esiste un libro dichiaratamente apologetico della Repubblica Sociale</em>, scrive Baldanzi, cioè “Cronache Grossetane. Settembre 1943- Giugno 1944”, scritto da Vito Guidoni e pubblicato nel 1995. Un libro il cui autore, che fu milite fascista, è descritto da Mimmo Franzinelli: <em>&#8220;A Grosseto il personaggio più famigerato era l&#8217;ex milite della GNR Vito Guidoni, latitante sino alla revoca del mandato di cattura per sopravvenuta amnistia (anche se &#8211; osserva il prefetto &#8211; dato il suo passato politico, per tema di rappresaglia non ha qui fatto ancora ritorno); gli si addebitava un impressionante curriculum di violenze, inclusi vari sequestri di persona, tra le sue vittime un giovane ebreo non identificato&#8221;</em><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"><em><strong>[4]</strong></em></a>. Un documento del Municipio di Grosseto, rinvenuto nel fondo CPLN (Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale), raccoglie un elenco dei fascisti fuggiti prima dell’arrivo degli alleati, considerati <em>“elementi tutti oltremodo pericolosi e dannosi alla sicurezza delle operazioni belliche alleate”.</em> Al numero 6 della lista c’è Guidoni e di lui si legge:<em> “Tenente della GNR ha diretto numerosi rastrellamenti contro patrioti partecipando di persona a molti omicidi, saccheggi e razzie, dimostrando in ogni occasione una ferocia veramente sanguinaria nonostante la sua giovane età”</em><a href="#_ftn5" name="_ftnref5"><em><strong>[5]</strong></em></a>.<br />
Prima di entrare nel merito della “foiba”, dedichiamo ancora qualche attenzione al libro di Guidoni, “Cronache Grossetane”, analizzando il modo in cui l’autore rappresenta i due eventi più drammatici avvenuti nel territorio provinciale fra il 1943 e il 1944: l’istituzione del Campo d’internamento per ebrei di Roccatederighi (comune di Roccastrada) e l’eccidio dei minatori di Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina.<br />
Guidoni, a pagina 62, descrive il Campo di reclusione per ebrei come un <em>“campo d’internamento all’italiana, con preti e le monache del seminario”</em> e a pag. 121 ripete <em>“campo d’internamento all’italiana, a conduzione familiare”</em>, un po’ come se fosse una simpatica azienda casareccia della Maremma. Sappiamo da fonti storiche che da quella prigione molti ebrei furono trasferiti a Fossoli e 38 morirono nei lager tedeschi o in località ignote<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.<br />
La strage degli 83 minatori della Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina sarebbe stata perpetrata, secondo Guidoni, dai soli tedeschi:<em>“Nessun italiano partecipò alla rappresaglia, che fu una esigenza delle truppe tedesche in ritirata”</em> (“Cronache”, pag. 123). Ma per quanto Guidoni cerchi di perpetrare il mito degli “Italiani brava gente”, la verità è che la strage fu compiuta dal III Polizei – Freiwilligen – Bataillon Italien, cioè un reparto nazista di nazionalità italiana.<br />
Una volta accertato il “metodo” usato dall’autore per selezionare e presentare le informazioni, leggiamo cosa scrive Guidoni a pagina 124: <em>“Nella provincia occupata dagli alleati si compiono le vendette del comunismo asiatico. Ex militari ed ex fascisti, rei di aver fatto solo il proprio dovere, agli ordini di un governo italiano di fatto, le cui leggi peraltro erano cogenti per tutti […] senza processi sono stati uccisi e gettati nel pozzo dello sprofondo tra Civitella M./ma e Roccastrada”</em>. Guidoni non fa riferimento a nessuna “foiba”, bensì a un pozzo sprofondatoio, ma soprattutto colpisce il fatto che le vittime siano da lui definite <em>“ex militari ed ex fascisti”</em>, come se tolta la divisa all’arrivo degli alleati o gettato un distintivo si fossero scaricati di dosso le responsabilità delle azioni – spesso criminose &#8211; compiute fino al giorno prima. Vediamo, poi, chi erano e quando sono stati uccisi questi “ex”. Guidoni parla di <em>“otto ex militari isolati nel comune di Roccastrada”</em>, mentre nell’articolo di Baldanzi si menzionano cinque corpi mai ritrovati: quelli di Vittorio Minucci, Eliseo Franchi, Angiolo Pini, Sebastiano Scalone, Lorenzo Brocchi.<br />
Attenendoci all’elenco dei morti grossetani della RSI, che si trova alle fine delle “Cronache Grossetane”, riscontriamo quanto segue: Vittorio Minucci, carabiniere, è ucciso il 3 maggio 1944 a Roccastrada; Eliseo Franchi, nativo di Piancastagnaio, sottotenente della Guardia nazionale repubblicana, proveniente dalla III Compagnia giovanile di Cinigiano, in alcuni documenti risulta ferito il 24 maggio durante un&#8217;azione di rastrellamento contro i partigiani e morto il 28, mentre per Vito Guidoni il 21 maggio in località Aratrice; Sebastiano Scalone, commissario di P.S. e Angiolo Pini, sottotenente della GNR, furono freddati l’11 giugno a Roccastrada; Lorenzo Brocchi, classe 1892, nativo di Campagnatico, residente a Pari, squadrista nel 1921-1922, capitano della Guardia nazionale repubblicana, fu ucciso il 6 luglio 1944 in località Aratrice. Precisiamo che da Roccastrada, dove secondo Guidoni sono stati uccisi 3 dei 5 militi citati, ad Aratrice, c’è una distanza di almeno 10 chilometri. Intanto chiediamoci con quale criterio Guidoni chiami “ex” i militi sopra citati. Infatti, in provincia di Grosseto il conflitto finì soltanto alla fine di giugno e Roccastrada venne raggiunta e liberata dagli alleati il giorno 24. Alcuni di questi militi e poliziotti fascisti erano in fuga verso l’Italia settentrionale, dove altri loro commilitoni e camerati si erano già rifugiati dopo il 9 giugno, cioè da quando la repubblica sociale grossetana si era disgregata per il sopraggiungere degli alleati. A nord i fascisti grossetani si macchiarono di altri delitti e nefandezze e, cosa che non li rendeva per nulla “ex”, continuarono a combattere a fianco dei tedeschi fino alla Liberazione d’Italia, cioè alla resa della Germania nel maggio 1945.<br />
Proviamo a capire meglio, ad approfondire quanto avvenuto fra il maggio e il luglio 1944, inquadrando gli avvenimenti nel loro contesto, cioé la guerra di Liberazione che si stava combattendo. Adopereremo altre fonti, oltre a Guidoni: la relazione della Brigata “Antonio Gramsci”, quella dei partigiani che si scontrarono con i nazifascisti nella tarda primavera del 1944; le dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri Reali nell’ottobre di quell’anno da molti cittadini, cioè denunce riguardanti la distruzione delle loro proprietà o l’uccisione di civili da parte dei tedeschi, durante la loro “ritirata aggressiva” in territorio roccastradino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
La III Brigata “Antonio Gramsci”</strong><a href="#_ftn7" name="_ftnref7"><strong><strong>[7]<br />
</strong></strong></a>La Brigata garibaldina “Antonio Gramsci” si costituì nel marzo 1944 e dipendeva dal CPLN, dal Comitato di Roccastrada e da quello Militare di Grosseto, il cui delegato era Aristeo “Ganna” Banchi, comunista e antifascista di vecchia data. La “Gramsci” ebbe stretti rapporti con la brigata senese “Spartaco Lavagnini”, entrambe d’ispirazione comunista. Dopo la sua fondazione videro la luce altri distaccamenti nelle frazioni di Giuncarico, Torniella, Ribolla, Tatti, Paganico, Montemassi, collegati fra loro per tutto il periodo della lotta armata. Comandava la formazione di Roccastrada Sady Basi, ex Sergente Maggiore dell’esercito morto in combattimento nel giugno 1944 e sostituito da Amedeo Pecci, che ne era stato il commissario politico<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Armi, munizioni e mezzi di sussistenza erano gli stessi di un qualunque gruppo partigiano della Maremma: pistole, fucili mitragliatori, mitragliatrici, bombe a mano e i viveri erano forniti dai proprietari e dai contadini della zona, o provenivano dalla cattura di quelli destinati ai tedeschi e ai fascisti. Le azioni della “Gramsci”, descritte nella Relazione della banda, iniziarono il 12 aprile e terminarono il 24 giugno 1944, quando gli alleati liberarono Roccastrada. Ci soffermeremo su quelle di maggio e giugno, selezionando le più significative e tralasciando quelle riferite agli approvvigionamenti di armi e viveri. Il 3 maggio i partigiani disarmarono quattro carabinieri repubblicani, di cui solo uno veniva arrestato e <em>“giustiziato al campo perché noto fervente fascista e nemico instancabile dei partigiani e delle loro famiglie”</em>. A giudicare dalla data, che coincide con quanto scritto da Guidoni, dovrebbe trattarsi di Vittorio Minucci, che dunque sarebbe stato ucciso al campo partigiano, cioè in località Bagnolo, distante 5 o 6 chilometri da Aratrice.<br />
Il giorno 14 (in altra documentazione l’evento è datato 4 maggio) la “Gramsci” collaborò alla fuga dal Campo d’internamento di Roccatederighi di 5 francesi, fra i quali il Maggiore della Legione Straniera René Babbonneau, un ufficiale jugoslavo (Ernst Rosenfeld, che si aggregò alla “Spartaco Lavagnini” con il nome di battaglia “Barbanera”) e l’ebreo grossetano Cesare Nunes<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.<br />
Il 18 maggio i partigiani eliminarono un maresciallo della milizia impegnato in attività di spionaggio e un suo delatore già infiltrato nella formazione. Lo stesso giorno i combattenti attaccarono il carcere di Roccastrada, liberarono tutti i prigionieri e uccisero il guardiano e un altro milite.<br />
Alla data del 21 maggio la relazione della “Gramsci” registrò uno scontro a fuoco, un’azione di guerra particolarmente cruenta presso la località Aratrice, fra un esiguo numero di partigiani e un nutrito gruppo di fascisti, con perdite da parte di questi ultimi. Una staffetta fu inviata al campo partigiano per ottenere rinforzi e al ritorno incontrò una pattuglia repubblichina che gli intimò l’alt. Come risposta il combattente sparò uccidendo un tenente e un gregario, mentre il resto dei fascisti si disperdeva. Stando alla data, la stessa che riporta Guidoni, è questa la circostanza in cui fu ucciso il sottotenente Eliseo Franchi. Tre giorni dopo i combattenti catturarono due fascisti, ritenuti innocui e per questo rilasciati, ma a condizione di provvedere a inviare viveri. Cosa che fu puntualmente eseguita.<br />
All’approssimarsi del fronte, la formazione minò tutti i ponti intorno a Roccastrada facendoli saltare in aria.<br />
Il 2 giugno la “Gramsci” sfuggì a un tentativo di accerchiamento operato dai fascisti. Alcuni partigiani furono fatti prigionieri e torturati, ma non uccisi. Saranno liberati al momento della presa di Roccastrada. Nello scontro per sfuggire all’accerchiamento, i repubblichini ebbero alcune perdite.<br />
Fra il 6 e l’8 giugno i combattenti per la libertà attaccarono e occuparono i principali paesi: dapprima Civitella, dove fu assaltata la caserma dei carabinieri e disarmati 19 militi, poi Paganico, Sticciano, Batignano, Montemassi, Sassofortino, Roccatederighi, Torniella. Il 9 gli uomini della “Gramsci” fecero il loro ingresso a Roccastrada dove <em>“la popolazione</em> <em>attendeva da molto tempo con ansia questo evento e ricevé i suoi figli con una manifestazione incredibile di entusiasmo”</em>. In tutti i paesi venne mantenuta la calma e l’ordine, arrestati i fascisti rimasti e distribuiti i viveri alle popolazioni. In questo contesto, l’11 giugno, furono uccisi Pini e Scalone. Nella relazione della “Gramsci” non è riportato nessun evento a questa data. Vediamo di capire chi erano i due militi in questione, in cosa si erano distinti e quali mansioni avevano svolto durante i 9 mesi della repubblica sociale in provincia di Grosseto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Angiolo (o Angelo) Pini e Sebastiano Scalone<br />
</strong>Angiolo Pini, detto il tenentino per la sua corporatura minuta, era nato a Grosseto nel 1920. Durante i mesi della RSI operò nei comuni di Pitigliano e Sorano. Vito Guidoni ce lo presenta a pag. 99 delle sue “Cronache Grossetane”, quando scrive che la GNR (senza nominare Pini) uccise un parà americano a Elmo di Sorano il 26 marzo 1944. In realtà la GNR di Pitigliano, con a capo Pini, uccise il messicano Antonio Marta il 4 aprile alle 4 del mattino, a Casa Pulcini, presso Montebuono.<br />
Sempre a pag. 99 Guidoni afferma che<em>: &#8221; Lo stesso 26 marzo, con azione di controbanda (minima forza in abiti civili) il ten. Pini, in agro di Sorano, eliminava il pericoloso capo banda Calvino&#8221;.</em> Calvino Gagliardi, della classe 1922, non fu ucciso il 26 marzo, ma il 18 maggio in un’ imboscata<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>.<br />
In una lettera datata 6 giugno 1944, il tenente dei carabinieri Gustavo Lombardi, che aveva prestato servizio alla stazione di Pitigliano, testimoniò di aver scarcerato l’antifascista Adorno Camilli di Sorano <em>&#8220;per scrupolo di coscienza, perché il sotto ten. Pini minacciava continuamente di ucciderlo&#8221;<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><strong>[11]</strong></a></em>.<br />
A pag. 50 del libro <em>&#8220;Per noi il tempo s&#8217;è fermato all&#8217;alba&#8221;</em>, edito da Effigi, Marco Grilli ha pubblicato un documento, rinvenuto nell’Archivio di Stato di Grosseto, fondo Prefettura, relativo a un <em>“giro di propaganda”</em> della Guardia nazionale repubblicana nel territorio di Sorano, con lo scopo di reclutare giovani per l’esercito, cioè un rastrellamento con minacce alle famiglie dei renitenti, compiuto da 15 militi agli ordini di Angiolo Pini, presente il segretario del Partito fascista di Pitigliano<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Pini fu uno spietato persecutore di partigiani e antifascisti e il suo nome è legato inscindibilmente all’omicidio del combattente Calvino Gagliardi. Probabilmente il sottotenente lasciò Pitigliano dopo il bombardamento americano del 7 giugno, comunque prima del 10, giorno in cui i partigiani occuparono il paese. Possiamo ipotizzare che egli abbia raggiunto Grosseto già abbandonata dai suoi camerati, per cui ritenne opportuno dirigersi altrove, più lontano possibile dal fronte. Forse era in compagnia del commissario Scalone, quando fu ucciso dai partigiani l’11 giugno del 1944 a Roccastrada.<br />
Sebastiano Scalone, commissario di P.S. alle dirette dipendenze del vice-questore Liberale Scotti, comandò il reparto di poliziotti presente al rastrellamento di Monte Bottigli e alla cattura degli 11 renitenti e antifascisti, barbaramente trucidati a Maiano Lavacchio. Dopo il massacro dei minatori di Niccioleta, l’uccisione dei martiri d’Istia rappresenta l’episodio di maggior crudeltà perpetrato dai nazifascisti in provincia di Grosseto. Peraltro la strage fu opera esclusiva dei fascisti. Scalone è così descritto nel già citato documento del Comune di Grosseto, fondo CPLN: <em>“Sedicente dottore in giurisprudenza. Iscritto al P.F.R.. Ha organizzato e diretto molti rastrellamenti in cui vennero uccisi dei partigiani. Diresse la spedizione di P.S. che portò all’eccidio di Istia d’Ombrone e del quale ebbe a vantarsene pubblicamente, ripromettendosi anche di ripetere in seguito misfatti del genere”<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><strong>[13]</strong></a></em>. Condannato nel 1946 a morte per fucilazione in contumacia, in quanto collaboratore dei tedeschi invasori, la pena gli venne commutata dapprima all’ergastolo, poi a trent’anni di reclusione. Nel 1973 la Corte d’Appello di Perugia dichiarò estinto il reato<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Essendo residente a Roccastrada, è molto probabile che sia stato catturato e ucciso l’11 giugno 1944 dai partigiani mentre cercava di riparare verso località più sicure, cosa che in quei frangenti tentavano i fascisti più compromessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Liberazione<br />
</strong>Dopo la Liberazione di Roma, avvenuta fra il 4 e il 5 giugno 1944, la ritirata della Wehrmacht in direzione della Toscana fu rapidissima. Incalzati dagli alleati, i tedeschi raggiunsero in pochi giorni il confine fra le province di Viterbo e Grosseto e solo allora rallentarono il ritmo del ripiegamento, decisi a opporre resistenza all’avanzata nemica. Fu a questo punto che alle loro spalle iniziò la guerriglia delle bande partigiane che popolavano i boschi di Montauto e la Selva del Lamone. La loro azione, a sostegno degli alleati, fu in certi casi determinante per la Liberazione dei centri abitati di una certa consistenza, come Capalbio, Manciano, Pitigliano e Sorano. Pitigliano, probabilmente caso unico in Toscana, fu liberato unicamente dai partigiani fra il 10 e l’11 giugno, con una battaglia ingaggiata contro i tedeschi e durata 26 ore<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>. Quanto avvenuto a sud di Grosseto fu riferito immediatamente agli alti comandi della Wehrmacth, come si deduce dalla lettura dei loro diari di guerra, e certamente influì negli ordini draconiani del 17 giugno, emanati dal Generale Kesselring, sulla modalità di condurre la lotta alle bande, <em>“con tutti i mezzi a disposizione e con la massima durezza”<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><strong>[16]</strong></a></em>. L’avanzata degli alleati procedette a sud, lungo la costa, dove la 36^ Divisione di fanteria “Texas” liberò Magliano in Toscana e raggiunse Grosseto il 15 giugno; in direzione dell’Amiata avanzavano il Corpo di spedizione francese e una Task force USA detta “Ramey”. Intanto, a partire dall’11 giugno, iniziò lo stillicidio delle singole uccisioni di civili e varie stragi, compiute dai tedeschi e dai fascisti sulla popolazione inerme.<br />
Anche a Roccastrada il passaggio del fronte, che avvenne fra il 14 e il 24 giugno, portò morte e distruzione. Il suo territorio <em>“era al centro delle attenzioni del Comando germanico, perché si trovava in un punto strategico, in quanto costituiva un collegamento con la zona di Pomarance e Volterra, dove erano dislocate le altre divisioni tedesche del XIV Corpo Corazzato, e con Siena, da dove provenivano i rifornimenti”<a href="#_ftn17" name="_ftnref17"><strong>[17]</strong></a></em>. Agli scontri con i partigiani della “Gramsci”, iniziati già nella prima metà di giugno, i tedeschi affiancarono una strategia del terrore, una “guerra ai civili” che causò la morte di 14 persone, la maggior parte uccise in circostanze non note. Il 12 giugno fu ucciso Tersilio Tofanelli a Sugherecci di Roccastrada; il 15 furono assassinati l’agricoltore Leopoldo Ciacci e il garzone Romolo Bartoli al podere La Fonte da tedeschi ubriachi che avevano ospitato; sempre il giorno 15 fu uccisa a Roccastrada Genoveffa Tiberi; il 16 a Roccastrada fu ammazzata la sessantanovenne Vitaliana Ricci; il 18 a Sticciano venne ucciso Armando Guerri; il 19 furono assassinati Francesco Sgai e Luigi Turacchi in località Capannone; il 19 fu mitragliato a Roccastrada l’operaio Vincenzo Bechi; il 20 giugno persero la vita per mano tedesca 3 operai di Sassofortino, perché nella loro proprietà fu trovato un moschetto; il 21 giugno a Roccastrada venne assassinata l’ottantenne casalinga Giuseppa Natali; il 23 fu ucciso Primo Santri a Sassofortino <a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. Agli omicidi si affiancarono le devastazioni. Fra il 15 e il 24 giugno i tedeschi saccheggiarono, distrussero con le mine o incendiarono 16 abitazioni di Torniella, episodi denunciati dopo la guerra dalle vittime di tali atti vandalici, con dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri Reali<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.<br />
Nel frattempo la “Gramsci” si scontrava con i tedeschi con esiti non sempre positivi. Il 17 giugno, in località Ponte del Ricci, 4 partigiani del distaccamento di Montemassi persero la vita in uno scontro con i tedeschi, che erano in netta superiorità numerica. Morirono Diego Degli Esposti, comandante della brigata, Lismo Piastri, Isio Pinna e Francesco Bellitto<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>. Tra il 21 e il 22 giugno i partigiani attaccarono i tedeschi in prossimità di Roccastrada, provocando la morte di 5 nemici e la cattura di altri. Nello scontro perse la vita il comandante della formazione Sady Basi.<br />
Il 23 il grosso dei tedeschi, inseguito dagli alleati, raggiunse Roccastrada. I partigiani fronteggiarono per ore l’avanzata nemica, infliggendo varie perdite e causando lo sbandamento di molti soldati, ma dovettero desistere di fronte ai carri armati del nemico. Roccastrada fu evacuata e i soldati della Wehrmacht, entrati nel paese, si abbandonarono a saccheggi e distruzioni, descritti dal partigiano Elio Tantulli: <em>“Lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi, quando ci fu possibile rientrare era davvero sconsolante; il palazzo comunale, la torre dell’Orologio e decine di altri edifici erano stati fatti saltare con cariche esplosive, molti altri incendiati e molte strade minate”<a href="#_ftn21" name="_ftnref21"><strong>[21]</strong></a>.<br />
</em>Il 24 giugno gli alleati raggiunsero e liberarono Roccastrada, incontrandosi con i partigiani e la popolazione. Negli scontri dei giorni successivi furono fucilati 37 tedeschi e molti altri catturati, ma anche i partigiani registrarono 6 vittime. La Relazione mette in evidenza le crudeltà perpetrate sulla popolazione dai tedeschi in fuga, perché i corpi di civili uccisi <em>“continuavano a essere incontrati sparsi qua e là per le campagne ed il loro numero è imprecisato”</em>. La guerra, per Roccastrada, era finita. La III Brigata “Antonio Gramsci” ebbe 28 caduti per la causa della libertà. In questi frangenti si colloca l’uccisione del capitano della Gnr Lorenzo Brocchi, l’ultimo dei cosiddetti “infoibati”, avvenuta il 6 luglio a Aratrice. Brocchi fu l’unico dei 5 ad essere ucciso a pochi giorni di distanza dal passaggio del fronte, quando gli animi erano ancora eccitati dalle distruzioni e dagli omicidi commessi dal nemico in fuga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni<br />
</strong>La guerra di Liberazione ha lasciato a Roccastrada molte questioni ancora aperte, come l’evento in cui perse la vita Sady Basi, del quale i testimoni hanno preferito non dire. <em>“Il dopoguerra a Roccastrada</em> – scrivono Benedettelli e Giovannini &#8211;<em> è segnato più di altri dalla fatica della ricostruzione di un clima di pace. Si è protratta a lungo una memoria difficile, piena di vuoti, che è ancora impossibile colmare e che a tratti lascia intravedere indizi di episodi mai chiariti. Un clima pesante, di divisioni storiche tra eredi del fascismo e antifascisti, ma anche di disarmonie fra i protagonisti della Resistenza”<a href="#_ftn22" name="_ftnref22"><strong>[22]</strong></a></em>. Alle stesse conclusioni è giunta Cinzia Pieraccini, che attribuisce la difficoltà a ricostruire pienamente il passato a una resistenza di tipo “antropologico” della popolazione di Roccastrada: <em>“Aleggia fra alcuni roccastradini una sorta di resistenza al racconto, allo sforzo della memoria”</em>, difficoltà riscontrata, non solo per la ricostruzione degli eventi del Ponte del Ricci, ma anche per <em>“il cosiddetto pozzo sprofondatoio – del quale si sono rintracciati alcuni elementi minimi nell’archivio comunale –rispetto al quale laddove non c’è assenza totale di testimonianze, è presente un variegato ventaglio di interpretazioni tale da mettere in dubbio la stessa realtà dell’accaduto”<a href="#_ftn23" name="_ftnref23"><strong>[23]</strong></a>. </em>Abbiamo cercato di ricostruire, seppur sommariamente, gli eventi della Liberazione di Roccastrada, all’interno dei quali si collocano le uccisioni di 5 militi fascisti, la cui scomparsa, probabilmente all’interno dello sprofondatoio, non ha nulla a che vedere con le Foibe istriane e giuliane del 1943 e del 1945. Un chiarimento in questo senso – e non è il primo – è stato espresso recentemente da Luciana Rocchi, che ha diretto per molti anni l’Istituto Storico grossetano della Resistenza e dell’età Contemporanea. Intervenendo su “Il Tirreno” dell’11 febbraio, Rocchi ha asserito che<em> “si fa un uso equivoco di un termine (foiba) che rientra in una precisa categoria storica […] se si parla di eventi storici non c’è più in Italia chi ignori che si tratta delle cavità carsiche delle zone di confine dove italiani e tedeschi furono gettati e uccisi”</em>. Luciana Rocchi prosegue confermando la realtà dello sprofondatoio, che <em>“esiste. Ha una precisa localizzazione, si conoscono i nomi di uomini che vi furono gettati. Fatti che vanno inquadrati in quella che fu una guerra civile…”</em>. E più avanti: <em>“Commemorare, pregare, onorare, ascoltare e condividere il dolore è legittimo- Che se ne parli e si cerchi è saggio. Però, per favore, basta con la foiba di Roccastrada”<a href="#_ftn24" name="_ftnref24"><strong>[24]</strong></a></em>. Certo, è saggio che si cerchi, che si faccia luce su episodi ancora oscuri o dai contorni incerti, mentre è sbagliato e pericoloso strumentalizzare o deformare i fatti per finalità contingenti, che nulla hanno a che vedere con l’onestà e il rigore necessario per ricostruire gli eventi storici.<br />
E’ saggio che si cerchino i dispersi, come il carabiniere Veriano Contrucci, partigiano della Banda Arancio Montauto, catturato dai tedeschi a Manciano il 9 giugno e fucilato, verosimilmente, 2 giorni dopo a Roccastrada<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a> ed è altrettanto saggio indagare sulla scomparsa di Ubaldo Fanti, Maresciallo della Folgore, combattente con i tedeschi, mitragliato a morte dagli alleati in prossimità di Sorano. I morti sono morti, sono tutti uguali, si dice, ma non dimentichiamoci mai che da vivi non lo furono.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Franco Dominici</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Il Tirreno”, 9 febbraio 2017</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> A. Banchi “Ganna”, <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, </em>Effigi, Arcidosso, 2014, pag. 38.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> A. Cavoli,<em> Aspettando gli angloamericani. La Resistenza in Maremma fra eroi esaltati, eroi dimenticati, contraddizioni e mezze verità</em>, Stampa Alternativa “Strade Bianche”, Roma 2006, pp. 30-33. F.Dominici.G. Betti (a cura di), <em>Banda Arancio Montauto 1943-1944. La Resistenza fra Toscana e Lazio</em>, Effigi, Arcidosso 2016, pp. 113 e 126.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> M. Franzinelli, <em>L’amnistia di Togliatti.1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti</em>, Feltrinelli, Milano 2016, pag. 90.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Aisgrec (Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea), CPLN, b. 7, f. Elenco dei fascisti maggiormente responsabili fuggiti prima dell’arrivo degli alleati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> www. grossetocontemporanea.it: “<em>Il campo di concentramento di Roccatederighi: la mostra e il documentario”</em>. <em>“Il seminario vescolvile di Roccatederighi”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> La Relazione generale della Brigata “Antonio Gramsci” si trova in Aisgrec, Fondo ANPI, B. B7, f. Pp9.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Amedeo Pecci, che sarà anche sindaco di Roccastrada, aveva scelto il nome della Brigata perché era stato a lungo in carcere con Antonio Gramsci. Pecci, segretario del gruppo anarchico Germinal, era stato arrestato nel 1921 a seguito dell’uccisione di un fascista. Condannato a 21 anni di carcere, uscì nel 1936, ma per altri 4 anni fu internato in una casa di lavoro. Uscito alla fine del 1943, ritornò a Roccastrada e si unì alla formazione di Basi. Si veda: L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), <em>Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi</em>, Comune di Roccastrada-Isgrec, Effigi, Arcidosso 2008, pp. 14 e 25, note 5 e 15.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Per questo episodio si veda anche: G. Betti, F. Dominici, <em>Banda Armata Maremmana 1943-1944. La Resistenza, la guerra e la persecuzione degli ebrei a sud di Grosseto (Manciano, Pitigliano, Sorano, Castell’Azzara, Roccalbegna, Capalbio, Magliano in Toscana, Scansano e Ischia di Castro)</em>, Effigi, Arcidosso 2014, pp.234-237.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Per l’uccisione del sergente messicano Antonio Marta e del partigiano Calvino Gagliardi, entrambi appartenuti alla Banda di Montebuono di Sorano, si veda F. Dominici, <em>Il Comune di Sorano nella guerra di Liberazione (settembre 1943-giugno 1944)</em>, Effigi, Arcidosso 2013, pp. 54-55.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> G. Betti, F.Dominici, <em>Banda Armata Maremmana,</em> cit., pag.225, nota n. 534.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> M. Grilli, <em>Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia</em>, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2014, pag. 50; Testimonianza di Bruno Dominici (cl. 1924), cittadino soranese, renitente alla leva, costretto a presentarsi quel 22 marzo insieme ad altri giovani, per le minacce dei fascisti verso le loro famiglie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Aisgrec, CPLN, b. 7, f. Elenco dei fascisti cit., nel documento compare, per errore, con il nome di Fernando nativo di Catania.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> M.Grilli, <em>Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia</em>,cit., pag. 117.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> F. Dominici, <em>La battaglia di Pitigliano 10-11 giugno 1944”</em>, in <a href="http://www.nctufo.it">www.nctufo.it</a>, Rubrica “Pillole di Storia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> G. Betti-F. Dominici, <em>Banda Armata maremmana</em>, cit., pag. 177.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), <em>Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi</em>, cit. pp. 34-35</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Per le uccisioni dei civili si veda il sito <a href="http://www.straginazifasciste.it">www.straginazifasciste.it</a>, curato, per la provincia di Grosseto, da Marco Grilli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> R. Absalom, P. Carucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), <em>Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945. Guida alle fonti archivistiche. Gli archivi italiani e alleati</em>, Carocci, Regione Toscana 2004, CD allegato, Diari Storici, Lucca-Grosseto, allegati dal 37 al 56. Nell’ottobre del 1944 i cittadini: Lio Bartalucci, Gino Franci, Vittorio Neri, Alberto Giorgi, Lelio Galeazzi, Dino Bartolucci, Alegio Verdiani, Modesta Montemaggi, Dante Verdiani, Procopio Verdiani, Goliardo Cerreti, Tullio Manganelli, Giulio Pedani, Aldo Guerrini, Genesio Parti e Fulvio Geri dichiararono al Maresciallo dei CC di Torniella di aver subìto la distruzione delle loro abitazioni da parte dei tedeschi al passaggio del fronte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> Si veda C. Pieraccini, <em>L’episodio di Ponte del Ricci: 17 giugno 1944, una strage da riscoprire,</em> Comune di Roccastrada, Grafiche Vieri, editrici “il mio amico”, Roccastrada 2005.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), <em>Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi</em>, cit. pag. 39.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> Ibidem, pag. 37.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> C. Pieraccini, <em>L’episodio di Ponte del Ricci: 17 giugno 1944, una strage da riscoprire,</em> cit., pag 40.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a> L. Rocchi, <em>“Per Roccastrada sbagliato parlare di Foiba”</em>, in <em>Il Tirreno</em>, 11 febbraio 2017.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> F. Dominici, <em>Fra letteratura e storia con i racconti di Gileo Galli”</em> in <a href="http://www.nctufo.it">www.nctufo.it</a>, Rubrica “Pillole di Storia”.</p>
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		<title>Carlo Benocci</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Feb 2017 13:11:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Franco Dominici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nato a Sorano il 30 agosto del 1922 da una famiglia di braccianti, iniziò la sua formazione culturale studiando per due anni nel seminario vescovile di Pitigliano dal quale uscì nel 1936. Tornò a vivere a Sorano in seno alla sua famiglia e dopo qualche anno fu assunto al lavoro come impiegato presso l’esattoria comunale. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_796" style="width: 217px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/17035573_10209094527825728_264979419_n.jpg"><img class="wp-image-796 " src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/02/17035573_10209094527825728_264979419_n-300x400.jpg" alt="Carlo Benocci" width="207" height="276" /></a><p class="wp-caption-text">Carlo Benocci</p></div>
<p>Nato a Sorano il 30 agosto del 1922 da una famiglia di braccianti, iniziò la sua formazione culturale studiando per due anni nel seminario vescovile di Pitigliano dal quale uscì nel 1936. Tornò a vivere a Sorano in seno alla sua famiglia e dopo qualche anno fu assunto al lavoro come impiegato presso l’esattoria comunale.</p>
<p>Di carattere ribelle mal sopportava la dittatura fascista e le sue manifestazioni e perciò divenne antifascista sin dagli anni giovanili, aiutato in questo percorso anche dal padre Nello che era iscritto al Partito comunista d’Italia sin dal 1921. Con questo spirito fu chiamato alle armi a guerra iniziata, a Pinerolo, dove era di stanza con il grado di sergente carrista.</p>
<p>L’8 settembre, in conseguenza dell’armistizio, fu catturato dai tedeschi a Torino mentre cercava di tornare a Sorano. Visse 2 anni nel campo di concentramento di Buchenwald, in Germania, in contatto con migliaia di persone di nazionalità diversa. Attraverso il rapporto quotidiano con <em>“quella gente, che pur stando fra la morte e la vita aveva il coraggio di resistere e di tenere alta la testa, apprese ad amare e ad apprezzare gli uomini e ad avere fiducia in loro”. </em>Tornato in Italia nel settembre del 1945, s’iscrisse al P.C.I. e lavorò a Grosseto nella Federazione del partito dove svolse per diverso tempo il corrispondente per l’”Unità”. Morì prematuramente nel capoluogo maremmano il 10 agosto del 1950. La drammatica esperienza in Germania è testimoniata in alcune poesie della sua raccolta <em>“E l’uomo può parlare”, </em>pubblicata a Grosseto nel 1948.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>POESIA: RICHARD NON RITORNA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Richard non torna</em><br />
<em>Un’ora che aspettiamo</em><br />
<em>gli occhi nel fiume</em><br />
<em>grosso di pioggia e morti di stasera</em><br />
<em>Richard ha cercato la morte</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Richard in piedi mentre si dormiva</em><br />
<em>con la testa piegata nel soffitto</em><br />
<em>parlava di casa</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Con un valzer di Strauss i mitraglieri</em><br />
<em>l’hanno lasciato freddo sulla riva</em></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><em>Franco Dominici</em></p>
<ol>
<li>Dominici, <em>Il Comune di Sorano nella guerra di liberazione. Settembre 1943-giugno 1944,</em> Arcidosso, Effigi 2013.</li>
<li>Benocci, <em>E l’uomo può parlare,</em> Grosseto, Ed. La Chimera, 1948.</li>
</ol>
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		<title>La liberazione di Grosseto</title>
		<link>https://www.nctufo.it/la-liberazione-di-grosseto/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 16:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pillole di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Grosseto]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La Resistenza, quest’opposizione alla tirannide e alla sua guerra, questo moto di liberazione, è un ritrovamento della patria attraverso la difesa dell’essenziale alla vita: la patria degli orpelli, degli imperi, è cartapesta travolta, è falsità… (Francesco Chioccon) Con un appello trasmesso alla radio nel Natale del 1944, l’avvocato Amato Mati esortava i maremmani ad [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Resistenza, quest’opposizione alla tirannide<br />
</em><em>e alla sua guerra, questo moto di liberazione,<br />
</em><em>è un ritrovamento della patria attraverso la difesa<br />
</em><em>dell’essenziale alla vita: la patria degli orpelli,<br />
</em><em>degli imperi, è cartapesta travolta, è falsità…<br />
</em><em>(Francesco Chioccon)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Con un appello trasmesso alla radio nel Natale del 1944, l’avvocato Amato Mati esortava i maremmani ad alzare la testa con coraggio e amor proprio dopo la tragedia della dittatura e la barbarie della guerra. <em>“Il maremmano sa volere, è forte, è lavoratore accanito, ha già fatto molto, si è rialzato e se ancora siamo nell’abisso ove la guerra e il fascismo ci hanno fatto precipitare, noi già saliamo”.</em> Così Mati, scansanese del Partito d’Azione, subentrato come prefetto ad Aster Festa, si presentava orgogliosamente<em>“a guidare la provincia, non a comandare la provincia, a guidare la provincia maremmana, a guidare i maremmani è uno dei vostri”.</em> Ricordava la perfetta sintonia con il Governo alleato e con il Comitato provinciale di Liberazione Nazionale, del quale avrebbe dovuto essere presidente, se non fosse giunta la nomina ai vertici della prefettura. Per affermare la comunanza d’intenti con il Comitato, Mati asseriva che <em>“in provincia di Grosseto il prefetto e il Comitato di Liberazione non si sono incontrati, come si incontravano prima, in Prefettura, ma presso il Comitato di Liberazione”. </em>Rievocando la religiosità che aveva animato la predicazione di David Lazzaretti e lo spirito del Natale <em>“giorno sacro all’amore e alla fratellanza”</em>, il prefetto stimolava i maremmani all’unione, alla pace e alla buona volontà: <em>“Opponiamo a chi crede ancora che l’Italia sia immorale, perché immorale era l’Italia fascista […] Popolo maremmano! In piedi! Ma questa volta per un’opera di bene e all’avanguardia del popolo italiano!<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>”.<br />
</em>L’esortazione del “prefetto politico”, il suo energico appello alla ricostruzione, prima morale, poi materiale, giungeva 6 mesi dopo la Liberazione delle provincia, quando le risorte amministrazioni comunali provvedevano a rimuovere le macerie dai centri storici dei paesi devastati, a bonificare il territorio dagli ordigni bellici inesplosi, a ripristinare la viabilità e ad arrestare i fascisti repubblicani su ordine del Governo Alleato e del CPLN, anche per sottrarli all’ira della popolazione inferocita.<br />
Ma come era avvenuta la Liberazione di Grosseto? La nostra città fu la prima a essere raggiunta dagli alleati dopo la conquista di Roma. Una volta occupata la capitale, tra il 4 e il 5 di giugno del 1944, l’avanzata degli americani, inglesi e francesi, fu rapidissima: in soli 6 giorni le loro truppe raggiunsero l’alto viterbese e il sud della provincia di Grosseto, incalzando i tedeschi che non opposero resistenza fin quando non arrivarono in Toscana. A grandi linee l’inseguimento degli alleati avvenne su 3 direzioni: gli inglesi a est del lago di Bolsena, il Corpo di spedizione francese e l’americana Task Force “Ramey” verso la strada statale n. 74 e poi della Cassia, mentre a sud, lungo la costa, avanzava la 36° Divisione di fanteria “Texas”. Giunti al confine con la Toscana, i tedeschi si organizzarono percontrastare gli avversari con reparti della 90. Divisione Panzergrenadier, con la 20. Divisione da campo della Luftwaffe e con unità raccogliticce chiamate <em>Kampfgruppe</em>, cioè guastatori disposti a tutto. Proprio al confine fra Lazio e Toscana, in un territorio collinare caratterizzato dalla presenza di boschi vastissimi, si materializzò il peggiore incubo per le armate del Reich: pressati dagli alleati, alle loro spalle iniziò la guerriglia degli uomini della Banda Arancio Montauto. La banda, a seguito di un grande rastrellamento subìto il 20 maggio, si era divisa in vari reparti, pronti a occupare i centri abitati non appena si fosse presentata l’occasione. La Liberazione della Maremma a sud di Grosseto avvenne fra il 10 e il 14 giugno 1944. Nell’area collinare e alle pendici dell’Amiata l’attività partigiana fu intensissima, come rilevarono i tedeschi nei loro diari di guerra. Manciano, Sorano, Pitigliano furono i primi paesi di una certa consistenza a essere liberati. Pitigliano, probabilmente caso unico in Toscana, ottenne la libertà 3 giorni prima dell’arrivo degli alleati grazie ad un’azione dei partigiani di Pietro Casciani, che sbaragliarono i tedeschi appartenuti alla 20. Divisione della Luftwaffe. La battaglia di Pitigliano, unita alla Liberazione di Capalbio da parte della 36° Divisione di fanteria “Texas”, aprì un varco nel fronte di oltre 30 chilometri, così da permettere un’avanzata rapidissima degli alleati e uno spostamento dei tedeschi a est della linea del fronte, verso La Rotta, località nel comune di Pitigliano dove ebbe luogo lo scontro decisivo per liberare questa parte di Maremma. Poi i francesi e gli americani si diressero velocemente verso il Monte Amiata.</p>
<div id="attachment_379" style="width: 358px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Lapide-a-ricordo-del-bombardamento-del-26-aprile-del-1943.jpg"><img class="wp-image-379 " src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Lapide-a-ricordo-del-bombardamento-del-26-aprile-del-1943.jpg" alt="Lapide a ricordo del bombardamento del 26 aprile del 1943" width="348" height="261" /></a><p class="wp-caption-text">Lapide a ricordo del bombardamento del 26 aprile del 1943</p></div>
<p style="text-align: justify;">A sud, come si è detto, la 36° “Texas” aveva occupato Capalbio, dopo aver sopraffatto la 162. Divisione di fanteria turkmena, uno dei reparti più multietnici della Wehrmacht. Il fronte si spostò verso Magliano in Toscana, dove si combatté strada per strada. In quest’occasione si distinse lo Staff Sergent Homer L. Wise, che verrà insignito con la medaglia del Congresso, la massima onoreficenza militare USA. La sera del 14 giugno la fanteria “Texas” aveva raggiunto il fiume Ombrone. Predisposti i ponti di barche nella notte, all’alba del 15 giugno riprese l’avanzata verso il capoluogo maremmano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.<br />
Intanto, proprio in quei giorni di Liberazione, cominciò in Toscana la “guerra ai civili”, cioé decine di singole uccisioni e massacri di massa eseguiti dai tedeschi con la partecipazione e la complicità dei “ragazzi di Salò”, che si verificarono anche nel territorio grossetano, perché Grosseto si trovava sulla <strong>linea della cosiddetta “ritirata aggressiva”.</strong> La dinamica e l’entità delle stragi è stata compiutamente studiata, per la nostra provincia, da Marco Grilli<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. La prima vittima dei tedeschi nei giorni della Liberazione fu, quasi certamente, il cittadino soranese Severino Orienti, di vent’anni, mitragliato alle 8.30 del mattino dell’11 giugno 1944 mentre si stava recando a fare rifornimento d’acqua presso una fonte. Qualche ora dopo Roccalbegna fu il teatro della prima strage di civili in Toscana, con 6 vittime e vari feriti<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. La scia di sangue sarebbe continuata con altri eventi, fra cui l’eccidio di San Leopoldo del 12 giugno, in prossimità di Grosseto, e quello di 83 minatori di Niccioleta e Castelnuovo Val di Cecina, crimine commesso il 13 e il 14 giugno 1944 dalle SS italo-tedesche.</p>
<p><strong>Grosseto: 15 Giugno 1944</strong><br />
E’ necessario un passo indietro, al 25 luglio del 1943, alla caduta di Mussolini, quando la notizia si diffuse rapidamente anche a Grosseto, provocando, come del resto ovunque, una gioia incontenibile nella popolazione. Anche in Maremma, infatti, il crollo della dittatura fu associato alla fine della guerra. Già il 26 luglio un gruppo di antifascisti si riunì in un negozio di Sale e Tabacchi presso Porta Vecchia, di proprietà di Bruno Carmignani, per organizzare una manifestazione. Si trattava di Antonio Meocci, Gastone Barbini, Rinaldo Ludovichi, Umberto Comi e Aristeo Banchi, cioè il comunista “Ganna”, che era tornato dall’esilio nel 1941 e aveva fondato un Comitato antifascista prima del 25 luglio<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Con bandiere tricolori il gruppo si recò presso la Questura, presidiata da militari in assetto di guerra. Dopo un alterco, gli antifascisti si diressero verso le carceri per dimostrare la loro solidarietà a Raffaello Bellucci, arrestato alla frontiera francese mentre rimpatriava<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Inizialmente vi furono delle difficoltà organizzative, che dipesero dall’isolamento degli antifascisti grossetani e dall’impossibilità di ricollegarsi ai partiti, di cui, per stessa ammissione di “Ganna”, si sapeva poco o nulla. Tuttavia, anche a causa della confusione che caratterizzò i 45 giorni del governo Badoglio, a Grosseto gli antifascisti poterono in qualche modo riorganizzarsi e contare sul sostegno di Angiolo Rossi, detto “Trueba”, antifascista di vecchia data e combattente in Spagna, ritornato dal confino. Così l’8 settembre del 1943, non appena circolò la notizia dell’armistizio, i nemici del regime si attivarono immediatamente. Il giorno successivo “Ganna”, Mazzoncini, Albo e Raffaello Bellucci, Gastone Barbini e Antonio Meocci, s’incontrarono nella villa di Mazzoncini in via Mazzini e ciclostilarono volantini inneggianti alla lotta senza quartiere contro il nazifascismo<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.La loro attività fu interrotta da un bombardamento alleato, uno dei tanti che si erano abbattuti sulla città e che avevano provocato morte e distruzione, come quello del 26 aprile del 1943. Quel giorno, lunedì di Pasqua, come ha recentemente scritto Giacomo Pacini,<em>“Grosseto subì il suo primo bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale. Ne avrebbe subiti altri 18, ma questo sarà sempre ricordato per il tragico prezzo di vite civili che costò. Morirono infatti 134 grossetani, tra cui decine di bambini uccisi mentre stavano giocando sulle giostre di un Luna Park situato appena fuori Porta Vecchia. L’attacco, condotto da 48 fortezze volanti americane, colse del tutto di sorpresa la popolazione e in pochi riuscirono a trovare riparo nei rifugi anti-aerei. Sulla città vennero scaricate quasi 400 bombe da 300 libbre e circa 2000 bombe a frammentazione, le cosiddette cluster bombs…<a href="#_ftn8" name="_ftnref8"><strong>[8]</strong></a>”. </em></p>
<div id="attachment_383" style="width: 290px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Grosseto-Porta-Vecchia.jpg"><img class="size-full wp-image-383" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Grosseto-Porta-Vecchia.jpg" alt="Grosseto, Porta Vecchia" width="280" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Grosseto, Porta Vecchia</p></div>
<p style="text-align: justify;">A metà settembre Aristeo Banchi, Tullio Mazzoncini, Giuseppe Scopetani, Antono Meocci e i fratelli Albo e Raffaello Bellucci si riunirono clandestinamente presso la fattoria Mazzoncini di Campospillo (Magliano in Toscana) per dare vita al primo Comitato di Liberazione Nazionale (che avrebbe trasferito la sede a Castel del Piano) e a un Comitato Militare Provinciale per organizzare e coordinare la lotta armata, del quale si occuparono lo stesso “Ganna”, Ugo Pacini e “Trueba”. In questa occasione vide la luce anche la Federazione clandestina comunista grossetana.<br />
Intanto, dal 12 settembre, la provincia di Grosseto era stata occupata dai tedeschi e il colonnello Muller, capo delle Forze Armate Germaniche, assumeva l’incarico di responsabile esecutivo del territorio. Contemporaneamente si riorganizzava il Partito fascista repubblicano con l’arrivo, il 26 settembre, di Alceo Ercolani, pluridecorato maggiore dei bersaglieri ed ex federale del fascio di Treviso. Questi, originario di Bomarzo, in provincia di Viterbo, assumeva la carica di commissario straordinario del Partito fascista. Nominato prefetto il 22 ottobre, o meglio Capo della provincia, come era solito definirsi e firmarsi nei suoi bandi, accettò l’incarico il 25 e lo mantenne fino alla Liberazione. La sua designazione, con cui sostituiva Palmardita, avvenne dopo insistenti pressioni del comando tedesco, che nei propri rapporti definirà Ercolani “Gauleiter”, per sottolineare la perfetta sintonia fra le forze di occupazione germaniche e il prefetto che, fra l’altro, si rivelerà un irriducibile persecutore degli ebrei<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Riorganizzato il Partito fascista repubblicano, con la riapertura delle sezioni in tutti i comuni, dalla Maremma all’Amiata, la provincia venne a dipendere dal Comando tedesco di Livorno fino a dicembre, poi, da gennaio, dal MK 1043 di Viterbo. I fascisti si erano riorganizzati militarmente con la fondazione del 645° Comando della Guardia nazionale repubblicana e con 2 compagnie di Ordine pubblico, di stanza, rispettivamente, a Massa Marittima e Castel del Piano. Tale apparato repressivo permise di contrastare gli antifascisti e i partigiani che si stavano organizzando e infliggere loro anche gravi perdite. Nel novembre del 1943 la Guardia nazionale repubblicana di Grosseto arrestò a Campospillo, a seguito di una delazione del fattore di Mazzoncini, Tullio Mazzoncini e poi Giuseppe Scopetani, che in quel momento si trovava sfollato a Scansano. Invitato a presentarsi presso la caserma dei carabinieri, Scopetani, anziché fuggire, vi andò e venne arrestato. Affidati al Tribunale speciale, i 2 furono trasferiti, insieme ad Albo Bellucci – arrestato a Paganico – nelle carceri di Siena e successivamente in quelle di Parma. All’inizio del 1944 per i tre antifascisti si aprirono le porte del lager di Mauthausen. Solo Mazzoncini sopravvisse a quella disumana vicenda. Gli altri due morirono a Gusen nel 1945. Tutto il materiale del Comitato Militare di Campospillo, un ciclostile, la carta, le armi e altro, fu sequestrato dai fascisti<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>. Meocci, “Ganna” e Raffaello Bellucci riuscirono invece a evitare la cattura, prendendo ognuno direzioni diverse.</p>
<div id="attachment_386" style="width: 504px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/La-stazione-di-Grosseto-devastata-dai-bombardamenti-Foto-archivio-Isgrec.jpg"><img class=" wp-image-386" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/La-stazione-di-Grosseto-devastata-dai-bombardamenti-Foto-archivio-Isgrec-400x269.jpg" alt="La stazione di Grosseto devastata dai bombardamenti (Foto archivio Isgrec) " width="494" height="332" /></a><p class="wp-caption-text">La stazione di Grosseto devastata dai bombardamenti (Foto archivio Isgrec)</p></div>
<p style="text-align: justify;">All’inizio di gennaio del 1944 il Comando Militare grossetano era finalmente riuscito a organizzare piccoli gruppi partigiani nel boschi limitrofi Grosseto. Come ha rilevato Luciana Rocchi, quella di Grosseto fu <em>“una Resistenza breve […]. Tanto breve il tempo della lotta armata, quanto lungo il cammino dell’antifascismo, erede di una tradizione democratica pre-fascista. I fasciscoli dei <strong>sovversivi </strong><strong>grossetani</strong> negli anni del regime documentano i percorsi dell’emigrazione politica, il confino, le presenze nella rete europea dell’antifascismo, tra Brigate internazionali in Spagna e Resistenze.<a href="#_ftn11" name="_ftnref11"><strong>[11]</strong></a>”</em>. I nuclei partigiani costituiti avevano lo scopo di difendere la città. Erano il gruppo di Magliano in Toscana, di Istia d’Ombrone (con “Trueba” Commissario politico), di Rosselle-Montorsaio e la formazione di Grosseto “Vittorio Alunno”, così chiamata dal nome di un antifascista maremmano, combattente nella Brigata Garibaldi, morto nel 1938 nella guerra civile spagnola. La “Alunno”, che aveva come zona d’impiego Grosseto e la pianura a ovest della città, era nata nel 1944 dalla fusione di un precedente Gruppo grossetano (fondato nel novembre del 1943), con i GAP guidati da Ugo Pacini. “Ganna” fu nominato Commissario politico e gli obiettivi del reparto furono la difesa dell’acquedotto e della centrale elettrica di San Martino da eventuali sabotaggi tedeschi<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>.</p>
<div id="attachment_390" style="width: 447px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-Generale-Clark-comandante-della-V-armata-nelle-vicinanze-di-Grosseto-Foto-Archivio-ISGREC.jpg"><img class="wp-image-390" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-Generale-Clark-comandante-della-V-armata-nelle-vicinanze-di-Grosseto-Foto-Archivio-ISGREC-400x257.jpg" alt="Il Generale Clark ,comandante della V armata, nelle vicinanze di Grosseto (Foto Archivio ISGREC)" width="437" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Il Generale Clark ,comandante della V armata, nelle vicinanze di Grosseto (Foto Archivio ISGREC)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La mattina del 15 giugno i partigiani, armati di moschetti e bombe a mano, attendevano l’arrivo degli alleati. I fascisti avevano abbandonato la città già da diversi giorni, non senza prima aver commesso varie ruberie. Così gli antifascisti occuparono la Prefettura, la Questura, la Casa del fascio e il Municipio. Poi il CLN ordinò lo schieramento dei combattenti in 3 diversi punti ritenuti strategici: a difesa dell’acquedotto, presso il campo sportivo di via Amiata e alla Cavallerizza per controllare Porta Vecchia. I partigiani avvistarono il grosso dei tedeschi che avanzava in direzione di Roselle, evitando di passare per la città, mentre un gruppo si dirigeva proprio verso Porta Vecchia. Qui avvenne la battaglia in cui si distinse la formazione garibaldina grossetana “Alunno”: <em>“Dopo uno scambio di colpi, i tedeschi superarono Porta Vecchia e dalla piazzetta del Mercato cercarono di risalire fino alla Cavallerizza, per imbottigliare i partigiani. In quel frangente Mario Vannuccini, che aveva una bomba, ebbe la prontezza di scagliarla all’ingresso della Cavallerizza, causando numerose perdite agli attaccanti e consentendo ai compagni di ritirarsi presso i bastioni del Teatro degli Industri<a href="#_ftn13" name="_ftnref13"><strong>[13]</strong></a>”.</em> Nello scontro avevano perso la vita 6 partigiani e 12 tedeschi. Poi le truppe del III Reich attraversarono Grosseto procedendo in direzione di Livorno. I partigiani uccisi furono: Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Luigi Falciani, Agostino Sergenti di Sinalunga, Giuseppe Cennini di Pomarance e Elvio Palazzoli che, catturato mentre arretrava verso il bastione delle carceri, fu immediatamente assassinato. Il corpo del ventiduenne Palazzoli venne gettato giù dalle mura per spregio<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Al giovane partigiano è dedicata la Sezione ANPI di Grosseto. Recentemente a sua famiglia ha ricevuto una medaglia in argento coniata dal combattente Lucio Parigi. In occasione del Settantesimo della Liberazione è stata posta una lapide in onore dei partigiani uccisi presso Porta Vecchia.<br />
Dopo la conquista della libertà il CPLN nominò sindaco Lio Lenzi. Così, quando gli americani entrarono a Grosseto, la trovarono già con un governo organizzato. D’altra parte, ciò era avvenuto in varie località della provincia, come ha ricordato Francesco Chioccon: <em>“Gli Alleati, quando arrivano, trovano quasi ovunque l’ordine, trovano i governi locali funzionanti, il sindaco, il Comitato di Liberazione. Sindaco di Grosseto per designazione del CLN è Lio Lenzi, ed in prefettura, fuggiti i repubblichini, vi è già il commissario provinciale Aster Festa cui succederà poco dopo l’Avv. Amato Mati; in provincia, sempre dal CLN sarà insediato il nuovo presidente nella persona di Giovanni Magrassi; ed il Governo militare alleato riconosce l’autorità morale e politica e prende a collaborare con gli uomini della Resistenza<a href="#_ftn15" name="_ftnref15"><strong>[15]</strong></a>”.</em></p>
<div id="attachment_388" style="width: 298px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-partigiano-Elvio-Palazzoli-Foto-ANPI-E.-Palazzoli-Grosseto.jpg"><img class="size-medium wp-image-388" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Il-partigiano-Elvio-Palazzoli-Foto-ANPI-E.-Palazzoli-Grosseto-288x400.jpg" alt="Il partigiano Elvio Palazzoli (Foto ANPI E.Palazzoli Grosseto)" width="288" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Il partigiano Elvio Palazzoli (Foto ANPI E.Palazzoli Grosseto)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em>Alla fine di giugno del 1944 l’intera provincia era finalmente libera, anche grazie ai suoi 1302 partigiani, ai 1568 patrioti, ai suoi 166 caduti per la guerra di Liberazione, ai 154 morti in combattimento, ai tanti dispersi e a un numero imprecisato di feriti. Mi preme qui ricordare, in particolare, il sacrificio di Norma Parenti, di Delio Ricci, di Flavio Agresti, di Luigi “Gino” Canzanelli, del neozelandese <em>Lance Corporal</em> Roderick Douglas Lawrence e del capogruppo del “Reparto Lamone” Ugolino Lombardi.<br />
Così la Maremma si lasciava alle spalle la dittatura fascista e la guerra, orientandosi verso quella ricostruzione sollecitata da Amato Mati nel suo discorso di Natale. Il CPLN, il sindaco e la Giunta, nominata dal Comitato nel luglio del 1944 con un criterio di equilibrio nella scelta dei componenti e dei partiti politici di riferimento, approvarono un piano di ricostruzione civile e amministrativo della provincia che ebbe il pieno assenso dell’AMG, cioè del Governo Militare Alleato presieduto dal colonnello scozzese Hamilton. L’unica nota dolente, stigmatizzata senza indugio dal CPLN nel Verbale n. 50 del 16 ottobre 1944, necessaria senz’altro di un approfondimento, furono degli <em>“incidenti provocatori verificatesi la mattina del 15 corrente a seguito di atti vandalici compiuti da militari dell’arma dei cc”</em>. Il CPLN approvò un testo di protesta all’unanimità, da sottoporre al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, al Commissario Provinciale dell’AMG e <em>“presso l’Ecc. il Prefetto<a href="#_ftn16" name="_ftnref16"><strong>[16]</strong></a>”</em>.<br />
Si trattò tuttavia di episodi isolati, poiché il percorso della ricostruzione proseguì lineare, tanto che le elezioni amministrative del 10 marzo 1946 confermarono il buon operato del CPLN e del suo primo cittadino. Le consultazioni, a cui votarono per la prima volta anche le donne, videro infatti il trionfo dei partiti di sinistra, con la convalida a sindaco del comunista Lio Lenzi; così Grosseto si avviava a diventare la Kansas City di Luciano Bianciardi, una città <em>“aperta al vento e ai forestieri”</em>.</p>
<div id="attachment_392" style="width: 307px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Wise-L.-Homer.jpg"><img class="wp-image-392 size-medium" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/01/Wise-L.-Homer-297x400.jpg" alt="Wise L. Homer" width="297" height="400" /></a><p class="wp-caption-text">Homer L.Wise, Sergente della Compagnia L, 142° Reggimento Fanteria 36a Divisione &#8220;Texas&#8221;, insignito di Medaglia d&#8217;Onore del Congresso (foto Giulietto Betti).</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli uomini della resistenza grossetana</strong><a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Partigiani Combattenti<br />
</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comitato Militare di Grosseto<br />
</strong>Albo Bellucci, Aristeo Banchi, Ugo Pacini, Lorenzo Butelli, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Antonio Brancati, Alfonso Passamanti, Rino Ciattini, Alfiero Grazi, Attilio Sforzi, Alvaro Guidoni, Alvaro Minucci, Mario Becucci, Alcide Mignarri, Angiolino Soldateschi, Pietro Mario Magini.Nell’elenco ufficiale manca Angiolo Rossi “Trueba” che,tornato a Grosseto, entra in settembre nel Comitato Militare e partecipa alla lotta di Liberazione come antifascista di primo piano, come era sempre stato nel corso della sua esistenza<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. E’ lui, che fra l’altro, avrà l’incarico di collegarsi alle bande partigiane nel mancianese. Ciò è confermato da varie relazioni partigiane, prima di tutte quella del Reparto “Lamone” della Banda Arancio Montauto, che riferisce dei suoi contatti già dall’autunno del 1943.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Vittorio Alunno”<br />
</strong>Agostino Sergenti, Giuseppe Cennini, Elvio Palazzoli, Alberto Tosi, Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Ircano Mechini, Luigi Falciani, Oscar Grotti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Distaccamento “Istia d’Ombrone”<br />
</strong>Augusto Cambi, Nestore Zamperini, Ugo Nuzzi, Giovanni Reginali, Ubaldo Della Salica, Benvenuto Tonini, Alberto Badini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Rosselle-Montorsaio”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cesare Benocci, Liborio Masi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banda “Monte Bottigli” Magliano in Toscana (Raggruppamento M. Amiata)<br />
</strong>Wladimiro Paganelli, Don Gioberto, Pietro Verdi, Settimio Biagi, Duilio Biagi, Otello Biagi, Mario Cipriani, Amorino Dottorini, Azeglio Benelli, Piero Pieri, Adelino Biagi, Bruno Bonaccorsi, Silio Monaci, Sinibaldo Biagi, Amedeo Zuffi, Pietro Zuffi, Renato Di Francesco. Non risulta nell’elenco il carabiniere Roberto Pellicci, fondatore del reparto assieme al comandante Wladimiro Paganucci. L’attività della “Monte Bottigli” si svolse principalmente fra Montiano, Montorgiali e Scansano, ma il 14 giugno, all’arrivo dei soldati americani, la formazione collaborò fornendo informazioni e indicando la strada verso il capoluogo provinciale. Alcuni partigiani si misero al seguito degli americani a bordo di un autocarro tedesco catturato, arrivando sino a Grosseto e oltre<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><u>Patrioti</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comitato Militare di Grosseto<br />
</strong>Raffaello Bellucci, Antonio Meocci, Emilio Di Renzone, Luigi Bani, Gastone Barbini, Enrico Orlandini, Gino Lenzi, Lio Lenzi, Aster Festa, Ferdinando Paganelli, Luigi Verdi, Giuseppe Faralli, Livio Fontani, Domenico Chipa, Gino Giorgetti, Raffaello Cambi, Caterina Sellari in Meocci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Vittorio Alunno”<br />
</strong>Ezio Baricci, Giuseppe Guidocci, Sofia Orlandini, Luigi Castelli, Ultimino Ripaldi, Giovanni Leprai, Aurelio Magi, Sestilio Vannozzi, Angelo Rossi fu Daniele, Adriano Pieraccini, Iginio Bennati, Luigi Degli Innocenti, Alvaro Gualandi, Libertario Carletti, Rinaldo Lodovichi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Distaccamento “Istia d’Ombrone”<br />
</strong>Osio Orlandini, Gino Alessandrini, Livio Volpi, Eligio Fommei, Amelio Babbini, Primo Del Canto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Formazione “Rosselle-Montorsaio”<br />
</strong>Ugo Zacchei, Damaso De Bono, Zeno Sallei, Georg Pidlisupy.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banda “Monte Bottigli” Magliano in Toscana (Raggruppamento M. Amiata)<br />
</strong>Giuseppe Limandri, Fabio Costantini, Bruno Moschini, Vittorio Giorgetti, Gervasio Mannelli, Egisto Vagaggini, Frichugsdorff Gunter (“Gino”, l’unico sopravvissuto alla strage di Maiano Lavacchio del 22 marzo 1944), Chlofch Frurin, Sebastiano Turco, Ugo Sperlazzo, Egizio Configliacco, Andigo Gino, Pietro Tenerini, Primo Cicaloni, Argenido Guerri, Ado Tognarini, Adelino Tarassi, Amos Bonini, Ulisse Caselli, Quinto Fertani, Silvio Pielli, Celestino Alberti, Egidio Martellini, Ferruccio Ferretti, Rolando Grazioli, Sisto Benocci, Angiolino Moretti, Leo Galloni, Lorenzo Bartuccini, Emilio Moschini, Rolando Pieraccini, Delfo Consani, Virgilio Caselli, Raffaello Vittiello, Alberto Grazioli, Aristodemo Graziani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Franco Dominici</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Avv. Amato Mati, <em>Per l’Unità ed il Risorgimento dell’Italia, Discorso trasmesso dalla Radio il 25.12. 1944</em>, a cura del CPLN di Grosseto, Scansano, Tipografia degli Olmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Le notizie riguardanti il passaggio del fronte fra Lazio e Toscana sono riprese da: G. Betti-F.Dominici, <em>Banda Armata maremmana,</em> Effigi, Arcidosso 2014.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a>Si veda il sito www.straginazifasciste.it</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> F. Dominici, <em>La strage di Roccalbegna: 11 giugno 1944, </em>in Il Nuovo Corriere del tufo, “Pillole di Storia”, Ottobre 2016, pp. 3-5.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> AISGREC (Archivio Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea), ANPI I 1,23, N.C. Maccabruni, <em>Grosseto dal 25 luglio del 1943 al 15 giugno 1944</em>, pag. 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> A. Banchi (Ganna), <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, </em>a cura di Fausto Bucci e Roberto Bugiani. Collaborazione di Claudio Carboncini, Effigi, Arcidosso 2014 pag. 81.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> A. Banchi (Ganna), <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944</em>, cit., pag. 8.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> G. Pacini,<em>“La ricerca di Giacomo Pacini sul bombardamento del Lunedì di Pasqua del 1943” </em> in www. grossetocontemporanea.it.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Si veda L. Rocchi (a cura di), <em>La persecuzione degli ebrei in provincia di Grosseto 1943-1944,</em> Ed. Tipolito Vieri, Roccastrada 2002.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Per le biografie dei 3 antifascisti grossetani si veda il sito www.cantieridellamemoria.it</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> L. Rocchi, <em>La liberazione di Grosseto, </em>in Toscana Novecento, Portale di Storia Contemporanea. Di Luciana Rocchi si veda anche il recente articolo su “Il Tirreno” del 15 giugno 2016, <em>“Grosseto liberata. Dagli archivi luce sulla storia”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> AISGREC, ANPI I 1,23, N.C. Maccabruni, <em>Grosseto dal 25 luglio</em>, cit., pag. 6.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a>A. Banchi (Ganna), <em>Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, </em>cit., pag. 97.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a><em>La provincia di Grosseto alla macchia. Atti e documenti delle formazioni partigiane e del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (1943-44)</em>, raccolti a cura del Comitato per le Celebrazioni del XX della Resistenza,<br />
Grosseto 1965, pp. 74-77.<br />
<a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> F. Chioccon, <em>La Resistenza in Maremma,</em> Da Atti e Studi della Resistenza in Toscana, n. 6 Gennaio 1966, La nuova Italia Editrice, pag. 17.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> AISGREC, Busta 28, f. 1, Verbali del CPLN di Grosseto, n. 50 del 16 ottobre 1944.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Archivio del Comune di Sorano, b. Elenchi Partigiani, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione Regionale Toscana per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, Elenco n. 37, Partigiani riconosciuti dal 13 dicembre del 1946 al 17 marzo 1947.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), <em>Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola,</em> ISGREC, Quaderni 2, Effigi, Arcidosso, 2012, Allegato “Le Biografie”, pp. 402-403.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Archivio del Comune di Sorano, b. Elenchi partigiani, Ministero dell’Assistenza Posbellica, Commissione Regionale Toscana per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, Elenco n. 15, dal 1° al 10 luglio 1946, foglio n. 15.</p>
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