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	<title>Il Nuovo Corriere del Tufo &#187; Città Invisibili</title>
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	<description>Manciano · Pitigliano · Sorano</description>
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		<title>Il fallimento della Green Economy e la difesa del Territorio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 13:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Va bene partecipare  alla transizione energetica, ma che sia a misura di territorio, e assolutamente non speculativa.. Passano i mesi, ma la situazione sui mega impianti rinnovabili tra Tuscia e Maremma non sembra ancora trovare pace. Un paio di mesi fa un nuovo progetto è stato presentato sul comune di Sorano. 8 pale da 200 [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Va bene partecipare  alla transizione energetica, ma che sia a misura di territorio, </em><em>e assolutamente non speculativa..</em></p>
<p>Passano i mesi, ma la situazione sui mega impianti rinnovabili tra Tuscia e Maremma non sembra ancora trovare pace. Un paio di mesi fa un nuovo progetto è stato presentato sul comune di Sorano. 8 pale da 200 metri e una enorme stazione di accumulo in un’area vasta, tanto da coinvolgere numerose frazioni del comune. Se viene poi sommato agli altri quattro progetti presentati sulle città del tufo, e a tutti quelli previsti sul confine con il Lazio, ci si accorge che la situazione è potenzialmente disastrosa. Centinaia di mega pale in una sola Skyline, effetto selva garantito, e a quel punto l’epigrafe <em>‘Ti Amo Maremma fin dove al mar ti sposi e ti vesti di tramonti’ </em>perderebbe completamente di senso.  Poco importa se a stretto ridosso delle pale si trovano borghi, siti archeologici, agriturismi, case sparse (molte di esse sotto vincolo), aziende agricole, terme e quant’altro. Anche in questa occasione la cittadinanza attiva  non è stata a guardare, il Comitato Ambiente e Salute Tuscia ha prodotto le osservazioni, e  MaremmAttiva ha organizzato delle sedute per permettere ai cittadini di ufficializzare la propria contrarietà a questo attacco al territorio. Risultato: anche stavolta sono state raccolte  diverse centinaia di osservazioni inviate al Ministero.  Pochi giorni fa la regione Umbria ha bocciato l’orribile progetto eolico  Phobos, per la gioia di tutti i cittadini. Subito dopo però ne è stato presentato uno nuovo di 8 pale da 200 metri nella zona dell’Alfina. Proponente il gruppo Visconti, già conosciuto in Maremma per aver presentato diversi progetti. Il gruppo è finito tempo fa nel mirino del programma Mediaset Le Iene, in quanto rappresentato da due coniugi Foggiani con capitale sociale di 10.000 euro. Quando vengono visionati i progetti FER industriali capita spesso di  imbattersi in società create ad hoc (magari registrate il giorno prima di presentare il progetto) senza alcuna esperienza sul campo. Sembrerebbe che  il loro obiettivo sia quello di  riuscire a farsi approvare il progetto per poi rivenderlo alla multinazionale di turno. Una pratica imbarazzante che riflette tutta l’incompetenza e la noncuranza  a livello legislativo: è infatti un paradosso che per prendere appalti in una città d’arte sia necessario che la ditta offra delle garanzie, dichiarando almeno 500.000 euro di capitale sociale. Invece per gli impianti rinnovabili una società, con un capitale ridicolo, potenzialmente può accaparrarsi progetti milionari, finanziati per altro dal PNNR (quindi dalla comunità). Logicamente non ci sono garanzie certe su come gli impianti verranno gestiti, in particolare riguardo il ripristino una volta che le pale o i pannelli hanno concluso il loro ciclo produttivo (se la ditta dovesse sparire con molta probabilità  l’onere di smaltire gli impianti finirebbe per gravare sulla comunità). E qui si apre lo scenario della pubblica utilità: queste ditte private  presentano progetti, senza informare la popolazione e senza consultarsi con gli enti locali, in nome della conversione green ottengono fondi pubblici, espropriano terreni privati, costruiscono enormi impianti dai quali trarranno profitti privati. Un modus operandi all’italiana, usato molto spesso, come ad esempio per lo stato di emergenza rifiuti in Campania, che negli anni ha facilitato la creazione di ditte ad hoc, causando pessimi risultati e  frequenti infiltrazioni mafiose. A questo punto, una volta creata l’emergenza, diventa più facile scavalcare vincoli paesaggistici, archeologici, calpestando di fatto l’articolo 9 della Costituzione Italiana, che non ci stanchiamo mai di riportare: <em>La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione; Tutela l&#8217;ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell&#8217;interesse delle future generazioni..</em></p>
<p>Ed è proprio questo il punto, cercare di difendere il territorio da una speculazione annunciata e senza precedenti, evitando di cedere alle vuote propagande di una green economy che di verde ha soltanto il colore del logo.</p>
<p>Una grande associazione ambientalista in questi ultimi anni ha evidentemente tradito i propri principi, sposando la causa a favore dei mega impianti, dichiarando che le mega pale saranno le nuove cattedrali, financo a sponsorizzare il turismo eolico. Costoro accusano comitati e associazioni ambientaliste di essere Nimby, appellativo affibbiato a loro stessi ai tempi del nucleare. Si fa presto a dire che l’agrivoltaico favorisce un’agricoltura moderna e sostenibile, o che le pale eoliche occupano spazi ridotti  e che abbisognano di poco acciaio e cemento. In realtà tutto l’opposto: secondo i rapporti ISPRA il consumo di suolo in Italia è in crescita, e gran parte di questo consumo è determinato proprio dai grandi impianti FER. L’industria delle rinnovabili sottrae tantissimo suolo, gran parte terreno agricolo, nonostante i rapporti del SNPA e ENEA abbiano messo in guardia con vari studi il consumo spropositato di suolo degli ultimi anni, e lo stesso PNRR abbia previsto la riduzione del consumo di suolo a Zero entro il 2050, prediligendo in maniera importante l’eolico Off-shore. Tutto diviene ancora più grottesco quando si comprende che questo sforzo enorme di conversione green non salverà il pianeta e non sarà determinante nel ridurre i livelli di Co2. Abbiamo già ampiamente parlato di quanto possano essere deleteri i mega impianti. Nei progetti presentati non vi è quasi mai lo studio anemometrico reale di almeno un anno, come previsto dalla legge, bensì si va avanti su proiezioni spesso gonfiate, proponendo cifre irrealistiche,  ma la verità è che il vento presente nel centro Italia non basterebbe a smuovere con regolarità pale di simili dimensioni. Non siamo né in Arizona o alle Canarie, tantomeno  non siamo sugli altopiani desertici della Spagna. Poca attenzione viene data anche allo studio su rapaci, pipistrelli e  migratori: secondo uno studio americano il numero di uccelli morti nel 2022 a causa delle pale eoliche sarebbe stimato intorno a un milione. Senza tralasciare inquinamento acustico, deturpamento paesaggistico, Shadow  flickering (ombreggiamento intermittente), inquinamento luminoso, deprezzamento degli immobili e abbassamento della qualità della vita.  Delle menti lungimiranti avrebbero da subito compreso che l’Italia non è adatta ad ospitare grandi impianti a terra sul proprio territorio, ma sarebbe stato troppo facile. Del resto l’avanzare delle richieste si sta allargando un po’ in tutto lo stivale, in particolare la Toscana ha visto aggredire numerose zone dalle Crete Senesi alle pendici del Monte Amiata, dall’appennino Tosco Emiliano a quello Umbro Marchigiano, dalla Maremma alla Val di Cornia. In pratica si rischia che non si salvi più nessuno. Nel frattempo la Tuscia, territorio del Centro Italia tra i primi ad essere invaso dalla corsa all’oro delle FER, nonostante già produca l’85% delle rinnovabili nel Lazio sta assistendo all’inserimento delle prime mega pale da 200 metri. Esse stanno per essere realizzate nel territorio di Arlena di Castro, a quel punto tutti si accorgeranno dell’abominio, ma per quell’area sarà troppo tardi.</p>
<p>Va detto che con tutti i bocconi amari che interi territori hanno dovuto inghiottire, un  leggero calo delle emissioni di Co2 in Europa sembra ci sia stato. Purtroppo però le emissioni si misurano a livello mondiale, perché l’aria non si ferma mica sui confini europei. Mentre l’Europa ha praticamente annientato la propria industria nei suoi propositi  di tagliare le emissioni, il resto del mondo ha continuato ad inquinare a gonfie vele. Senza contare che i tagli alle emissioni europee sono dovuti in gran parte alla delocalizzazione delle industrie, dunque una presa in giro su tutti i fronti.  Del resto la beffa totale proviene dal fatto che la transizione energetica è stata finanziata nientemeno che dagli stessi cittadini, tassati in bolletta alla voce ‘green’.</p>
<p>Dunque una titanica caccia alle streghe nel voler annientare a tutti i costi le emissioni climalteranti, per poi ritrovarci a misurare tutte le lacrime e sangue su un misero 6 % di tagli reali delle emissioni. Insomma questa folle agenda europea avrebbe avuto un senso se fosse stata abbracciata dal resto del mondo, invece quest’ultimo procede a produrre e inquinare esattamente come prima, mentre l’Europa si sta preparando per un enorme e comunitario suicidio assistito. E tuttavia guai a criticare questo assurdo fallimento annunciato: si viene subito tacciati, da europeisti e fautori delle grandi associazioni ambientaliste, come eretici negazionisti, come Nimby Filo Putiniani not in my garden.  L’Europa ha perso su tutti i fronti, ha tradito qualunque proposito, però continua a gridare alle emissioni zero, ai mega impianti e alle auto elettriche (mercato che, per inciso, è stato praticamente assorbito dai cinesi, alla faccia dei paventati primati europeisti in materia). In un contesto di ottusa corsa al riarmo, settore molto dispendioso e altamente inquinante, dal parlamento europeo continuano a voler caricare la green economy sulle spalle della popolazione.</p>
<p>Torniamo quindi a ribadire con forza che il concetto fondamentale  non è di essere favorevoli o meno  alle energie rinnovabili, ma che gli impianti  debbano essere inseriti nei territori in maniera equilibrata e razionale, nel rispetto di ogni singolo cittadino, prediligendo i piccoli impianti sui tetti di abitazioni e capannoni, nei parcheggi, sugli edifici pubblici, nelle aree degradate e nelle zone già cementificate. La conversione green per  risultare credibile deve necessariamente essere rispettosa dell’ambiente, del paesaggio,  della vocazione di un territorio. La transizione energetica non può sovrapporsi alla storia, alla cultura, alla  bellezza che nei millenni hanno forgiato la nostra Terra.</p>
<p><img class="  wp-image-4116 aligncenter" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/12/eolico-1.jpeg" alt="eolico 1" width="681" height="505" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Maremma dice NO agli impianti Eolici Industriali</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 16:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci sono ragioni per inserire i mega impianti di Fer industriali in Tuscia e in Maremma.  Il paradosso delle energie rinnovabili è che per salvare l&#8217;ambiente, distruggono l&#8217;ambiente Siamo a pochi giorni dalla votazione della legge regionale sulle Aree Idonee in Toscana. Il consiglio regionale  sta per  esprimersi  su una legge che di fatto [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non ci sono ragioni per inserire i mega impianti di Fer industriali in Tuscia e in Maremma. </strong><br />
<strong>Il paradosso delle energie rinnovabili è che per salvare l&#8217;ambiente, distruggono l&#8217;ambiente</strong></p>
<p>Siamo a pochi giorni dalla votazione della legge regionale sulle Aree Idonee in Toscana. Il consiglio regionale  sta per  esprimersi  su una legge che di fatto rischia di devastare interi territori, in particolare la Maremma. Il sud della Toscana, così come la Val di Cornia e il Mugello sono state prese di mira dalle multinazionali energetiche.  Presentati centinaia di progetti di impianti eolici, fotovoltaici e agrivoltaici industriali, oltre alla spinta per  l’incremento del Geotermico sull’Amiata. In questi giorni in molti stanno dichiarando a gran voce la contrarietà alla minaccia degli impianti FER industriali, tra i quali gran parte dei sindaci della provincia di Grosseto, a partire da Anton Francesco Vivarelli Colonna. E poi associazioni di settore, come CONFAGRICOLTURA. Persino alcuni parlamentari hanno denunciato la questione.</p>
<p>Nella confinante regione Lazio da parte della politica sembra delinearsi un maggiore atteggiamento di difesa del territorio. Giovedì 30 gennaio  si  è tenuto un importante convegno a Ischia di Castro:  “Eolico Industriale e Speculazione nella Tuscia”. In questo contesto politica regionale e provinciale, sindaci, comitati e cittadini hanno dichiarato congiuntamente e  a gran voce la saturazione della Tuscia (la quale detiene il 78% di impianti FER  del Lazio). In Toscana invece si continua a seguire la strada dei 4.2 GW  da raggiungere a tutti i costi entro il 2030, senza se e senza ma.  E’ nata la Coalizione interregionale TESS (Transizione Energetica senza Speculazione), che riunisce  più di 80 tra comitati e associazione del Centro Italia, e in generale dal basso sembra esserci sempre più consapevolezza sui rischi determinati  dall’inserimento di  impianti FER industriali in territori a vocazione agricola e turistica.</p>
<p><img class="  wp-image-3995 aligncenter" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/02/piti-sfondo-finita.jpg" alt="piti sfondo finita" width="854" height="473" /></p>
<p>Da una parte i vertici di alcune grandi associazioni ambientaliste che giustificano l’introduzione dei grandi impianti, dall’altra sindaci, comitati e associazioni, che continuano a difendere il territorio e ad opporsi ad opere così impattanti.  Recentemente i giornali hanno parlato di un presunto scandalo che avrebbe coinvolto l’ex Commissario europeo Timmermas. Secondo quanto riportato sarebbe stato accusato  di aver destinato almeno un miliardo di euro (fonte ANSA)  al finanziamento di lobby green e di alcune associazioni ambientaliste (soldi in realtà destinati come sussidi per il clima e l’ambiente).</p>
<p>“<em>La Toscana sarà una regione virtuosa nella transizione green, perché la Toscana è la terra più bella del mondo</em>”.. Queste le parole dell’assessora  Monia Monni intervenuta all’incontro dello scorso gennaio a Firenze.  Un convegno dove le così dette  “Eco Lobby” hanno chiesto alla regione Toscana ancora più coraggio per non fare della transizione energetica un’occasione persa.</p>
<p>Ebbene come più volte ribadito da molti, questa sembra  un’altra occasione persa per usare la logica e per non fare le cose contro la tutela del Patrimonio culturale, paesaggistico, naturalistico e delle tradizioni agroalimetari. Se verrà approvata la legge regionale sulle aree idonee come proposta dalla Monni e dalla sua maggioranza, sarà sicuramente un’occasione per pochi di realizzare una grande “transazione energetica”,  anziché una transizione energetica, equilibrata e  al servizio del clima e dei territori.</p>
<p>Non ci sono valenze scientifiche che confermino che il vento c’è di più in Maremma e in Val di Cornia. Eppure questo ha detto l’assessora  Monni.</p>
<p>Ed ecco che la Regione nella bozza di legge   ha definito le percentuali di aree idonee ai singoli comuni, sulla base dell’estensione territoriale, e non sulla popolazione. Grandi impianti decentrati dalle aree metropolitane, dove invece vi è maggiore richiesta di energia. Enormi cavidotti  che per altro causerebbero enormi dispersioni dell’energia prodotta dagli impianti, scavati in aree a rischio idrogeolico.</p>
<p>Nei mesi passati il presidente Eugenio Giani ha pubblicamente dichiarato che non avrebbe permesso l’invasione dell’Eolico industriale in Maremma, eppure ad oggi la situazione si fa preoccupante.</p>
<p>Insomma per il mega  eolico pare non ci sia discussione, si va avanti con i progetti presentati nei mesi scorsi. Fortunatamente il MASE ha recentemente bocciato il progetto eolico “Montauto”, tra i comuni di Manciano e di Montalto di Castro. Una notizia che quantomeno fa ben sperare per la sorte degli altri impianti tra Alta Tuscia e Bassa Maremma.</p>
<div id="attachment_3996" style="width: 897px" class="wp-caption aligncenter"><img class="  wp-image-3996" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/02/a-mappa-eolico-amici-della-terra-24-jpg.jpg" alt="a mappa eolico amici della terra 24 jpg" width="887" height="572" /><p class="wp-caption-text">Mappa elaborata dall&#8217;associazione Amici della Terra</p></div>
<p>Qui è importante fermarsi un attimo e riflettere: che logica c’è in tutto questo? All’improvviso, un anno fa, partiva una folle corsa da parte di sedicenti ditte energetiche che si affrettavano  a presentare al Mase progetti mastodontici di impianti eolici in Maremma..  Una cinquantina  di pale nei soli territori di Pitigliano e Sorano, alte 200 metri  e larghe 170. Centinaia e oltre se vengono cumulate con quelle proposte su Manciano, Scansano, Magliano in Toscana,  in tutta l’Alta Tuscia e nell’Orvietano.  A questo punto verrebbe da dire: ma  come possono  la Maremma collinare e l’Alto Lazio essere considerate aree idonee per ospitare degli impianti di una simile portata?.   Non ci sono strade  che possano permettere il passaggio di enormi camion.  Strade secondarie per l’appunto, strette, tortuose, con i ponti che cedono se passa un solo  trasporto eccezionale, e  la Cassia chiusa un anno si e quell’altro pure.  Poi il vento è come dalle altre parti, come in Val d’Orcia, così come a Firenze.  La Monni la spara così, senza basi scientifiche. Sarà forse che a Montalto di Castro è stato previsto il passaggio di un enorme  cavidotto sottomarino che dalla Sardegna raggiungerà la costa tirrenica per poi risalire fino in Lombardia? Linea Montalto &#8211; Milano la chiamano! Leggendo sul sito web dell’Ente Terna si evince che l’opera dovrebbe servire in primis i giochi olimpici di Milano Cortina, e in generale il nord Italia.</p>
<p>Quindi sembrerebbe già tutto deciso, la vicinanza dai cavidotti permette di allacciarsi rapidamente alla rete, a scapito dei territori, che da questi giochi non trarrebbero  nulla, men che mai la corrente prodotta dagli impianti, essa infatti verrebbe subito dirottata sull’alta tensione, altro che sconti in bolletta!. Un altro cavidotto dalla Sardegna dovrà passare per la Corsica e raggiungere la Val di Cornia.</p>
<p>Comunque tra Tuscia, Maremma e Orvietano si  creerebbe perfettamente  il presupposto per l’effetto “Foresta di pale”. Praticamente lo scenario che si sta aprendo è quello di un abnorme hub industriale, qualcosa di inimmaginabile. Si parla di centinaia di pale eoliche con un gigantismo medio di 200 metri x 160 (il campanile di Orvieto, una delle più mastodontiche opere del centro Italia misura appena 50 metri. La stessa Regione Toscana, che avalla questi modelli di produzione energetica, in maniera contraddittoria, promuove contemporaneamente una visione di vocazione territoriale e di turismo sostenibile, praticamente un Paradosso.</p>
<p>In sostanza,  tutti i buoni sentimenti paventati candidamente dall’assessora  Monni  nella  sostanza si riducono a una profonda ingerenza nei confronti di territori, che se andiamo a guardare rappresentano perfetti esempi di aree  NON  idonee. Forse l’assessora dovrebbe venire in visita nei comuni di Pitigliano, Sorano e Manciano, e vedere se riesce a immaginarsi simili impianti qui collocati. Poi c’è l’aggravante dell’inutilità: nelle documentazioni progettuali le proponenti asseriscono che in base alla ventosità media potrebbero girare intorno ai 100 giorni annui (cifra molto generosa). Dunque questi eco mostri, che oscurerebbero il sole stesso, in gran parte dell’anno starebbero  ferme (oltre il danno la beffa).</p>
<p>Come già detto i vertici di alcune delle principali associazioni ambientaliste chiedono ancora più coraggio alla regione nel definire le aree idonee, mentre sindaci cittadini e territori non possono  che vedere  il rischio speculativo della questione.</p>
<p>Non c’è motivo per dover accettare impianti industriali eolici e fotovoltaici in Maremma. La provincia di  Grosseto, al pari di quella di Viterbo nel Lazio, ha contribuito tantissimo agli obiettivi della transizione energetica. Le domande di allaccio alla rete elettrica per gli impianti FER industriali superano almeno di 5 volte gli obiettivi dell’agenda 2030, sono in fase di avanzamento enormi impianti eolici in mare (off- shore). Quindi a cosa servirebbe devastare un intero territorio con questi  eco mostri? A chi gioverebbero? Di certo sul  territorio a nessuno. Salverebbero il pianeta? Neanche un po’..  L’Europa produce una quantità minima di emissioni di anidride carbonica che si ritiene alterare il clima, l’8% a livello globale e l’Italia soltanto lo 0,7%. A chi serve questa corsa all’impazzata se poi Stati come gli Usa, Russia, Cina, India e Arabia Saudita, responsabili del grosso delle emissioni fanno orecchie da mercante? Le alternative per produrre energia rinnovabile ci sono, ma non vengono mai prese in considerazione. Il modus operandi nel collocare gli impianti FER non privilegia le linee-guida predisposte dal ministero, secondo le quali andrebbe data priorità a zone industriali, tetti,  parcheggi, discariche, cave dismesse, linee ferroviarie ed autostradali,  infrastrutture pubbliche.</p>
<p>Una cosa è certa:  i comuni,  le aziende,  i comitati, la popolazione saranno disponibili a partecipare attivamente alla transizione energetica, pianificando il territorio, offrendo i propri tetti per i pannelli fotovoltaici e per il micro eolico. Saranno tutti disponibili per costituirsi come comunità energetiche (il solo sistema sostenibile per scampare a questo disastro).  Ma è inammissibile che un luogo incredibilmente bello, carico di storia, con un’identità forte e indomabile, con delle politiche attuate negli ultimi decenni e radiosi progetti per il futuro venga letteralmente  spazzato via da progetti  così scellerati. La Maremma non vuole i mega impianti eolici. La Maremma già  detiene  e non si oppone alle  energie rinnovabili, ma non quelle insostenibili e senza pianificazione, ma soprattutto dice NO alla speculazione..</p>
<p>Secondo uno studio del 2023 di ENEA, agenzia nazionale per lo sviluppo delle energie rinnovabili, gli obiettivi per il 2030 del consumo di energia elettrica per le abitazioni, che ammonta al 30% del fabbisogno nazionale, si può raggiungere coprendo la superficie dei tetti, stimata in 450 km quadrati, quindi senza consumo di suolo. Come raccomandato da ISPRA e anche dal PNRR, è stato definito il 2050 come data ultima per portare il consumo di suolo a quota zero. Quindi è possibile perseguire una transizione energetica senza farla diventare una transazione, senza danneggiare ecosistemi, paesaggi, turismo, agricoltura, oltre alla salute dei cittadini. Si può fare con una mirata legge regionale che pianifichi il territorio, in funzione degli interessi collettivi e non di quelli delle Multinazionali straniere e industriali del settore.</p>
<p><em>Luca Federici, </em><em>Presidente Comitato Ambiente e Salute Tuscia</em></p>
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		<title>L’invasione dei mega impianti eolici e fotovoltaici in Tuscia e in Maremma..</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Oct 2024 12:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ti Amo Maremma fin dove al mar ti sposi e ti vesti di tramonti.. Una frase questa che si arricchisce  di significato ogni volta che si ammira uno degli infiniti panorami che modellano la nostra terra. L’Alta Tuscia e la bassa Maremma, culturalmente e paesaggisticamente una sola parola:  Maremma Tosco Laziale.  Due regioni, il fiume [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ti Amo Maremma fin dove al mar ti sposi e ti vesti di tramonti..</em></p>
<p>Una frase questa che si arricchisce  di significato ogni volta che si ammira uno degli infiniti panorami che modellano la nostra terra.</p>
<p>L’Alta Tuscia e la bassa Maremma, culturalmente e paesaggisticamente una sola parola:  Maremma Tosco Laziale.  Due regioni, il fiume Fiora,  un confine immaginario, una sola skyiline..</p>
<p>Una terra ancora intatta, da sempre tagliata fuori da rotte commerciali o da siti industriali, divenuta negli ultimi decenni meta turistica di qualità, anche per le sue bellezze naturalistiche, archeologiche e le sue   eccellenze agroalimentari. E tuttavia una terra da difendere, ancora una volta. Prima l’Alta Tuscia Viterbese  e ultimamente anche la bassa Maremma Grossetana sono state prese d’assalto da un enorme pericolo, forse il più grave degli ultimi decenni. Decine e decine di progetti di eolico e fotovoltaico industriali, proposte  da ditte private che operano con capitali pubblici (fondi  PNNR)  e che in nome di una cosiddetta emergenza climatica propongono  progetti ed espropriano  terreni per una presunta  pubblica utilità, realizzando  mega impianti dai quali trarre profitti privati.</p>
<p><img class="alignnone  wp-image-3933" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/10/pale-eoliche.jpg" alt="pale-eoliche" width="889" height="467" /></p>
<p>Già da una prima riflessione pare assurdo proporre l’introduzione di pale alte 200 metri e larghe 160  in una terra poco antropizzata, dove l’edificio più alto è il campanile della chiesa, che al massimo può misurare  trenta metri. Eppure sul portale del ministero della transizione energetica continuano a piovere progetti di eolico e fotovoltaico, un cumulativo impressionante.  Valentano, Farnese, Cellere, Ischia di Castro, Onano, Montalto di Castro, Manciano, Pitigliano,  Sorano eccetera.  In questi mesi i progetti proposti lungo  la valle del Fiora, sia nel Lazio che nella Toscana hanno messo tutti sul piede di guerra, amministrazioni, comitati, cittadini, aziende, tutti uniti nel dire no a questa pesante invasione mossa da multinazionali del settore energetico che (da quanto si è potuto constatare leggendo le carte dei progetti), risulta evidente che  non conoscano la zona, ma soprattutto non hanno tenuto conto delle enormi criticità presenti a livello paesaggistico, naturalistico, archeologico, agroalimentare e turistico.</p>
<p>Per fortuna il territorio non è stato a guardare e si è subito attivato per respingere una tale  insopportabile invasione. Molto importante  il lavoro del Comitato Ambiente e Salute Tuscia (Farnese,  Ischia di Castro) che ha prodotto delle osservazioni estremamente articolate e pertinenti e al Comitato MaremmAttiva che è riuscito a ufficializzare con grande impegno il dissenso della popolazione, raccogliendo e pubblicando sul box dedicato più di millecinquecento osservazioni dettagliate contro i tre progetti eolici presentati da Sorgenia, RWE renewables e da Visconti srl. Attualmente l’impegno di tutti è concentrato sul nuovo progetto riguardante la zona del Monte Elmo, nel comune di Sorano. In  questo caso l’amministrazione comunale, da poco insediata, ha già manifestato la propria contrarietà al progetto, e in collaborazione con i comitati  e cittadini sta elaborando le osservazioni per questo ultimo progetto di eolico industriale, da consegnare entro il 20 ottobre.  In questi mesi si è abbondantemente parlato di quanto questi mega progetti siano impattanti e deleteri per il territorio, a partire dalle enormi fondazioni (plinti di oltre 20 metri x 120 di diametro, platea di 1 metro di altezza x 28 di diametro, in calcestruzzo che per legge resterà in loco anche una volta smantellato l’impianto), al disboscamento, al passaggio degli enormi cavidotti, ai rischi idrogeologici, all’impatto sull’avifauna, senza contare i rischi per la salute, per il turismo e per le eccellenze agro alimentari, che caratterizzano l’identità culturale di tutta la zona. Inoltre va detto che questi impianti abnormi non potranno funzionare regolarmente con i venti che soffiano nella nostra zona, perciò un simile impatto non sarebbe neanche giustificato da una sufficiente produzione di energia, la quale verrebbe comunque  convogliata sulla rete nazionale ad alta  tensione e inviata alle grandi industrie del nord Italia. Dunque niente rimborsi, nessun accesso alla corrente prodotta,  misere compensazioni, nessun vantaggio per il territorio e tanti rischi inaccettabili. Tuscia, Maremma e Orvietano  sono state letteralmente prese di mira da questi progetti, non perché siano zone particolarmente ventose, degradate o adatte a simili impianti. Piuttosto perché l’ente Terna  (ovvero il proprietario e gestore della rete nazionale di trasporto in alta tensione) sta ammodernando o rifacendo ex novo le linee in giro per lo stivale. E’ in fase di realizzazione la Tyrrenian Link, un enorme cavidotto sottomarino che collegherà la Sardegna (attualmente satura di progetti di mega eolico ormai imminenti, nonostante la contrarietà della regione Sardegna e l’accesa rivolta popolare degli ultimi mesi) con Montalto di Castro. Dunque questa corsa all’oro è per lo più dettata dalla facilità nel collegare questi mega impianti alla rete, senza curarsi minimamente della vocazione dei territori. Una speculazione che non conosce limiti! In ogni caso come già detto amministrazioni, comitati e popolazione hanno ufficializzato la propria totale contrarietà.  Anche la Regione Lazio e la Regione Toscana hanno espresso forte dissenso per questo tipo di rinnovabili sul territorio. I primi di agosto il presidente Eugenio Giani ha dichiarato pubblicamente che non permetterà l’invasione del mega eolico nel grossetano.</p>
<p><img class="  wp-image-3935 alignleft" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/10/mega-pala-duomo-orvieto.jpg" alt="mega pala duomo orvieto" width="408" height="661" /></p>
<p>Il discorso quindi  non è di essere favorevoli o meno  alle energie rinnovabili, ma che esse siano inserite nei territori in maniera equilibrata e razionale, rispettosa dell’ambiente in tutte le sue componenti, del patrimonio culturale, paesaggistico, delle identità culturali, delle vocazioni economiche dei territori e non da ultimo delle autonomie locali. In un territorio come il nostro anziché proporre simili ecomostri vanno privilegiate le comunità energetiche locali (CER), utili per soddisfare i bisogni reali di produzione di energia elettrica rinnovabile prodotta in maniera sostenibile.</p>
<p>Tutto quello che si è potuto fare si è fatto e si farà, ma nel frattempo va specificato che tutti i progetti presentati contengono enormi criticità e tutti per varie ragioni si trovano in quelle che si possono considerare Aree non Idonee.</p>
<p>Da anni si invoca a gran voce che queste aree vengano individuate, ma finora, purtroppo, questa mancanza di chiarezza ha permesso agli interessi privati delle ditte che operano nel settore di creare un Far West energetico.  Laddove una zona  (anche se vi sono presenti dei vincoli)  non è considerata ufficialmente Non idonea, paradossalmente può essere considerata idonea, quindi soggetta all’inserimento di impianti. Un vuoto legislativo che ha creato non pochi danni ai territori. A seguito della pubblicazione del DM 21 giugno 2024, le Regioni devono redigere entro 180 giorni (quindi entro inizio gennaio 2025) la mappatura del proprio territorio, andando tra l’altro ad identificare le aree NON IDONEE per l’installazione delle Fonti di Energia Rinnovabile, seguendo i principi e i criteri indicati nel Titolo II e in particolare all’art. 7.</p>
<p>Nel suddetto articolo viene espressamente prevista la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, delle aree agricole e forestali.</p>
<p>Si dovrebbero quindi respingere  tutti quei progetti che implicano l’abbattimento di aree boschive o essenze arboree,  che interferiscono con le caratteristiche essenziali, paesaggistiche e culturali dei</p>
<p>territori ove si collocano, mentre  per  l&#8217;individuazione delle aree idonee le regioni dovrebbero  privilegiare l&#8217;utilizzo di superfici di strutture edificate, quali capannoni industriali e parcheggi, nonché di aree a destinazione industriale, artigianale, per servizi e logistica, e salvaguardare le aree di particolare pregio.</p>
<p>Ultimamente è stato creata una  Coalizione Interregionale tra Associazioni e Comitati della Toscana e delle Regioni limitrofe impegnata nella difesa dell’ambiente dai rischi connessi alla transizione energetica TESS (Transizione Energetica Senza Speculazioni). Questa coalizione ha fornito non pochi argomenti, tra i quali evidenziare che l’attuale livello di progetti presentati supera sensibilmente i limiti di FER previsti dall’agenda 2030, senza contare che Tuscia e Maremma hanno già raggiunto e superato i limiti di impianti rinnovabili sul proprio territorio.</p>
<p>Perciò va bene favorire la diffusione delle Fonti di Energia rinnovabile,ma  in maniera equilibrata e razionale, nel rispetto dell’ART 9 della Costituzione Italiana<em>: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione; Tutela l&#8217;ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell&#8217;interesse delle future generazioni..</em>     Dunque la soluzione al problema è in gran parte politica, e questo sarà un interessante  banco di prova per constatare  se la politica regionale tiene davvero a questa terra oppure se è intenzionata a darla  in pasto alle multinazionali.</p>
<p><img class="  wp-image-3936 aligncenter" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/10/eolico-pecore.jpg" alt="eolico pecore" width="517" height="646" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’Amore al Tempo della Balera. La compagnia della Femia festeggia 10 anni a Teatro con un quarto spettacolo.</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 13:56:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ in tutti i paesi è presente almeno  una compagnia di teatro popolare, spesso dialettale, comica, irriverente, ed è una cosa bellissima quando un gruppo di persone riesce a mettersi in gioco e creare un qualcosa di più o meno interessante. Già  il fatto di riuscire a portare la gente a teatro è  di per se un successo, meglio ancora se lo spettacolo presentato risulta  apprezzabile. Generalmente si assiste a dei prodotti amatoriali, senza troppe pretese, a volte godibili, a volte meno.</p>
<p>Poi c’è la Compagnia della Femia, che in dieci anni ha scritto delle opere di una forza e di una intensità senza eguali. La Compagnia è nata a Sorano, dal genio  di  <strong>Giuseppe Pinzi</strong>, autore di tutte le opere.  Al gruppo storico della Femia si sono di recente aggiunti nuovi elementi, provenienti da paesi limitrofi, in particolare il gruppo di Zara Racconta, da Castell’Azzara,</p>
<p>La prima opera “ d<strong>i Fronte al Fronte</strong>”  ha raccontato la liberazione e in particolare il passaggio degli alleati  in Maremma, che in molti casi ha portato miseria e disperazione, stupri, furti e violenza. Emblematico il bombardamento della grotta delle Riparelle a San Giovanni delle Contee, dove il 14 giugno del 1944 perirono 11 persone sotto i cannoni degli alleati, proprio il giorno che  a Sorano si festeggiava la liberazione dai nazi fascisti.  Un’opera composta da tante letture di storie vere. Una narrazione  forte, cruda  e struggente, portata in scena più di 20 volte.</p>

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<a href='https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/4.jpg' data-rel="lightbox-gallery-1"><img width="283" height="400" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/4-283x400.jpg" class="attachment-medium" alt="4" /></a>

<p>Il secondo spettacolo “<strong>Da qui all’Eternità</strong>”  ha guardato più avanti nel tempo. L’opera parte dagli anni 50, con la ricostruzione e il conseguente boom economico, fino agli anni 60, con la nascita delle prime cooperative di braccianti, il decadimento dei poderi, lo spopolamento delle campagne per andare a lavorare in fabbrica o in miniera,  l’abbandono delle case lasciando le chiavi sulle porte. Da Qui all’Eternità prende spunto da un racconto di un signore locale che mentre passeggiava per i suoi campi, una volta da lui stesso coltivati,  scorgendo dell’uva di Procanico che emergeva dai rovi e assaggiandone un grappolo riconobbe “il sapore della sua fatica”. Anche Da qui all’Eternità  in questi ultimi anni è andata in scena una ventina di volte.</p>
<p>Non da meno è stato il terzo spettacolo: &#8220;<strong>Al Centro della Terra</strong>”, un viaggio emozionale  tra l’attualità e i numerosi flashback sul passato recente. L’avvento della televisione, che ben presto  avrebbe “sostituito le vecchie veglie davanti al focolare”, l’abbandono dei centri storici per le nuove case popolari, e ancora i venditori ambulanti, i mobili in formica, l’avvelenamento da pesticidi o  l’uso sempre più smisurato di plastica e di Eternit. La chiusura delle miniere e le lotte operaie, il fallimento delle cooperative, lo spopolamento degli abitanti, l’arrivo dei Lippi, dei Sardi e dei forestieri che hanno comprato  i poderi in abbandono. La nascita degli Agriturismi e di quei  giovani (purtroppo pochi) che hanno deciso di investire in casa propria, perché  la casa è come un punto di memoria, le radici danno la saggezza.</p>
<p>Ed eccoci arrivati all’ultima fatica teatrale della Femia, andata in scena questa primavera tra Castell’Azzara e Sorano,  ma che nei prossimi mesi aggiungerà nuove date in calendario. Questa quarta opera si chiama “l<strong>’Amore al Tempo della Balera</strong>”, ed è una storia già di per se realistica e  commovente, la più recitata e dinamica tra le opere della compagnia. Siamo da qualche parte tra le colline del Fiora, in uno dei tanti casali sparsi per la bassa Toscana, ed è l’ultimo giorno al podere per la signora Marina. Eh si, il figlio ha venduto il podere a qualche finanziaria che intende farne un  centro benessere. E immediatamente si viene risucchiati  in un tourbillon di ricordi, flashback,  voli pindarici che rievocano la gloriosa civiltà contadina, ormai quasi del tutto cancellata dalla modernità. La passione per il ballo, le feste nei poderi, gli amori e i tradimenti, l’amicizia e l’aiutarsi a vicenda,  il duro lavoro nei campi e la voglia di vivere e di divertirsi.  Si racconta della gioventù, di musica della fisarmonica,  del cantare la  befana per i poderi, della notte di San Giovanni, considerata la notte delle streghe, la morra, il panforte, le bevute e i fidanzamenti. Il dolore nel constatare che la fatica delle passate generazioni non è stata raccolta da quelle nuove, e che il podere costruito col sangue e il sudore chissà a chi andrà? E poi ancora il tema della violenza sulle donne, mostrato sulle note di Volemo le Bambole. Questo è un altro lato oscuro della civiltà contadina, che onorava il patriarcato. La donna veniva sottovalutata  e tutto andava al maschio, niente le era dovuto.  E poi il tema dei concimi e dei trattamenti chimici, tutto condensato nello specchio romantico di un passato che ancora fa male, quel passato più recente che merita di essere ricordato. Bravi gli attori e non meno i suonatori e i cantanti, i quali  hanno saputo dinamizzare l’alternanza musica – recitativo con una colonna sonora molto evocativa: da Tutto Cambia a la Malcontenta, da Rose Rosse all’ultima, catartica Marina Marina.  L’effetto sul pubblico è stato incredibile:  la naturalezza dello svolgimento, la rapidità e il gran numero di situazioni sono state apprezzate dai tantissimi spettatori presenti. Tante le  risate, qualche sorriso amaro e non pochi momenti di assoluta commozione.  Sicuramente in molti si sono identificati in ciò a cui hanno assistito, del resto è la storia di tante delle nostre nonne. Un copione convincente, messo in scena da una compagnia affiatata, in grado di lavorare in gruppo e  molto brava a  raccontare in perfetta armonia passato e presente! Il copione è stato  il più difficile da portare in scena, senza contare che la pandemia ha posticipato di tre anni l’uscita dello spettacolo. Vivere nell’era post moderna ci da la livellante illusione di essere senza radici, queste però sono ancora ben presenti, basta saperle ricercare, magari assistendo a uno spettacolo della Femia!</p>
<p>Auguriamo alla compagnia ancora qualche decennio di copioni, di  spettacoli e di soddisfazioni, perché la Femia è Vera! Storie di vite vissute e memoria condivisa.</p>
<p>La Compagnia della Femia è composta da: Roberta Mastacchini, Sabrina d’Angelo, Loredana Pinzi, Marzio Mambrini, Gioia Gubernari, Mario Baldoni, Roberta Terrosi, Fabio Sensi, Claudia Maggi, Mirco Fumasoli, Paola Maggi, Andrea Pieri, Ombretta Dibatte, Pina Gubernari, Paolo Santori, Tiziana Pollini, Luca Federici, Giuseppe Pinzi.</p>
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		<title>La Comunità Rurale Diffusa, quando l&#8217;unione fa la forza</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2022 09:59:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Forse siamo ancora in pochi nelle campagne, ma in tanti credono in una trasformazione, in una comprensione tra gli esseri umani. In questa giornata d’incontro vogliamo dire che esistiamo, che ci siamo, che ci stiamo provando. Ancora in ordine sparso, sicuramente non coordinati, ma forse è arrivato il momento di raccoglierci e identificarsi. Il prossimo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Forse siamo ancora in pochi nelle campagne, ma in tanti credono in una trasformazione, in una comprensione tra gli esseri umani. In questa giornata d’incontro vogliamo dire che esistiamo, che ci siamo, che ci stiamo provando. Ancora in ordine sparso, sicuramente non coordinati, ma forse è arrivato il momento di raccoglierci e identificarsi. Il prossimo 9 luglio vorremo invitarvi a traghettare le nostre idee sull’ipotesi di una nuova rete di relazioni sociali all’interno di piccoli nuclei di ruralità, attraverso un potente metodo di comunicazione: la nostra parola.”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tratto dal  testo della prima assemblea della CRD, luglio 2017</p>
<p><img class="alignnone wp-image-3402 size-large" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2021/08/Salvia-Sclarea-1024x768.jpg" alt="Salvia Sclarea" width="1024" height="768" /></p>
<p>La particolare conformazione che lega i territori tra Alta Tuscia, Orvietano e colline del tufo determina un confine geografico che abbraccia tre regioni: Lazio, Umbria e Toscana. Il lago di Bolsena, la selva del Lamone, l’altopiano dell’Alfina, la valle dei Calanchi, la Maremma. Confini che anziché dividere uniscono. Sempre più gente negli ultimi anni è arrivata (e continua ad arrivare) in questa ampia zona, dove la terra è fertile e tufacea,  nella quale è possibile vivere un’esistenza diversa, che parte dal basso. Una terra dove ci saranno altri problemi, ma di sicuro non il traffico o lo stress. A un certo momento tutta questa gente ha iniziato ad incontrarsi, a fare progetti, a scoprire che non era sola. Da questi incontri è nata la Comunità Rurale Diffusa (CRD), una rete di scambi e di mutuo aiuto dove al centro di tutto regna l’amicizia e il rispetto. Tutto parte dal basso e nel principio di prossimità,  senza intermediari o speculatori, cercando di incentivare la decrescita felice e coinvolgendo chi sia intenzionato ad avvicinarsi ai principi della comunità.  Tante aziende vi fanno parte, tutte con peculiarità proprie: agricoltori, ortolani, allevatori, viticoltori, vivaisti, produttori di canapa, coltivatori di piante aromatiche, distillatori di oli essenziali, artigiani, musicisti, artisti o semplici simpatizzanti.</p>
<p>Tra le attività della CRD le più intense e partecipate sono i mercati itineranti, i gruppi d’acquisto solidali e l’organizzazione di eventi condivisi. Purtroppo questi tre anni di pandemia hanno colpito duramente le libertà e la semplicità di organizzare mercati, pranzi condivisi o iniziative artistiche, ma ora sembra che la situazione stia gradualmente tornando alla normalità, per la gioia di tutti.</p>
<p>Attualmente i mercati della comunità rurale diffusa si svolgono a Porano (Tr), nell’azienda agricola Janas, località Colle Ombroso e nel borgo di  Farnese (Vt), ai  giardini pubblici in via San Francesco. Momenti di convivialità e di divertimento, dove si possono acquistare prodotti alimentari freschi, senza pesticidi o intermediari, scegliere pezzi di artigianato unici e fatti a mano, assaggiare pietanze trasformate con etica e con amore. Sarà possibile aiutare piccole realtà contadine e famiglie  che portano avanti il loro lavoro con costanza e rispetto della natura. All’interno dei mercati sono sempre presenti l’infoshop della comunità, oltre a  incontri,  dibattiti, presentazioni, laboratori per bambini,  interventi artistici e ludici di vario genere. Il mese scorso, sempre a Farnese all’interno dell’evento “Festa alla Primavera” (nei giorni 20, 21 e 22 maggio) vi è stato il mercato agricolo e artigiano domenicale a cura della Comunità Rurale Diffusa.  La Comunità rappresenta la gioia di vivere, di stare insieme nel rispetto per la terra e per le tradizioni, ma quando c’è  da combattere contro gli scempi ambientali non si tira indietro. Come nel caso delle coltivazioni intensive di nocciole, oppure per la  questione delle centrali geotermiche (problema quest’ultimo attualmente in standby, ma non da sottovalutare). Ora si sta paventando lo spettro di un ipotetico centro unico nazionale  di stoccaggio dei materiali radioattivi, che potrebbe sorgere nelle nostre zone, speriamo non ci sia da tornare tutti di nuovo in piazza a manifestare.</p>
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		<title>Il sacro e il Profano nella  Festa di Sant’Antonio Abate</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 15:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Sant’Antonio a lo deserto cucinava le spaghette,  Satanasso sto  fetente glie freghette le forchette, Sant’Antonio nun se lagna cò le mano se le magna!!&#8221; “Filastrocca popolare” Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto,  ed esso vi sarà dato.                      [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Sant’Antonio a lo deserto cucinava le spaghette,  Satanasso sto  fetente glie freghette le forchette, Sant’Antonio nun se lagna cò le mano se le magna!!&#8221;<br />
</em><em>“Filastrocca popolare”</em></p>
<p><em>Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto,  ed esso vi sarà dato.                                                  </em><em>“Lettere di Sant’Antonio Abate”</em></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3466" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2022/04/fuoco-sant-antonio.jpg" alt="fuoco sant antonio" width="770" height="480" /></p>
<p>Questi due anni di pandemia stanno lasciando pesanti conseguenze su tutti gli strati del tessuto sociale. Gli effetti delle quarantene, delle numerose limitazioni quotidiane, dagli scambi di abbracci alle manifestazioni condivise stanno minando rapidamente un costrutto sociale presente da millenni sul nostro territorio. Va però evidenziato che la situazione era già irrimediabilmente compromessa, in quanto la civiltà dei consumi da decenni aveva  indebolito il cuore pulsante delle feste popolari. A questo livellamento culturale hanno resistito solo alcuni eventi, tramutati progressivamente in mera consuetudine, o in molti casi divenuti attrazioni per turisti, ma dalle quali è stato svuotato  il sub strato cultuale. Dopo l’epifania la  prima festa dell’anno che fonde sacro e profano, cristiano e pagano è quella di Sant’Antonio Abate. Essa ricorre tra la notte del 16 e il giorno del 17 gennaio, con la benedizione degli animali e con  l’accensione di fuochi un po’ in tutte le contrade d’Italia, tra peculiarità e varianti territoriali. In particolare nell’Alta Tuscia la festa di S. Antonio è ancora molto sentita in tutti i borghi. Benedizione di animali, cortei di gente a cavallo, vino, panini colla porchetta e gli immancabili focaroni. Primo su tutti il paese di Onano, dove si accende il fuoco a mezzanotte, e poi carri allegorici, la mangiata sociale,  la banda che suona, le maschere, i botti. Un evento da non perdere, che mantiene ancora oggi il dualismo tra cristianesimo e paganesimo,  tra istinto e religione. La storia del Santo fu tutt’altro che avventurosa: è stato  tra i primi eremiti riconosciuti dalla Chiesa Romana ed è considerato il primo Abate della cristianità. La sua vita è stata trascritta da Sant’Anastasio, che ne ha fatto uno  degli araldi della Chiesa Universale. Nato sulle sponde del Nilo, in Egitto, ben presto si dedica alla solitudine del deserto, presso il Mar Rosso. Pratica la vita monastica per ottanta anni  in attesa di rendere  grazia a Dio, da ultracentenario, nel suo eremo sul monte Colztum. Ma la sua vita continua molto più a lungo dopo la morte, dacché le sue spoglie hanno viaggiato per tutta la cristianità, da Alessandria a Costantinopoli fino in Francia. I suoi resti  sono divisi in giro per l’Europa, dalla francese Motte-Saint-Didie fino a Tricarico in Puglia. Durante il suo lungo esilio monastico pare che in molti si recassero da lui per consigli di salvezza (compreso forse  l’imperatore Costantino). Solo in due occasioni lascia la solitudine del suo ascetismo: una volta per dare il suo appoggio al Concilio di Nicea,  l’altra ad  Alessandria per confortare i cristiani perseguitati e  appoggiare l’eresia Ariana. Sant’Agostino ne parla come una figura molto seguita e rispettata in vita così dopo la morte. Certo, il racconto di Sant’Anastasio è squisitamente cristiano, e si sofferma non poco sui rapporti del  Santo col Demonio. Le tentazioni di “Satanasso” ai danni del vecchio anacoreta nel deserto sono celeberrime. Mentre il fuoco legato al suo culto ha a che fare con la discesa di Antonio all’inferno per contendere al demonio le anime dei dannati. Questa è la versione cristiana della questione, ma come spesso accadeva, soprattutto nella profonda Etruria di 2000 anni fa, le agiografie  cristiane venivano sovrapposte ai precedenti culti pagani, con l’intento di sradicare questi ultimi dalla memoria popolare. Ne elenchiamo solo alcuni: San Giuseppe a Pitigliano, Santa Cristina a Bolsena, la Barabbata a Marta, il Solco dritto a Valentano, i fuochi nella notte di San Giovanni, il Corpus Dominii o il giorno dei Morti. Ricorrenze situate  in precisi giorni dell’anno, in prossimità di Solstizi ed Equinozi o in giorni cruciali a livello astronomico. Ma tornando al 17 gennaio e alla festa di  Sant’Antonio Abate,  trattiamo un periodo che dal solstizio d’inverno porta all’equinozio di Primavera. Il Carnevale, la Candelora, la Quaresima e le Ceneri sono cadenze cristiane che riportano a radici più remote, giacché da sempre siamo stati carne e al contempo spirito. Sant’Antonio ad esempio incarna  la benedizione degli animali e il rito del fuoco, presenti in tutto il mondo antico proprio nello stesso periodo. A Roma in fine gennaio si officiavano riti di purificazione per uomini, terra e animali, così da ringraziare le divinità che regolavano il ciclo delle stagioni. Certo, è  molto strano che un Santo Eremita Egiziano vissuto tra il deserto e un eremo sul Mar Morto sia stato accostato e posto come protettore nelle festività rurali in terra italica. Una pratica da riassumere nella consueta e precisa strategia della chiesa romana  di sovrapporre entità cristiane su precedenti culti pagani della Madre Terra, conservandone però  i tratti fondamentali. Sono centinaia i siti etruschi: vie cave, necropoli, pievi, altari e punti marcatori a noi noti con il toponimo di S. Antonio. Spesso si inserivano le effigi del santo al posto di quelle precedenti, dopodiché si procedeva a inculcare i nuovi dogmi (con le buone o con le cattive). E comunque a  2000 anni di distanza ancora si riesce a scorgere l’eco di quegli antichi rituali. Perché poi Sant’Antonio viene associato ad un maiale? Inizialmente si trattava di un Cinghiale, accostato soprattutto alla divinità romana Cerere, alla quale si consacravano proprio i cinghiali e i maiali. A Cerere si  officiavano i riti di purificazioni di sementi, stalle e animali proprio a fine gennaio. Va detto comunque che allora per la Chiesa Romana, discendente diretta del costrutto religioso ebraico, il maiale era visto ancora  come l’incarnazione del demonio. Allora perché Sant’Antonio viene ritratto con in braccio un maiale? Nei secoli bui del medioevo accadeva spesso che scoppiassero delle epidemie, spesso molto gravi, che rapidamente si propagavano in  tutte le contrade. È il caso dell’herpes zoster, anche chiamato fuoco di Sant’Antonio. Esso proveniva da certi funghi presenti  nella segale con  cui si faceva il pane. Ben presto la soluzione a questo pesante morbo, così grave che nel versare acqua sulle piaghe si otteneva un bruciore insopportabile, fu curato per grazia del Santo barbuto. Ben presto i monaci di Sant’Antonio fondarono numerosi ospedali un po’ ovunque, e per curare  le piaghe veniva usato il grasso di maiale. L’ordine ottenne addirittura il permesso del Papa di allevare maiali a spese della comunità. Infatti durante il medioevo il culto di sant&#8217;Antonio fu reso popolare soprattutto per opera dell’ordine degli ospedalieri, da egli ispirato. In genere l’effige ritrae il santo ormai anziano, mentre scuote un campanello, come facevano appunto gli Antoniani, in compagnia di un maiale, dal quale estraevano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe. Il bastone da pellegrino termina con una croce a forma di Tau, che i monaci portavano cucita sul loro abito (thauma in greco rappresenta stupore, meraviglia per il miracolo). Il Tau però rappresenta anche l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, con evidente rimando alla sorte, al  destino. Tracce dell’ordine di Sant’Antonio sono ancora rinvenibili anche nella Maremma del Tufo. In particolare nel centro storico di Pitigliano in via Zuccarelli è ancora identificabile l’Ospitale di S. Antonio, forse il primo e per molto tempo unico presidio ospedaliero del paese. Vi è anche una cappella intitolata al Santo, a confermarne il legame con l’ordine che lo gestiva. Sopra l’architrave di ingresso vi è incisa un’epigrafe: “Miser chi speme in cosa mortal pone” (Petrarca, Trionfo della Morte). Comunque una cosa è certa: dopo lunghi  millenni senza interruzioni, siamo ormai  al secondo anno consecutivo senza festeggiare S. Antonio. Speriamo che lo nemico de lo demonio non se ne avveda, anzi, possa  intercedere per  farci uscire da questa mala tempora..</p>
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		<title>Agricoltura e piante officinali in Maremma</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2021 15:48:46 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="  wp-image-3404 alignleft" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2021/08/distillatore-aia-del-tufo.jpg" alt="distillatore aia del tufo" width="304" height="410" />La Maremma dal mare alla montagna negli ultimi 10 anni eccelle sempre più nel settore delle piante officinali. Con l’introduzione di tali colture all’interno dei Piani di Sviluppo Rurali sono nate sempre più aziende che coltivano piante aromatiche perenni. Lavanda, Rosmarino, Elicriso, Salvia, Timo, Menta. Un settore in continuo sviluppo che sta trovando sempre più mercato italiano e estero sotto forma di materia prima o come prodotto finito. I vantaggi di tali culture sono molteplici. Molte di loro sono piante perenni, il che significa che una volta impiantate non richiedono più lavorazioni pesanti sui terreni, inoltre sono adatte anche nei terreni in pendenza. Non necessitano di  acqua e di trattamenti chimici antiparassitari, essendo loro stesse antiparassitarie   per natura. Altro vantaggio importante è che sprigionando intensi profumi aromatici non aggradano agli animali selvatici, come cinghiali, caprioli e istrici. Il loro utilizzo spazia dalla vendita di pianta fresca alle erboristerie o alle imprese produttrici di liquori. Altro impiego è la vendita di pianta essiccata come taglio da spezia o da tisana. Nel comune di Pitigliano da anni è presente Qualiterbe, l’erboristeria che rappresenta un’eccellenza nel settore nazionale e che produce integratori, creme, saponi e preparati erboristici di prima qualità.  Nel territorio di Sorano vi è un impianto di distillazione di piante aromatiche per la produzione di Oli Essenziali.  Il Bio Agriturismo Aia del Tufo ha attivato da diversi anni un laboratorio di distillazione conto terzi che trasforma le piante aromatiche con alambicchi che riescono a trasformare da 20 a 200 chili di pianta fresca in oli essenziali. Il vantaggio è che questo servizio raggiunge non solo il settore professionale, ma anche il privato che intenda distillare le piante che ha in giardino. In Italia ci sono sempre più laboratori cosmetici artigianali che necessitano di officinali  e che nella propria filiera prediligono piante biologiche e provenienti dal territorio nazionale. La strada da seguire è certamente la qualità, prediligendo la coltivazione biologica. Molto importante è la scelta della varietà di una tipologia di pianta. La Lavanda ad è esempio ne conta di numerose, e la scelta dipenderà dagli obiettivi prefissati. L’olio essenziale di lavanda Officinale, vera, Angustifolia è il più versatile e pregiato dal punto di vista terapeutico. La varietà di lavanda ibrida o anche chiamato Lavandino grazie ai suoi alti cespugli è invece più indicata per adornare giardini. Quest’ultima ha una resa di olio pari al doppio della Lavanda Vera, ma più che in Aromaterapia trova largo uso nel settore dei saponi vegetali.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3402" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2021/08/Salvia-Sclarea.jpg" alt="Salvia Sclarea" width="3264" height="2448" /></p>
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		<title>I Pugnaloni di Acquapendente, quando la rivolta è voluta  dal cielo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2021 17:36:01 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" size-full wp-image-3345 alignright" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2021/05/pugnalone-gsa.jpg" alt="pugnalone gsa" width="597" height="811" /></p>
<p>Tra l’Alta Tuscia e la Bassa Maremma non vi  è paese o comunità che non porti avanti da tempo immemore una festa religiosa o spirituale, e non stiamo parlando di sagre, nelle quali lo scopo primario sia ovviamente bere e mangiare. Parliamo di manifestazioni spirituali che spesso  affondano radici profonde nei secoli dei secoli e alle quali una specifica comunità rende onore  senza limitazioni. Festività spesso di origine pagana, poi riadattate ai dogmi cristiani, come in particolare i Misteri di Santa Cristina o il miracolo del Corpus Domini a Bolsena, la Torciata di San Giuseppe a Pitigliano,  la Barabbata a Marta, il Solco Dritto a Valentano , Sant’Isidoro a Farnese e molti altri ancora.  Un evento  tradizionale che tra tutti incarna  l’identità e l’anima di una comunità e al quale anche  quest’anno dovremo rinunciare è quello dei Pugnaloni di Acquapendente. Un evento tradizionale che risale a quasi mille anni fa,  in pieno Alto Medioevo, quando l’imperatore del sacro Romano Impero, Federico Barbarossa, era in lotta con l’Italia dei comuni. L’imperatore aveva l’ambizione di costruire un impero universale, e per riuscirvi era necessario riagganciarsi alla tradizione dell’impero romano, vincere la contesa col papato per ottenere la potestà civile universale, e soprattutto ottenere il controllo territoriale dell’Italia  e dei tanti comuni e feudi che la componevano. Per riuscire a governare i liberi comuni creò una rete di funzionari di umili origini e a lui fedeli, i ministeriales, spesso brutali e spietati con la popolazione. Il Barbarossa intendeva rintrodurre le Iura Regalia, ovvero i poteri fondamentali in mano all’autorità imperiale. Le regalie in Italia stavano diventando ormai sempre più autogestite dai liberi Comuni, e questo non andava certo bene all’imperatore, che negli anni organizzò tre discese in Italia per soffocare le ribellioni dei comuni e sancire il controllo imperiale sulla penisola italiana. Tuttavia seguendo l’esempio di Milano, molte città si opposero al Barbarossa, come fece  Acquapendente, importante borgo dell’Alta Tuscia attraversato dalla via Francigena, dove nel 1166 la situazione era diventata a dir poco drammatica. Il ministeriale posto a comando dall’imperatore era un uomo crudele e spietato, che mandava a morte chi vi si opponesse. Il popolo era pronto ad insorgere, ma al contempo temeva le rappresaglie della guarnigione fedele al dittatore. Il malumore serpeggiava tra i paesani e non si attendeva che un segno per dar via alla lotta. Come tradizione italica vuole il segno non poteva arrivare se non dalla Madonna, e quindi il 15 di maggio 1166 due contadini di ritorno dai campi, seduti all’ombra delle scale di una chiesa a riposarsi stavano discutendo di come scacciare l’invasore.  Uno era fiducioso sulla questione, l’altro scettico. Il secondo disse, indicando un ciliegio secco, che gli acquesiani avrebbero ottenuto la libertà sui germanici quando quel ciliegio avesse fiorito, cioè mai e poi mai. Ed ecco che arriva il miracolo, l’albero fiorì ed essi presi da meraviglia e stupore corsero a informare il popolo, pronti ad  organizzare la rivolta. Appoggiati dalle truppe papaline ed armati di attrezzi da lavoro, i cosiddetti pungoli, attaccarono il castello, sede e simbolo del potere che  li soggiogava e dopo un’aspra lotta scacciarono lo svevo, distrussero le fortificazioni e rasero al suolo il maniero, del quale oggi resta la bella torre dell’orologio (o torre del Barbarossa) e un giardino panoramico. Riottenuta la libertà venne il momento di rendere onore alla Madonna, fu così che tutti i villani arrivarono a inginocchiarsi e a portare i loro pungoli (lunghi bastoni con la punta in ferro che venivano utilizzati per incitare le bestie da lavoro) cinti dai fiori. Dopo la vittoria sull’invasore i paesani iniziarono a portare la statua della Madonna in processione seguita dai contadini che sfilavano coi pungoli adornati di composizioni floreali. E così da allora, ogni anno, la terza domenica di maggio il miracolo si ripete.  Col passare del tempo la parola pungolo si modificò in Pugnalone, che ad oggi rappresenta dei pannelli di legno di circa 2,5 per 3,5 metri disegnati con splendide figure, adornati la notte che precede la festa da infiniti petali di fiori e foglie. Il tema principale dei Pugnaloni resta sempre quello originale della libertà sull’oppressione, che a distanza di  mille anni rende  ancora fiera la popolazione di Acquapendente.  Qualche settimana prima vengono presentati i bozzetti ufficiali dei 15 gruppi dei Pugnaloni, che da li in poi nei propri spazi  inizieranno la realizzazione dei lavori, guidati dai propri bozzettisti, per creare colossali combinazioni e audaci sfumature sui fiori e sulle foglie. Tutto è ponderato, dalla scelta dei petali ai trattamenti naturali per legare le varie componenti. Le tecniche di creazione e di realizzazione dei quadri si sono sempre più raffinate e gli effetti visivi che ne scaturiscono sono a dir poco meravigliosi.  Inoltre  il 15 maggio fu legato anche ad un  altro appuntamento, quello della fiera di Mezzo Maggio, un mercato divenuto  molto importante fino ai giorni nostri. Un altro elemento particolare che compone i festeggiamenti della Madonna del Fiore è l’elezione del Signore di Mezzo Maggio. Chiamato più anticamente Podestà dei Bifolchi ed  eletto a sorte tra i contadini, coloro che al tempo assistettero al miracolo e che realizzarono la rivolta. Il Signore di Mezzo Maggio presenzia i festeggiamenti, rappresentando la popolazione e sfilando  con un mantello nero, guanti bianchi e un cero votivo in mano. Egli porta inoltre in dono il famoso “biscotto”, il dolce tipico aquesiano, ai bambini delle scuole e ai cittadini più anziani.  Anche quest’anno dovremo rinunciare ai Pugnaloni e a molti altri eventi tradizionali, ma siamo fortemente convinti che questo stop forzato non riuscirà a placare il forte senso di appartenenza di una comunità come quella di Acquapendente. Che possa restare sempre unita e per altri mille anni ricordare quanto il desiderio di libertà e di autodeterminazione siano inscindibili e fondamentali, adesso e per sempre.</p>
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		<title>Un deposito nazionale di scorie nucleari tra Maremma, Senese e Alta Tuscia? No grazie..</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 14:38:19 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo anni di attesa è stata svelata la carta Nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi. Sette le regioni indicate: Piemonte, Lazio, Toscana, Basilicata, Puglia, Sicilia, Sardegna sono attualmente coinvolte. Ovunque si sono innalzate grida di protesta.  Solo  un sindaco leghista del vercellese, che prima ospitava una centrale nucleare, poi per trent’anni ha accolto un deposito di stoccaggio provvisorio, ora si prenderebbe volentieri il mega deposito (tuttavia il suo comune è escluso dalle aree considerate idonee). La maggior parte dei comuni sono contrari ad accogliere l’opera, nessuno vuole ospitare il deposito. Giustamente i sindaci di ogni area nominata si oppongono a questo ennesimo ecomostro in nome della tutela dell’agricoltura, del paesaggio e del turismo. Senza contare i rischi della salute. Eh si, l’incidente radioattivo di Fukushima in Giappone, ci ha insegnato che anche se un impianto è all’avanguardia e rispetta le norme di sicurezza, nulla può contro un evento atmosferico eccezionale. I danni al reattore furono infatti causati da uno Tsunami originato da un terremoto sottomarino al largo. Ancora oggi non è stata svelata la reale gravità dei danni causati da quell’incidente, certo è che le acque di raffreddamento altamente radioattive sono state e saranno sversate nell’oceano Pacifico. Ma il deposito s’ha da fare. L’Europa preme e minaccia sanzioni, i sindaci delle zone prescelte dicono no in massa, tanto che i giornali parlano di sindrome Nimby, patologia post industriale che sta a significare: not in my back yard, ovvero non nel mio cortile sul retro. Alcuni sostengono che dovrebbero essere le tante zone militari disseminate sul territorio nazionale ad ospitare il sito, certamente più adatte anche a livello di sicurezza. Attualmente le aree interessate dalla Cnapi ci coinvolgono non poco: 24  tra le province di Siena, Grosseto, e Viterbo. Territori profondamente legati al turismo e all’agricoltura di eccellenza, che nessun giovamento riceverebbero dalla realizzazione dell’opera in questione. Infatti il ricatto dei posti di lavoro indotti non rispecchia mai le promesse,  lasciando perciò  il tempo che trova.  Lo stesso vale per  le compensazioni economiche, dacché i soldi vanno e vengono, mentre la deturpazione dell’ambiente, una volta compiuta, diviene irreversibile. Ci sentiamo di dire: ma quale sindrome di Nimby?! E’ inammissibile che un territorio già coinvolto da molteplici problemi ambientali debba accollarsi un così grande onere in nome di un patriottismo a senso unico e non abbia altresì il diritto  di decidere della propria sorte. E giustamente i sindaci dicono No grazie! Del resto ai tempi del referendum contro il nucleare l’Italia intera si schierava contro l’energia atomica, anche se qualche anno fa era accaduto lo stesso quando si votò contro la privatizzazione dell’Acqua. Tanti bei propositi e  adesso assistiamo a una quasi totale gestione delle reti idriche  da parte di privati, a cui seguono aumenti sistematici in bolletta e all’entrata del titolo Acqua in Borsa. Il centro Italia non è certo immune dai terremoti.</p>
<div id="attachment_3313" style="width: 352px" class="wp-caption aligncenter"><img class="size-full wp-image-3313" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2021/03/50174947-16B7-4351-86E1-277483CDB957-731-0000003B26D5953E.jpg" alt="Una locandina di repertorio dedicata alla manifestazione contro il nucleare per la centrale di Montalto " width="342" height="512" /><p class="wp-caption-text">Una locandina di repertorio dedicata alla manifestazione contro il nucleare per la centrale di Montalto</p></div>
<p>La tuscia, la Maremma e il monte Amiata rappresentano un’area  vulcanica tra le più attive d’Europa, tanto da essere stata scelta da Enel come polo geotermico per eccellenza. E’ stato ormai ampiamente evidenziato il rapporto tra centrali geotermiche e terremoti indotti, quindi la paura non fondata è che le nuove centrali, in particolare quella prevista a Castel Giorgio, sul confine con l’Umbria, vengano comunque realizzate, anche se dovesse sorgere il deposito di scorie radioattive. Troppe le  zone interessate: Pienza, Campagnatico, Canino, Tuscania, Tarquinia, Vignanello, Gallese, Corchiano, Ischia di Castro e Montalto di Castro. Quest’ultimo poi  è uno dei comuni più gettonati per la costruzione del mega impianto di scorie, nonostante ospiti un’ex centrale nucleare (un ecomostro costato 15 miliardi, pari a un Pil nazionale), una centrale Enel attiva, immensi campi fotovoltaici, tralicci di collegamento e alta tensione in ogni angolo del territorio. Montalto di Castro ha rappresentato uno dei simboli della lotta al nucleare. Tutto ebbe inizio nel 1977 con la festa della vita, quando centinaia di manifestanti occuparono simbolicamente i terreni sui quali avrebbero dovuto costruire la centrale. Gli incidenti  radioattivi  di Three Miles Island e successivamente di Chernobyl portarono alla nascita del movimento anti nucleare italiano. Un grande evento fu il 9 dicembre dell’86, quando partì una enorme manifestazione intorno alla nascente centrale di Montalto. Purtroppo il corteo pacifico, come al solito, fu duramente represso dalla polizia (si contarono più di 100 feriti). Ma ormai la strada del rifiuto era aperta, e giunse il giorno del referendum quando oltre l’80 % degli italiani disse No al nucleare.  Sarebbe una beffa galattica se proprio un paese che ha rappresentato più di altri l’opposizione all’energia atomica venga ora disegnato per custodire gli scarti silenziosi e mortali con i quali questa assurda tecnologia ci costringe a rapportarci. Eppure il concetto resta sempre lo stesso: su questa Terra, in questo mondo siamo solo di passaggio, eppure continuiamo a perseverare nell’errore: ammorbare, inquinare, devastare l’ambiente senza alcun rispetto. Frutto di scelte politiche, speculative, in nome del profitto e di una crescita economica estremamente sbilanciata, per poi lasciare ai nostri figli i danni generati da  atti irreversibili di assoluta  follia.</p>
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		<title>La più Antica Civiltà d’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2020 15:59:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Luca Federici]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giovanni Feo]]></category>
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		<description><![CDATA[Recentemente è stato pubblicato da Effigi l’ultimo libro dell’associazione culturale Tages, scritto da Alberto Conti e Giovanni Feo: “La più antica civiltà d’Italia; siti sacri, templi astronomici, opere megalitiche; origini e diffusione della Cultura di Rinaldone, progenitrice della civiltà etrusca”. L’associazione Tages è stata costituita a seguito dell’importante scoperta del sito astronomico di Poggio Rota (Pitigliano) da [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" src="http://www.cpadver-effigi.com/wp-content/uploads/2019/12/la-piu-antica-civilta-di-italia-237x345.jpg" alt="" width="237" height="345" />Recentemente è stato pubblicato da<strong> Effigi</strong> l’ultimo libro dell’associazione culturale Tages, scritto da <strong>Alberto Conti</strong> e <strong>Giovanni Feo</strong>: “La più antica civiltà d’Italia; siti sacri, templi astronomici, opere megalitiche; origini e diffusione della Cultura di Rinaldone, progenitrice della civiltà etrusca”. L’associazione Tages è stata costituita a seguito dell’importante scoperta del sito astronomico di <strong>Poggio Rota</strong> (Pitigliano) da parte di Giovanni Feo. Da allora <strong> Tages</strong>  opera sul territorio delle colline del Fiora, alla ricerca di testimonianze di quelle antiche civiltà che molto prima degli Etruschi hanno abitato il centro Italia, risalendo i fiumi Fiora, Marta, Tevere e Albegna, fondando città e creando gradualmente un profondo rapporto sacrale col territorio circostante.  Stiamo parlando in particolare della Cultura di Rinaldone (il nome richiama la prima scoperta di una necropoli di questa civiltà nell’area omonima tra Montefiascone e Viterbo).<br />
I Rinaldoniani con molta probabilità provenivano dall’Anatolia, attirati sulle coste tirreniche intorno al quarto millennio a.C. dalla presenza cospicua di preziosi giacimenti di rame. Essi introdussero il culto dei morti, costruendo estese necropoli fuori dai plausibili centri abitati (purtroppo non ancora rinvenuti) e ponendo un vaso all’esterno dalla porta del sepolcro, mentre all’interno veniva inserito del vasellame contenente forse del cibo e oggetti di uso comune usati in vita. Tutto ciò sembra indicare che questa civiltà credesse fermamente nella vita dopo la morte, nel culto degli antenati e che probabilmente officiasse un rito sacrale al momento dell’inumazione.<br />
I sepolcri venivano spesso riutilizzati, dopo aver raccolto le ceneri precedenti. Veneravano il culto della Dea Madre Terra, delle acque e delle stelle, tanto da scolpire e modellare nel tufo numerose opere sparse sul territorio quali altari megalitici, osservatori, cunicoli e imponenti tumuli e menhir. Opere che un tempo apparivano enigmatiche, ma che ad oggi stanno conducendo gradualmente a una possibile, nonché plausibile riscrittura della più antica storia Italica. Grazie alle fondamentali scoperte archeologiche di Ferrante Rittatore Wonviller, della cui opera ha fatto seguito Nuccia Negroni Catacchio dell’università di Milano, nonché alla  volontà e alla profonda conoscenza del territorio di Giovanni Feo e grazie anche al contributo di archeoastronomi e di molti autorevoli studiosi siamo oggi in grado di conoscere meglio la civiltà di Rinaldone. È plausibile che il primo insediamento principale sia risieduto nella zona del ponte di San Pietro (Ischia di Castro) dal quale i rinaldoniani, pastori guerrieri, ma anche agricoltori hanno penetrato tutto il centro Italia. Come già affermato essi risalirono i Fiumi principali della bassa Maremma e della Tuscia, in particolare il fiume Fiora, per poi avventurarsi lungo i suoi numerosi affluenti, i torrenti Strozzavolpe, Paternale, Tafone, Olpeta, Nova e Lente, insediandosi per primi su quelle imprendibili rupi tufacee che successivamente verranno rioccupate dai villanoviani e soprattutto dagli Etruschi. L’elemento comune caratterizzante queste occupazioni dell’entroterra tirrenico è ovviamente il Tufo, pietra versatile e facilmente modellabile, che scavando permetteva di raggiungere notevoli profondità, ricavando sepolcri e vani ipogei, dove era possibile inumare i morti e al contempo perpetrare culti e misteri. Ma la scelta di stabilirsi tra le colline del Fiora era suggerita anche dalle risorse ambientali: foreste lussureggianti, cavità naturali, presenza di numerosi corsi d’acqua, abbondanza di selvaggina, pascoli dove allevare bestiame, rupi scoscese e imprendibili dove stabilirsi al riparo da attacchi nemici. Del resto i siti astronomici di Poggio Rota, delle Sparne e di insuglietti, insieme alla vasta area sacrale di Crostoletto del Lamone (Ischia di Castro), composta da  tumuli e da menhir purtroppo devastati negli anni settanta dai proprietari, nonché da i numerosi massi puntatori presenti nelle ripide forre del fosso dell’Arsa, della Nova e dell’Olpeta dimostrano una elaborata scienza del territorio, e un sistema di collegamento tra i vari siti. I primi Etruschi arrivati in Maremma, provenendo anch’essi dall’area Egeo anatolica, certamente rimasero sorpresi nel verificare le profonde affinità culturali che avevano con quei rinaldoniani che duemila anni prima avevano  percorso il medesimo viaggio via mare e che avevano già occupato quelle zone ricche di giacimenti ferrosi, di rame, bronzo e cinabro, quest’ultimo abbondante sul monte Amiata. Questa consapevolezza probabilmente ha rappresentato un motivo in più per stabilirsi nella media valle del Fiora e dare inizio alla dominazione etrusca sulla penisola italiana, che ha generato dieci secoli di una civiltà illuminata, sublime e  misteriosa.</p>
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<p><a href="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2020/03/poggio-rota.jpg"><img class=" size-full wp-image-3013 aligncenter" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2020/03/poggio-rota.jpg" alt="poggio rota" width="492" height="369" /></a></p>
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<p><strong>Associazione Tages</strong><br />
<em>L’associazione culturale Tages prese vita nel 2007 dalla volontà di sette membri fondatori, a seguito dell’importante scoperta da parte di Giovanni Feo del sito astronomico di Poggio Rota, nel territorio di Pitigliano. A seguito di questo importante ritrovamento i membri di Tages richiesero la consulenza di alcuni studiosi. Fu l’archeoastronomo Adriano Gasparini dell’università di Milano a riconoscere nel circolo megalitico di Poggio Rota  effettivamente un osservatorio astronomico. Ulteriori ricerche archeoastronomiche sul sito furono svolte da Enrico Calzolari, da Antomari Ottavi e da altri. La datazione di Poggio Rota è riconducibile   al  terzo millennio a.C., dunque  in piena occupazione rinaldoniana. Anche Nuccia Negroni Catacchio dell’ università di Milano ha avuto occasione di studiare Poggio Rota, pur dedicandovi il tempo di una sola stagione. La Negroni ha dedicato l’intera vita allo studio delle testimonianze delle prime civiltà sul suolo italico, in particolare della Cultura di Rinaldone, portando avanti il lavoro iniziato anni prima da Ferrante Rittatore Wonviller. Ulteriori conferme su Poggio Rota si potrebbero ottenere mediante scavi archeologici più approfonditi. Successive ricerche effettuate da Giovanni Feo e dai membri di Tages  hanno mostrato altri siti astronomici nella valle del Fiora, nei pressi di Poggio Buco in località le Sparne e a Insuglietti, nonché nel fosso della Nova, a Pian di Conati, fosso del Lupo a Pitigliano  e Poggio dell’Ovo a Sorano. E’ sorprendente quante altre opere enigmatiche siano presenti tra il Fiora e le scoscese forre dei suoi affluenti: massi puntatori, coppelle, vasche votive, menhir ed elaborati vani ipogei, spesso collocati nei pressi di necropoli rinaldoniane. Giovanni Feo ci ha lasciati il 16 giugno 2019, ma i membri dell’associazione Tages stanno portando avanti il lavoro di ricerca sul campo unite alle pubblicazioni come il testo pubblicato di recente da Effigi: “La più Antica Civiltà d’Italia”, scritto da Giovanni Feo e dal presidente dell’associazione Alberto Conti. Inoltre i membri di Tages stanno portando avanti il lavoro di catalogazione della biblioteca e di tutto il materiale cartaceo di Giovanni Feo: scritti, appunti, cartografie, ricerche, con la ferma intenzione di rendere accessibile il materiale a coloro che intendano farne uso, nella speranza di facilitare il lavoro di ricerca futuro.</em></p>
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