I libri Effigi su Manciano, Pitigliano, Sorano.

Il fallimento della Green Economy e la difesa del Territorio

Va bene partecipare  alla transizione energetica, ma che sia a misura di territorio, e assolutamente non speculativa..

Passano i mesi, ma la situazione sui mega impianti rinnovabili tra Tuscia e Maremma non sembra ancora trovare pace. Un paio di mesi fa un nuovo progetto è stato presentato sul comune di Sorano. 8 pale da 200 metri e una enorme stazione di accumulo in un’area vasta, tanto da coinvolgere numerose frazioni del comune. Se viene poi sommato agli altri quattro progetti presentati sulle città del tufo, e a tutti quelli previsti sul confine con il Lazio, ci si accorge che la situazione è potenzialmente disastrosa. Centinaia di mega pale in una sola Skyline, effetto selva garantito, e a quel punto l’epigrafe ‘Ti Amo Maremma fin dove al mar ti sposi e ti vesti di tramonti’ perderebbe completamente di senso.  Poco importa se a stretto ridosso delle pale si trovano borghi, siti archeologici, agriturismi, case sparse (molte di esse sotto vincolo), aziende agricole, terme e quant’altro. Anche in questa occasione la cittadinanza attiva  non è stata a guardare, il Comitato Ambiente e Salute Tuscia ha prodotto le osservazioni, e  MaremmAttiva ha organizzato delle sedute per permettere ai cittadini di ufficializzare la propria contrarietà a questo attacco al territorio. Risultato: anche stavolta sono state raccolte  diverse centinaia di osservazioni inviate al Ministero.  Pochi giorni fa la regione Umbria ha bocciato l’orribile progetto eolico  Phobos, per la gioia di tutti i cittadini. Subito dopo però ne è stato presentato uno nuovo di 8 pale da 200 metri nella zona dell’Alfina. Proponente il gruppo Visconti, già conosciuto in Maremma per aver presentato diversi progetti. Il gruppo è finito tempo fa nel mirino del programma Mediaset Le Iene, in quanto rappresentato da due coniugi Foggiani con capitale sociale di 10.000 euro. Quando vengono visionati i progetti FER industriali capita spesso di  imbattersi in società create ad hoc (magari registrate il giorno prima di presentare il progetto) senza alcuna esperienza sul campo. Sembrerebbe che  il loro obiettivo sia quello di  riuscire a farsi approvare il progetto per poi rivenderlo alla multinazionale di turno. Una pratica imbarazzante che riflette tutta l’incompetenza e la noncuranza  a livello legislativo: è infatti un paradosso che per prendere appalti in una città d’arte sia necessario che la ditta offra delle garanzie, dichiarando almeno 500.000 euro di capitale sociale. Invece per gli impianti rinnovabili una società, con un capitale ridicolo, potenzialmente può accaparrarsi progetti milionari, finanziati per altro dal PNNR (quindi dalla comunità). Logicamente non ci sono garanzie certe su come gli impianti verranno gestiti, in particolare riguardo il ripristino una volta che le pale o i pannelli hanno concluso il loro ciclo produttivo (se la ditta dovesse sparire con molta probabilità  l’onere di smaltire gli impianti finirebbe per gravare sulla comunità). E qui si apre lo scenario della pubblica utilità: queste ditte private  presentano progetti, senza informare la popolazione e senza consultarsi con gli enti locali, in nome della conversione green ottengono fondi pubblici, espropriano terreni privati, costruiscono enormi impianti dai quali trarranno profitti privati. Un modus operandi all’italiana, usato molto spesso, come ad esempio per lo stato di emergenza rifiuti in Campania, che negli anni ha facilitato la creazione di ditte ad hoc, causando pessimi risultati e  frequenti infiltrazioni mafiose. A questo punto, una volta creata l’emergenza, diventa più facile scavalcare vincoli paesaggistici, archeologici, calpestando di fatto l’articolo 9 della Costituzione Italiana, che non ci stanchiamo mai di riportare: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione; Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni..

Ed è proprio questo il punto, cercare di difendere il territorio da una speculazione annunciata e senza precedenti, evitando di cedere alle vuote propagande di una green economy che di verde ha soltanto il colore del logo.

Una grande associazione ambientalista in questi ultimi anni ha evidentemente tradito i propri principi, sposando la causa a favore dei mega impianti, dichiarando che le mega pale saranno le nuove cattedrali, financo a sponsorizzare il turismo eolico. Costoro accusano comitati e associazioni ambientaliste di essere Nimby, appellativo affibbiato a loro stessi ai tempi del nucleare. Si fa presto a dire che l’agrivoltaico favorisce un’agricoltura moderna e sostenibile, o che le pale eoliche occupano spazi ridotti  e che abbisognano di poco acciaio e cemento. In realtà tutto l’opposto: secondo i rapporti ISPRA il consumo di suolo in Italia è in crescita, e gran parte di questo consumo è determinato proprio dai grandi impianti FER. L’industria delle rinnovabili sottrae tantissimo suolo, gran parte terreno agricolo, nonostante i rapporti del SNPA e ENEA abbiano messo in guardia con vari studi il consumo spropositato di suolo degli ultimi anni, e lo stesso PNRR abbia previsto la riduzione del consumo di suolo a Zero entro il 2050, prediligendo in maniera importante l’eolico Off-shore. Tutto diviene ancora più grottesco quando si comprende che questo sforzo enorme di conversione green non salverà il pianeta e non sarà determinante nel ridurre i livelli di Co2. Abbiamo già ampiamente parlato di quanto possano essere deleteri i mega impianti. Nei progetti presentati non vi è quasi mai lo studio anemometrico reale di almeno un anno, come previsto dalla legge, bensì si va avanti su proiezioni spesso gonfiate, proponendo cifre irrealistiche,  ma la verità è che il vento presente nel centro Italia non basterebbe a smuovere con regolarità pale di simili dimensioni. Non siamo né in Arizona o alle Canarie, tantomeno  non siamo sugli altopiani desertici della Spagna. Poca attenzione viene data anche allo studio su rapaci, pipistrelli e  migratori: secondo uno studio americano il numero di uccelli morti nel 2022 a causa delle pale eoliche sarebbe stimato intorno a un milione. Senza tralasciare inquinamento acustico, deturpamento paesaggistico, Shadow  flickering (ombreggiamento intermittente), inquinamento luminoso, deprezzamento degli immobili e abbassamento della qualità della vita.  Delle menti lungimiranti avrebbero da subito compreso che l’Italia non è adatta ad ospitare grandi impianti a terra sul proprio territorio, ma sarebbe stato troppo facile. Del resto l’avanzare delle richieste si sta allargando un po’ in tutto lo stivale, in particolare la Toscana ha visto aggredire numerose zone dalle Crete Senesi alle pendici del Monte Amiata, dall’appennino Tosco Emiliano a quello Umbro Marchigiano, dalla Maremma alla Val di Cornia. In pratica si rischia che non si salvi più nessuno. Nel frattempo la Tuscia, territorio del Centro Italia tra i primi ad essere invaso dalla corsa all’oro delle FER, nonostante già produca l’85% delle rinnovabili nel Lazio sta assistendo all’inserimento delle prime mega pale da 200 metri. Esse stanno per essere realizzate nel territorio di Arlena di Castro, a quel punto tutti si accorgeranno dell’abominio, ma per quell’area sarà troppo tardi.

Va detto che con tutti i bocconi amari che interi territori hanno dovuto inghiottire, un  leggero calo delle emissioni di Co2 in Europa sembra ci sia stato. Purtroppo però le emissioni si misurano a livello mondiale, perché l’aria non si ferma mica sui confini europei. Mentre l’Europa ha praticamente annientato la propria industria nei suoi propositi  di tagliare le emissioni, il resto del mondo ha continuato ad inquinare a gonfie vele. Senza contare che i tagli alle emissioni europee sono dovuti in gran parte alla delocalizzazione delle industrie, dunque una presa in giro su tutti i fronti.  Del resto la beffa totale proviene dal fatto che la transizione energetica è stata finanziata nientemeno che dagli stessi cittadini, tassati in bolletta alla voce ‘green’.

Dunque una titanica caccia alle streghe nel voler annientare a tutti i costi le emissioni climalteranti, per poi ritrovarci a misurare tutte le lacrime e sangue su un misero 6 % di tagli reali delle emissioni. Insomma questa folle agenda europea avrebbe avuto un senso se fosse stata abbracciata dal resto del mondo, invece quest’ultimo procede a produrre e inquinare esattamente come prima, mentre l’Europa si sta preparando per un enorme e comunitario suicidio assistito. E tuttavia guai a criticare questo assurdo fallimento annunciato: si viene subito tacciati, da europeisti e fautori delle grandi associazioni ambientaliste, come eretici negazionisti, come Nimby Filo Putiniani not in my garden.  L’Europa ha perso su tutti i fronti, ha tradito qualunque proposito, però continua a gridare alle emissioni zero, ai mega impianti e alle auto elettriche (mercato che, per inciso, è stato praticamente assorbito dai cinesi, alla faccia dei paventati primati europeisti in materia). In un contesto di ottusa corsa al riarmo, settore molto dispendioso e altamente inquinante, dal parlamento europeo continuano a voler caricare la green economy sulle spalle della popolazione.

Torniamo quindi a ribadire con forza che il concetto fondamentale  non è di essere favorevoli o meno  alle energie rinnovabili, ma che gli impianti  debbano essere inseriti nei territori in maniera equilibrata e razionale, nel rispetto di ogni singolo cittadino, prediligendo i piccoli impianti sui tetti di abitazioni e capannoni, nei parcheggi, sugli edifici pubblici, nelle aree degradate e nelle zone già cementificate. La conversione green per  risultare credibile deve necessariamente essere rispettosa dell’ambiente, del paesaggio,  della vocazione di un territorio. La transizione energetica non può sovrapporsi alla storia, alla cultura, alla  bellezza che nei millenni hanno forgiato la nostra Terra.

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