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	<title>Il Nuovo Corriere del Tufo &#187; Cultura</title>
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	<description>Manciano · Pitigliano · Sorano</description>
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		<title>Il Polo culturale “Pietro Aldi” festeggia un decennio di arte, territorio e partecipazione</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 07:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il Polo culturale “Pietro Aldi” di Saturnia ha festeggiato il suo primo decennio di attività, confermandosi organismo vivace e punto di riferimento imprescindibile per la proposta culturale della Maremma e della Toscana. Inaugurato l’8 agosto 2016, il Polo, di proprietà di Banca Tema e affidato in gestione alla mutua Tema Vita, taglia il traguardo dei dieci anni con un bilancio straordinario di oltre 30.000 ingressi, buona parte dei quali composti da studenti che hanno partecipato a progetti educativi innovativi. La giornata celebrativa è stata impreziosita dalla visita del presidente Giuliano Amato che ha sottolineato il valore sociale e storico dell’istituzione. Durante il suo intervento, Amato ha riflettuto sull&#8217;importanza di Pietro Aldi non solo come artista, ma come figura chiave per l’identità nazionale: “La popolarizzazione del Risorgimento deve moltissimo all&#8217;opera di questo grande pittore, che ha reso l&#8217;Unità d&#8217;Italia un&#8217;esperienza vicina alle persone e non solo un fenomeno elitario”. Il presidente ha poi lodato l’impatto del Polo sui giovani: “Fare in modo che ciò che il museo custodisce entri nella formazione della vita dei ragazzi è la cosa più importante di tutte”.</p>
<div id="attachment_4180" style="width: 834px" class="wp-caption aligncenter"><img class=" wp-image-4180" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2026/08/giuliano-amato-francesco-carri.jpg" alt="Giuliano Amato e Francesco Carri" width="824" height="618" /><p class="wp-caption-text">Giuliano Amato e Francesco Carri</p></div>
<p>“Il successo del Polo affonda le radici nella lungimiranza di Enrico Petrucci, figura chiave che, prima come direttore e poi come presidente della ex Banca di Credito Cooperativo di Saturnia, ha promosso l&#8217;acquisto sistematico e la valorizzazione nel tempo delle opere di Aldi” ha detto Massimo Barbini, presidente di Tema Vita, ripercorrendo le tappe che hanno portato alla nascita di questo “museo di attività”: “Non volevamo un museo di attesa &#8211; ha aggiunto Barbini &#8211; ma uno spazio aperto dove le attività culturali si incontrassero e dove diverse generazioni si potessero confrontare. Dopo dieci anni, siamo orgogliosi di aver reso il Polo un centro di iniziativa permanente”.<br />
“Centrale anche il ruolo avuto &#8211; ha sottolineato Barbini &#8211; fin dall’inizio dal docente e artista fiorentino Andrea Granchi, purtroppo scomparso alla fine del 2024, nella valutazione, restauro e conservazione di queste opere. Al suo operato si è unito quello del Comitato Tecnico Scientifico, costituito da Francesca Petrucci, Bruno Santi, Marco Firmati e Sara Bruni, gruppo, che con la propria esperienza, è risultato determinante per la crescita del Polo”.</p>
<p>L’impegno istituzionale è stato ribadito da Francesco Carri, presidente di Banca Tema, che ha evidenziato come l’investimento nella cultura sia parte integrante della missione del credito cooperativo: “Siamo perfettamente coerenti con il nostro Statuto, che prevede di favorire la crescita culturale delle comunità. Reinvestiamo gli utili nel territorio per sostenere questo piccolo gioiellino, riconosciuto peraltro come museo di rilevanza regionale”.</p>
<p>Nella giornata di festa è stata anche inaugurata la mostra “Conversazioni”, che vede le opere dell’artista contemporaneo Gianfranco Gobbini dialogare, nello stesso spazio espositivo, con quelle di Pietro Aldi. Il progetto di Gobbini, intitolato “Ecomorfosi”, indaga i temi urgenti della crisi climatica, dalla desertificazione allo scioglimento dei ghiacci, attraverso opere materiche realizzate con tecniche originali, incluso l’uso dello zafferano.</p>
<p><img class="  wp-image-4181 alignnone" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2026/08/polo-aldi-decennale_1.jpg" alt="polo aldi decennale_1" width="989" height="742" /></p>
<p>La direttrice del Polo, Sara Bruni, ha spiegato il senso di questa operazione che unisce ‘800 e contemporaneità: “Il museo è un organismo vivente che non si limita a conservare il bello, ma è al servizio della società. Con Gobbini, il nostro Pietro Aldi continua a parlare e a stimolare riflessioni nuove, specialmente tra gli studenti con cui costruiamo dialoghi costanti e mai visite passive”.</p>
<p>Durante la cerimonia, inoltre, è stato impresso l’annullo filatelico speciale per il decennale. Il processo di realizzazione dell’annullo e delle cartoline celebrative ha visto coinvolte le classi del liceo artistico appartenente al Polo “Bianciardi” di Grosseto; autrice del bozzetto prescelto, la giovane studentessa Elisa Barca.</p>
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		<title>Stefano Formiconi, l&#8217;uomo che racconta il vino</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mastracca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[News dal tufo]]></category>
		<category><![CDATA[Bianco di Pitigliano DOC]]></category>
		<category><![CDATA[Pitigliano]]></category>
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		<description><![CDATA[Un professionista, una persona competente, un uomo che ama visceralmente Pitigliano al punto di definirsi “figlio del tufo” nella trasmissione Parole in Fuorigioco di TV9. Stefano Formiconi è questo e molto altro. Possiamo definirlo anche come la memoria storica dei passaggi fondamentali che portarono il vino di Pitigliano, il celebre Bianco di Pitigliano, a ottenere [&#8230;]]]></description>
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<div class="column">Un professionista, una persona competente, un uomo che ama visceralmente Pitigliano al punto di definirsi “figlio del tufo” nella trasmissione <em>Parole in Fuorigioco</em> di TV9.<br />
Stefano Formiconi è questo e molto altro. Possiamo definirlo anche come la memoria storica dei passaggi fondamentali che portarono il vino di Pitigliano, il celebre Bianco di Pitigliano, a ottenere la DOC, una delle prime denominazioni di origine controllata in Italia. L’anno era il 1966, la data il 28 marzo, e poche settimane fa sono ricorsi i 60 anni esatti da quella fatidica giornata in cui il Bianco di Pitigliano non ottenne soltanto un riconoscimento di qualità, ma vide riconosciuto ufficialmente il proprio ruolo di prodotto all’avanguardia, capace di guardare al futuro con gli occhi di chi sa scrutare il tempo e con la perspicacia di chi sa anticipare ciò che avverrà. In quel periodo il dottor Stefano Formiconi era presidente della Cantina Cooperativa di Pitigliano e, se gli si chiede di raccontare i passaggi e le dinamiche di quel contesto, lo fa con una lucidità straordinaria e una memoria eccezionale. Lo ha fatto anche poco più di un anno fa, quando in piazza della Fortezza Orsini venne organizzato un evento per ufficializzare la nascita del rinnovato Consorzio di Tutela del Bianco di Pitigliano e del Rosso di Sovana, di cui Stefano Formiconi è stato nominato presidente proprio con l’intento di rilanciare in grande stile questi vini così apprezzati.<br />
Il presidente Formiconi parlò in maniera molto chiara, come è nel suo stile, collegando la storia di Pitigliano a quella degli Etruschi, che già in quell’epoca producevano vino. La terra tufacea rende infatti le vigne di questo territorio particolarmente vocate alla produzione di vini di qualità. Non è un caso che il Bianco di Pitigliano sia arrivato sulle tavole più prestigiose del mondo. All’inizio degli anni Ottanta, durante un evento alla Casa Bianca con l’allora presidente statunitense Ronald Reagan, il Bianco di Pitigliano venne scelto come uno dei vini da far degustare ai potenti del pianeta. Lo stesso vino era presente anche sulla tavola del Quirinale il 12 luglio 1982, quando il Presidente della Repubblica Sandro Pertini volle festeggiare la Nazionale Italiana campione del mondo che, la sera precedente, aveva sconfitto la Germania per 3 a 1 allo stadio Bernabéu di Madrid, conquistando la Coppa del Mondo e facendo esplodere di gioia un’intera nazione.<br />
Bearzot, Zoff, Scirea, Tardelli, Antognoni, Paolo Rossi e tutti gli altri indimenticabili azzurri brindarono insieme al Presidente Pertini con l’eccellente Bianco di Pitigliano. Un paio di anni fa Ciccio Graziani è stato invitato nella città del tufo per ricevere il premio intitolato a Dino Seccarecci. In quell’occasione gli fu donata una confezione di Bianco di Pitigliano e Graziani, protagonista di quel Mondiale e costretto ad abbandonare la finale dopo appena sette minuti per una lussazione alla spalla, ricordò proprio quel brindisi al Quirinale che seguì la vittoria del campionato del mondo.<br />
L’obiettivo di Stefano Formiconi è oggi quello di ridare slancio a un vino che vanta una storia antica e una qualità straordinaria, un vino che possiede tutte le potenzialità per esprimere un’eccellenza superiore. Con la propria competenza ed esperienza, Formiconi sa perfettamente che per riuscire in questo intento è necessaria la sinergia dell’intero territorio: occorre che tutti procedano convintamente nella stessa direzione. La strategia è già stata individuata: rilanciare in grande stile i vitigni autoctoni, quelli che fanno davvero la differenza e che sono in grado di fornire la materia prima per realizzare un vino capace di andare oltre gli standard dell’omologazione. Un vino che sappia distinguersi, proprio come da secoli riesce a fare la terra del tufo.<br />
Queste sono le linee guida del presidente Stefano Formiconi. La sfida è intrigante, difficile e complessa per molte ragioni, tra cui una concorrenza che negli anni si è ampliata e ha innalzato notevolmente il livello qualitativo. Ma forse è proprio questo aspetto a stimolare maggiormente Formiconi. E per raggiungere l’obiettivo, chi meglio di lui può coniugare esperienza, competenza, professionalità e amore per questo territorio? Non a caso, nella trasmissione <em>Parole in Fuorigioco</em> di TV9, Stefano Formiconi si è definito “figlio della terra del tufo”. E i figli di una terra riescono spesso a produrre i suoi frutti migliori.<br />
Buon lavoro, presidente Stefano Formiconi.</div>
<p class="isSelectedEnd"><img class="  wp-image-4165 aligncenter" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2026/06/480860297_593231443689295_4613422149735783532_n.jpeg" alt="Stefano Formiconi" width="771" height="964" /></p>
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		<title>La scomparsa dei servizi e i rischi per il nostro territorio</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 11:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Zecchini]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[News dal tufo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 31 dicembre scorso, a Pitigliano, non è calato il sipario solo sul 2025, ma con la chiusura dell’ultima edicola del paese, si è spenta una luce che per decenni ha illuminato il rito quotidiano dell’informazione. Un evento che non riguarda solo la fine di questo tipo di attività, in crisi ormai irreversibile da tempo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 31 dicembre scorso, a Pitigliano, non è calato il sipario solo sul 2025, ma con la chiusura dell’ultima edicola del paese, si è spenta una luce che per decenni ha illuminato il rito quotidiano dell’informazione. Un evento che non riguarda solo la fine di questo tipo di attività, in crisi ormai irreversibile da tempo appurata e chiara a tutti i livelli, ma che scava un (altro) solco profondo nell&#8217;identità dei nostri centri. Le edicole, da sempre, non sono solo punti vendita, ma luoghi dove ci si scambia opinioni sul fatto del giorno prima di andare a lavoro, il ponte tra la cronaca locale e il grande mondo. Quando chiude un’edicola, non spariscono solo i giornali; sparisce un luogo di scambio e di arricchimento personale.<br />
Ora, per avere un quotidiano tra le mani, bisogna fare chilometri (sono pochissimi che vendono ancora quotidiani sul territorio) o rassegnarsi allo schermo di uno smartphone. Ma lo scambio e la condivisione di cui sopra viene sempre un po’ meno.<br />
La scomparsa delle edicole è solo l&#8217;ultimo tassello di un mosaico che inizia a farsi preoccupante: la desertificazione di servizi. Banche che chiudono o riducono i servizi, uffici postali che riducono gli orari, piccole attività che cedono il passo a negozi per turisti. Il rischio (se di rischio ancora si può parlare) per il nostro territorio, è quello di scivolare nemmeno troppo lentamente verso una trasformazione irreversibile: diventare borghi-vetrina, bellissimi &#8220;zoo&#8221; ad uso e consumo del turista stagionale, ma inospitali per chi decide di restarci 365 giorni l&#8217;anno.<br />
Se un borgo non offre più il giornale, il pane o un servizio bancario, cessa di essere comunità per diventare un’attrazione. Una cartolina perfetta, ma muta. Siamo sicuri che il futuro dei nostri paesi debba essere legato esclusivamente al flusso dei visitatori e ai loro portafogli? Il turismo è una risorsa vitale, ma non può essere l&#8217;unico orizzonte e l&#8217;unico argomento di discussione.<br />
Il ragionamento è sicuramente più complesso di quanto si possa raccontare in poche righe, esistono dinamiche demografiche ed economiche non facili da spiegare, figuriamoci da risolvere. Qui dí soluzioni non ne vogliamo dare ma vogliamo solo spingere ad alcune riflessioni, quello che dovrebbe essere il nostro ruolo.<br />
L&#8217;edicola a Pitigliano che abbassa la saracinesca è un monito per tutti noi. Perché un paese senza servizi è un paese che si svuota e un paese vuoto, per quanto bello possa essere, resta solo un guscio silenzioso.</p>
<p><img class="alignnone wp-image-4137 size-full" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2026/03/73CB91AD-D74E-43AE-B2E5-D9E16635234D.png" alt="73CB91AD-D74E-43AE-B2E5-D9E16635234D" width="1536" height="1024" /></p>
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		<title>Non è mai troppo tardi</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 15:15:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Zecchini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[News dal tufo]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Manzi]]></category>
		<category><![CDATA[Pitigliano]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un filo sottile che lega da tanti anni la storia d’Italia al tufo di Pitigliano. È il filo della conoscenza che Alberto Manzi, il &#8220;maestro degli italiani&#8221;, ha portato avanti per tutta la sua vita. Oggi tutto ciò può trasformarsi in un progetto concreto che guarda al futuro: la proposta di legge per l’istituzione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- wp:paragraph --></p>
<p>C’è un filo sottile che lega da tanti anni la storia d’Italia al tufo di Pitigliano. È il filo della conoscenza che Alberto Manzi, il &#8220;maestro degli italiani&#8221;, ha portato avanti per tutta la sua vita.<br />
Oggi tutto ciò può trasformarsi in un progetto concreto che guarda al futuro: la proposta di legge per l’istituzione del Centro Studi «Maestro Alberto Manzi» proprio a Pitigliano.<br />
L’iniziativa, annunciata a Montecitorio dai deputati Marco Simiani e Irene Manzi, punta a creare un vero e proprio motore di ricerca e formazione. L&#8217;obiettivo è ambizioso: trasformare l’eredità del maestro in uno strumento operativo per affrontare le sfide del nostro tempo, dalla povertà educativa all’analfabetismo funzionale, fino all’integrazione linguistica dei nuovi cittadini.<br />
Perché Pitigliano? Come detto, il legame tra Manzi e la Città del Tufo non è stato solo cartaceo. Alberto Manzi scelse Pitigliano come sua casa, ne fu Sindaco a metà degli anni 90 e vi trascorse parte della vita, lasciando anche qui un&#8217;impronta profonda basata sull&#8217;idea che l&#8217;istruzione sia il primo pilastro dell&#8217;uguaglianza sociale.<br />
È qui che la sua lezione — quella di una televisione e di una scuola che non lasciano indietro nessuno — deve continuare a vivere.<br />
Il progetto non nasce isolato, ma prevede una rete di collaborazioni di altissimo profilo che valorizzeranno l’intero territorio grossetano e oltre. Sono già coinvolti l&#8217;Università di Siena, l&#8217;Università per Stranieri di Siena e il Polo Universitario di Grosseto. A questi si aggiunge una collaborazione stretta con la Rai, custode di quella straordinaria esperienza che fu «Non è mai troppo tardi».<br />
La corsa contro il tempo è iniziata: l’obiettivo dei promotori è vedere la legge approvata entro il 2027, anno in cui ricorrerà il trentennale della scomparsa del Maestro. Investire in questo Centro Studi significa credere che la cultura non sia un lusso per pochi, ma linfa vitale della nostra democrazia.<br />
Pitigliano puó dimostrare che, per imparare e crescere come comunità, davvero non è mai troppo tardi.</p>
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<div id="attachment_1736" style="width: 641px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-1736" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2017/12/maxresdefault.jpg" alt="" width="631" height="355" /><p class="wp-caption-text">Alberto Manzi (Foto IBE Digital Collection Ehxibition)</p></div>
</figure>
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		<title>A Sorano l’officina diventa arte: le opere di Margherita Levittoux in mostra all’Ildebrando Bar Enoteca</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 07:43:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Sorano]]></category>

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		<description><![CDATA[Venerdì 10 ottobre, alle ore 18, all’Ildebrando Bar Enoteca di Sorano sarà inaugurata una piccola ma originale mostra dell’artista Margherita Levittoux, che presenta dieci lavori tra dipinti ad olio, disegni e xilografie ispirati a un luogo tanto quotidiano quanto inaspettato: un’officina meccanica. L’ispirazione nasce infatti dalla storica officina di San Quirico di Sorano del signor [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 10 ottobre, alle ore 18, all’Ildebrando Bar Enoteca di Sorano sarà inaugurata una piccola ma originale mostra dell’artista Margherita Levittoux, che presenta dieci lavori tra dipinti ad olio, disegni e xilografie ispirati a un luogo tanto quotidiano quanto inaspettato: un’officina meccanica. L’ispirazione nasce infatti dalla storica officina di San Quirico di Sorano del signor Osvaldo Berna.<br />
È frequentandola da semplice cliente che la Levittoux ha trovato lo spunto per questa serie di opere che ritraggono scene di vita reale: strumenti, ingranaggi, pareti colme di oggetti e bandiere, un disordine solo apparente che – sotto lo sguardo dell’artista – si trasforma in una composizione armoniosa e quasi fumettistica.</p>
<p>“È proprio la moltitudine organica e caotica dell’officina ad avermi affascinata – spiega l’artista –: ogni vite, ogni chiave inglese, ogni segno d’uso racconta una storia di lavoro e di umanità. È un mondo di dettagli, pieno di ritmo e poesia”.</p>
<p>La Levittoux, nata a Varsavia e figlia d’arte – la madre è stata una pittrice di rilievo nel panorama europeo – ha studiato pittura tra Londra e la Francia, maturando un linguaggio personale che unisce realismo, ironia e un gusto narrativo quasi cinematografico. Da circa vent’anni  vive in Italia, in provincia di Viterbo tra Acquapendente e Grotte di Castro, dove continua a dipingere. Ha scelto Sorano e l’Ildebrando Bar Enoteca per questa esposizione proprio per il clima di accoglienza e creatività che il locale sta sapendo costruire grazie alla sua giovane proprietaria, Julia França, brasiliana d’origine ma ormai parte attiva della vita culturale locale. “Julia – racconta l’artista – mi ha subito trasmesso entusiasmo e voglia di condividere arte in modo semplice e diretto, tra un bicchiere di vino e una conversazione”.</p>
<p>La mostra resterà visitabile per tutto il mese di ottobre durante gli orari di apertura del locale. Per ulteriori info sull’artista www.levittoux.com.</p>

<a href='https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/10/image0.jpeg' data-rel="lightbox-gallery-1"><img width="400" height="357" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/10/image0-400x357.jpeg" class="attachment-medium" alt="Margherita Levittoux" /></a>
<a href='https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/10/image1.jpeg' data-rel="lightbox-gallery-1"><img width="400" height="279" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2025/10/image1-400x279.jpeg" class="attachment-medium" alt="image1" /></a>

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		<title>Il castello di Montebuono</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Oct 2024 10:09:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Montebuono]]></category>
		<category><![CDATA[Sorano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il paesaggio del territorio del castello di Montebuono si profila all’orizzonte in colline ondulate, verdi di macchia mediterranea. La costituzione geologica del terreno e della sua conseguente vegetazione di lecci, querce e noccioli, come scrive nel testo Sovana Maria Agnese Neri e Mariano Romano già Provveditore agli Studi di Grosseto, è in parte si può [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-medium wp-image-3946" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/10/castello-di-montebuono-400x300.jpg" alt="castello di montebuono" width="400" height="300" />Il paesaggio del territorio del castello di Montebuono si profila all’orizzonte in colline ondulate, verdi di macchia mediterranea. La costituzione geologica del terreno e della sua conseguente vegetazione di lecci, querce e noccioli, come scrive nel testo Sovana Maria Agnese Neri e Mariano Romano già Provveditore agli Studi di Grosseto, è in parte si può dire differente per alcuni aspetti dalla Maremma costiera: si tratta, infatti, di un territorio con forme e caratteristiche proprie sin dal periodo arcaico. Si tratta di una terra ancora si può dire piena di fascino, in quelle macchie, in quella natura dove, da sempre, si potrebbe dire, regna una natura incontaminata, in quelle straordinarie città del tufo: laddove tutti riconoscono un passato che colpisce e suggestiona. Una storia che merita di essere approfondita. E noi in questa scheda potremmo davvero cominciare a parlarne ed a studiare. Cominciamo, dunque, con il dire che la prima citazione di un villaggio a Montebuono risalirebbe a un documento imperiale del 1040 e fino al Trecento non abbiamo notizie di un castello. Le rovine del castello montebuonese si stagliano ancora visibili sul colle. La sua è una posizione strategica a confine della media valle del Fiora. Di questo antico importante castello resta buona parte delle mura: all’interno si vedono dei resti di importanti costruzioni difensive. Abbiamo detto, dal punto di vista storico, che l’imperatore nel 1040 avrebbe confermato la presenza di Montebuono. Questo era uno dei tanti villaggi dell’epoca storica che sono stati per ragioni militari successivamente fortificati con la costruzione di un castello. Chi furono le persone che fecero questa operazione di costruzione? È probabile gli Aldobrandeschi per la ovvia vicinanza di Sovana. Più tardi il bellissimo territorio maremmano degli Aldobrandeschi era stato oggetto delle mire politiche di egemonia sul territorio dei comuni di Siena ed Orvieto. In seguito, dopo molte vicissitudini, la Contea di Sovana passò agli Orsini. In quel periodo la Contea di Sovana ed il territorio del castello di Montebuono era minacciato da Orvieto, Siena e dagli Aldobrandeschi. Nel XII secolo circa il Comune di Orvieto fece giurare le città ed i castelli della zona di Sovana riconquistati dal suo esercito. In seguito dopo la vittoria della Repubblica Senese con Orvieto il castello di Montebuono venne distrutto per volontà della Repubblica e ne rimasero le vestigia importanti e suggestive di questa lunga storia ancora in questi tempi. Si può dire dunque che Montebuono sopravvisse come insediamento sparso, il centro di attrazione rimase la bellissima Chiesa di Sant’Andrea, che era presente all’interno del castello e che continuò a svolgere la propria funzione. Tra le rovine del castello, a settentrione, è posto un edificio a più piani, con funzione residenziale. Si tratta di una opera di valore archeologico ovvero lo studio scientifico delle civiltà antiche attraverso le tracce delle rispettive culture (spec. di monumenti e prodotti artistici). Accanto è presente un ingresso e una cisterna per l’approvvigionamento idrico del castello. L’interno del castello offre una splendida vista sulle terre circostanti, a testimonianza, come abbiamo potuto osservare sopra, della sua importanza storica e strategica per tutta la regione. Si possono notare i resti di una cinta muraria interna e della Torre meridionale. Era un tempo anche presente una cinta muraria esterna che proteggeva il borgo e la Chiesa di Sant’Andrea. L’interno del castello è stato realizzato in pietra locale di Maremma. Infine, possiamo dire che tracce di diverse fasi di lavori di costruzione sono presenti a testimoniare i frequenti conflitti a cui il castello fu testimone.</p>
<p>Corrado Caruso</p>
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		<title>Beit Lahia, Striscia di Gaza, 13 agosto 2014</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Aug 2024 12:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti geniali]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro meo]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Camilli]]></category>
		<category><![CDATA[Striscia di Gaza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono le 6.25. Fuori dall’appartamento c&#8217;è un silenzio irreale. E`il primo giorno dopo settimane di sirene, esplosioni, urla, allarmi. L’inferno dell’occupazione e del bombardamento di Gaza. L’operazione “Margine protettivo” iniziata a luglio rende l’assedio una sanguinosa resistenza alla quotidianità della morte, della fame e dell’assenza di ogni bene di prima necessità. Questa terra martoriata la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le 6.25.</p>
<p>Fuori dall’appartamento c&#8217;è un silenzio irreale.</p>
<p>E`il primo giorno dopo settimane di sirene, esplosioni, urla, allarmi.</p>
<p>L’inferno dell’occupazione e del bombardamento di Gaza.</p>
<p>L’operazione “Margine protettivo” iniziata a luglio rende l’assedio una sanguinosa resistenza alla quotidianità della morte, della fame e dell’assenza di ogni bene di prima necessità.</p>
<p>Questa terra martoriata la conosco abbastanza.</p>
<p>Non è la prima volta che da reporter indipendente mi trovo a testimoniare l’irreale e parlo di ciò che non ha a che vedere con la guerra solamente.</p>
<p>Le guerre iniziano e poi finiscono. Le combattono gli eserciti.</p>
<p>Alle guerre seguono dopoguerre, e magari ricostruzioni che sono un gran business per pochi, ma almeno sono la parvenza di una nuova vita..</p>
<p>Della Striscia invece si può solo raccontare la quotidianità infinita dell’occupazione che dura da generazioni.</p>
<p>La ricostruzione impossibile di un territorio che è stato convertito da Israele, con la complicità del mondo intero,  nella più grande galera a cielo aperto del mondo.</p>
<p>E in galera in questo caso ci finisce chi ha la sfortuna o l’orgoglio di nascere in questo fazzoletto di terra ed essere denominato quindi Gazawi.</p>
<p>Sono normali riflessioni per chi come me è solo di passaggio.</p>
<p>Per chi è convinto come me che provare a informare sia un primo passo per dare voce agli ultimi della terra, ai dannati, agli innocenti.</p>
<p>A breve tornerò a casa, nel mondo normale, nel mondo complice che pensa a tutt’altro.</p>
<p>Forse il mio lavoro potrà  aggiungersi a quei granelli di sabbia che provano ad inceppare questo meccanismo di morte.</p>
<p>Forse no.</p>
<p>Forse è un rimorso di coscienza, forse solamente un lavoro come un altro però svolto con onestà.</p>
<p>Hatem ieri sera mi  ha ricordato la sveglia presto.</p>
<p>Ci sarà almeno un giorno di tregua e può essere un giorno adatto per andare a fare delle riprese in uno dei tanti depositi di bombe accumulate nella zona di Beit Lahia non lontano dalla stazione di polizia.</p>
<p>Siamo convinti entrambi che possa essere un documento importante per raccontare la quotidianità che rende le operazioni militari infinite nel tempo,  lasciando sul campo centinaia di bombe inesplose.</p>
<p>Le vittime di questi ordigni sono numerosissime, primi fra tutti gli artificieri che hanno la responsabilità di neutralizzarli per il bene della popolazione intera.</p>
<p>Mi lavo i denti, sciacquo la faccia velocemente, un caffè volante e, telecamera alla mano, corro giù in strada dove aspettano il mio collega assieme ad  Ali e Habou,  due interpreti palestinesi che ci seguono durante le uscite.</p>
<p>Abbiamo da fare un paio d’ore di strada per arrivare nel luogo prefissato assieme alla polizia locale ed è importante arrivare in tempo e terminare rapidamente il lavoro.</p>
<p>La tregua è un momento estremamente delicato e sulla sua durata non si può fare affidamento.</p>
<p>In macchina c’è silenzio, lo stesso che si respira al di fuori del veicolo.</p>
<p>Qualcuno in strada, poca gente a dire la verità, nel tentativo di ricominciare a vivere una routine tanto vitale quanto impensabile.</p>
<p>La gran parte degli edifici che incontriamo sul nostro cammino risentono dei pesanti bombardamenti dell’IDF dei giorni precedenti.</p>
<p>Sarebbe una follia solo pensare di ricostruire visto il perenne stato di assedio del territorio e l’impietosa cadenza delle operazioni militari nonché criminali dello stato d’Israele.</p>
<p>Stiamo entrando a Beit Lahia.</p>
<p>Lahia è una parola di origine siriana che significa deserto.</p>
<p>Tutt’attorno alla città infatti ci sono distese di dune sabbiose ma la particolarità di questo luogo è la presenza di acqua e di piantagioni di agrumi ovunque che rendono questo luogo una specie di oasi.</p>
<p>La Palestina regala questi miracoli, sembra quasi di assistere al parallelismo fra la resistenza di una popolazione all’occupazione militare e allo stesso tempo di una terra di fronte alle difficoltà climatiche.</p>
<p>Come a ricordare che si resiste a tutto ed esistere si converte nella prima forma di ribellione all’oppressione.</p>
<p>Alì si ferma di colpo accanto ad un coraggioso banchetto improvvisato per comprare un sacchetto di frutta per tutta la compagnia e si continua a guidare verso il luogo indicato dal gps.</p>
<p>Il navigatore indica 4 km e le case in questa zona stanno iniziando a diventare più rade.</p>
<p>Si nota una differente densità di popolazione.</p>
<p>Abu nel frattempo continua in inglese a raccontare stralci della storia del luogo ma non riesce a catturare l’attenzione completa della squadra.</p>
<p>Si sta avvicinando il luogo prefissato e si è insinuata in tutti una tensione naturale, un presentimento strano che fino a quel momento non era stato avvertito.</p>
<p>Siamo arrivati.</p>
<p>Ad attenderci ci sono una decina di persone.</p>
<p>Probabilmente tutti poliziotti palestinesi, molti dei quali artificieri.</p>
<p>Alì e Abu comunicano  loro la volontà di filmare l’importanza del lavoro di disinnesco degli ordigni inesplosi e loro accettano di buon grado anche se in realtà erano già stati avvertiti della presenza quel giorno dell’Associated Press.</p>
<p>Diverse testimonianze tra cui quella di Vittorio Arrigoni ricordano che fra i primi obiettivi delle operazioni militari ci sono medici, infermieri, ambulanze e soprattutto artificieri, professionisti indispensabili in questo contesto.</p>
<p>Uno di loro indica con l’indice un punto preciso a qualche centinaio di metri.</p>
<p>Segue lo sguardo stupito di noi tutti.</p>
<p>È un campo da calcio.</p>
<p>Un luogo di sport, divertimento e svago, una volta…forse.</p>
<p>Ammassati proprio nel mezzo dell’area di rigore ci sono diversi missili dell’aviazione israeliana.</p>
<p>Anche questa purtroppo è una di quelle macabre scene sulle quali il mondo intero ha deciso di chiudere gli occhi.</p>
<p>Inizio a sistemare il materiale, la telecamera e il cavalletto, mentre guardo con sospetto quegli strumenti di morte, intrusi in quel luogo.</p>
<p>Sono a distanza di sicurezza ma non esiste sicurezza in quell’inferno anche se questa giornata di calma irreale può trarre in inganno.</p>
<p>Scatto qualche foto intorno.</p>
<p>Di colpo si sente un grido. Anzi diversi.</p>
<p>Ripete sempre la stessa parola, la parola che conosco di più in arabo: “yalla, yalla”.</p>
<p>È uno dei poliziotti che corre verso un gruppo di bambini, quattro, che con un pallone totalmente sgonfio e rattoppato stanno giocando nell’area opposta del campo di calcio.</p>
<p>A turno uno di loro sta in porta e ogni volta che riesce a bloccare il pallone con le mani costringe chi ha tirato a cedergli il posto.</p>
<p>Così pare almeno. Queste regole mi ricordano un gioco che facevo da piccolo in paese per cui mi viene automatico pensare che in ogni geografia le regole del calcio di strada siano le stesse.</p>
<p>Forse cambia  solamente la qualità del pallone con il quale giocare.</p>
<p>I bambini ignorano totalmente l’ordine di abbandonare l’area da parte dell’agente.</p>
<p>Sembra proprio che lo facciano appositamente, con consapevolezza e con una meravigliosa espressione di sfida.</p>
<p>Il campo è il loro e se ne vadano pure tutti a quel paese.</p>
<p>La scena adesso è diventata più animata.</p>
<p>Un altro poliziotto è corso verso la porta con l’intento di sottrarre il pallone a quei disobbedienti.</p>
<p>Punto la telecamera allargando l&#8217;obiettivo per rendere immortale quella piccola commedia.</p>
<p>Il più grande del gruppo inizia a correre con la palla in mano. Il poliziotto appresso, è tutto rosso e sudato. Fa un gran caldo a quest&#8217;ora.</p>
<p>Gli altri tre bimbi ridono indicando il povero inseguitore stremato dalla fatica.</p>
<p>Sembrano intonare un “nanananana”, o qualcosa di simile, altra espressione di scherno che nella mia mente  compare in tutte le categorie di bimbi nel mondo come le regole del calcio  di strada.</p>
<p>Ormai tutti ridono in quella situazione paradossale.</p>
<p>Rido anche io con la telecamera sulla spalla, ride la troupe, ride la squadra di artificieri, gli interpreti.</p>
<p>Alla fine ride anche il goffo poliziotto sudato che, poveraccio,  si sta preoccupando solamente per l&#8217;incolumità di quelle creature.</p>
<p>Intanto la camera continua a filmare.</p>
<p>Sta testimoniando la vita, la resistenza, l’allegria di quell’attimo.</p>
<p>Non ricordo  di preciso chi abbia  pronunciato questa frase ma mi torna alla mente d’improvviso:</p>
<p>“un sorriso è un sogno che ce  l’ha fatta”.</p>
<p>E inizio a pensare…ai sogni, alle speranze e soprattutto a quanta vita c’è in quella terra martoriata chiamata Palestina.</p>
<p><strong><em>Il 13 agosto del 2014 il cineoperatore dell’Associated Press Simone Camilli assieme ad Abu Afash e a 4 poliziotti palestinesi vengono uccisi dalla deflagrazione improvvisa di un ordigno israeliano nei pressi di Beit Lahia. Questo racconto prende spunto da quella storia anche se contiene elementi di fantasia. È un omaggio a tutte le giornaliste e i giornalisti, come Simone,  assassinat* durante le operazioni militari dell’ esercito israeliano, a tutte le vittime dell’operazione “margine protettivo”  del 2014 e a tutte le centinaia di migliaia di vittime dell’occupazione. Ma soprattutto è un omaggio alla vita e all’eroica sopravvivenza del popolo palestinese.</em></strong></p>
<p><em>Alessandro Meo (Sante)</em></p>
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		<title>Visita alla mostra di Alan Howlett nella Cantina Musicale di Pitigliano</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Aug 2024 13:40:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Howlett]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi vive in piccoli centri, nei borghi dal sapore antico, dove la bellezza è ovunque, si, è fortunato. Quando poi tanta bellezza te la puoi ritrovare ammirando un quadro ti accorgi che quello che pensavi bello lo è ancora di più, perchè hai una visione d&#8217;insieme completa, dettagli che ti colpiscono che non sei abituato [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Chi vive in piccoli centri, nei borghi dal sapore antico, dove la bellezza è ovunque, si, è fortunato.<br />
Quando poi tanta bellezza te la puoi ritrovare ammirando un quadro ti accorgi che quello che pensavi bello lo è ancora di più, perchè hai una visione d&#8217;insieme completa, dettagli che ti colpiscono che non sei abituato ad osservare, o che davi per scontato.</p>
<p>Questo è quello che è accaduto osservando le opere del pittore inglese Alan Howlett, esposte a Pitigliano a cavallo tra luglio e agosto. Egli è vissuto a Pitigliano e Montebuono nel comune di Sorano con la sua famiglia, regalandoci vedute e scorci veramente apprezzabili. Nato a Londra nel 1940, dopo gli studi ha insegnato in tante città inglesi fino al 1970, quando iniziò la collaborazione con l&#8217;accademia Deller in Provenza, dedicandosi alla musica sia in Francia che negli Stati Uniti fino al 1982 quando &#8220;scende&#8221; in Italia. Si stima che le sue tele siano circa 400, distribuite in vari paesi europei.</p>
<p><img class="  wp-image-3904 aligncenter" src="http://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/08/mostra-Howlett-.jpg" alt="mostra Howlett" width="743" height="426" /></p>
<p>Così, per omaggiare la sua arte, persone per cui la pittura e la musica sono uno stile di vita hanno allestito questa mostra aperta a tutti dove abbiamo potuto ammirare i suoi lavori sia paesaggistici che astratti con contenuto musicale. Se è vero che Howlett è rimasto affascinato da Pitigliano e i suoi dintorni al punto da farne il suo paese e la sua casa, è altrettanto vero che egli è riuscito a  restituirci ciò che vedeva in questi luoghi in maniera ammirevole, un affetto che si tocca quasi con mano ammirando i suoi paesaggi e i suoi scorci dipinti.<br />
Un grazie è doveroso per la Cantina Musicale di Via Zuccarelli e per il suo proprietario Bruno Brunetti, per aver permesso ai visitatori di omaggiare questo artista, che un caso bizzarro ha voluto accumunare al nostro conterraneo Zuccarelli.<br />
Essi distanti tra loro sia nel tempo che nello stile, ma uniti da un filo invisibile che tocca i luoghi in cui hanno vissuto e in cui si possono ammirare le loro opere. Infatti la mostra di Howlett londinese si è svolta proprio in Via Zuccarelli a Pitigliano, mentre Francesco Zuccarelli a sua volta vanta alcune delle sue opere esposte alla National Gallery di Londra.<br />
Una strana coincidenza&#8230;Avranno voluto che noi spettatori cogliessimo qualche messaggio? Non ci resta che osservare le opere e meditare.</p>
<p><em>La mostra si è svolta a Pitigliano dal 20 luglio al 4 agosto. Per informazioni sulle prossime aperture e sugli eventi della Cantina Musicale contattare Bruno Brunetti al 345 9886475</em></p>
<p><em>Paola Ciacci</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Etruska Festival: L’arte di strada rivitalizza Pitigliano</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2024 13:14:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[associazione commercianti pitigliano]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi Pitigliano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 6 e 7 luglio, il suggestivo borgo medievale di Pitigliano, si trasformerà in un vibrante palcoscenico a cielo aperto per l’atteso Etruska Festival. Quest&#8217;evento, promosso con entusiasmo dall&#8217;associazione commercianti, celebrerà l&#8217;arte di strada a tutti i livelli, portando tra le antiche mura del borgo creatività e colore. Per due giorni, le vie e le [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 6 e 7 luglio, il suggestivo borgo medievale di Pitigliano, si trasformerà in un vibrante palcoscenico a cielo aperto per l’atteso Etruska Festival. Quest&#8217;evento, promosso con entusiasmo dall&#8217;associazione commercianti, celebrerà l&#8217;arte di strada a tutti i livelli, portando tra le antiche mura del borgo creatività e colore.<br />
Per due giorni, le vie e le piazze del centro storico di Pitigliano saranno animate da una varietà di spettacoli mozzafiato. Artisti di strada esibiranno le loro abilità in performance che spaziano dalla giocoleria all&#8217;acrobatica, dalla musica dal vivo al teatro di strada. Ogni angolo del borgo offrirà uno spettacolo unico, trasformando Pitigliano in un museo vivente e dinamico.</p>
<p><img class=" size-full wp-image-3878 aligncenter" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/409142187_122116102184107075_7238693213756290710_n.jpeg" alt="409142187_122116102184107075_7238693213756290710_n" width="702" height="433" /></p>
<p><strong>Gli obbiettivi del Festival</strong><br />
L’Etruska Festival non è solo un’occasione di intrattenimento, ma rappresenta anche un’importante iniziativa per la valorizzazione del territorio. Attraverso l’arte di strada, l&#8217;Associazione Commercianti mira a:</p>
<ul>
<li>Promuovere il turismo: attirare visitatori da tutta Italia e oltre, facendo scoprire le bellezze storiche e naturali di Pitigliano.</li>
<li>Sostenere la comunità locale: coinvolgere residenti e commercianti in un evento che rafforza il senso di appartenenza e collaborazione.</li>
<li>Valorizzare il patrimonio culturale: utilizzare gli spazi storici del borgo come palcoscenici per le performance, creando un dialogo tra arte contemporanea e patrimonio storico.</li>
</ul>
<p>Inoltre l&#8217;arte di strada è un&#8217;arte accessibile a tutti, senza barriere economiche o sociali. E&#8217; un&#8217;arte che porta la creatività direttamente nelle strade, permettendo a chiunque di fruirne.</p>
<p>Il programma del festival è ricco e variegato con spettacoli di giocoleria e acrobazie, artisti internazionali eseguiranno numeri di alta abilità e precisione, affascinando grandi e piccini.<br />
vi sarà anche tanta musica dal vivo, band e musicisti di strada riempiranno l’aria di melodie coinvolgenti, offrendo una colonna sonora perfetta per le giornate del festival. Infine il teatro di strada con spettacoli teatrali itineranti che raccontano storie magiche e coinvolgenti, adatte a tutte le età.<br />
Partecipare all’Etruska Festival significa vivere un’esperienza unica, in cui l’arte si fonde con la storia e la bellezza di Pitigliano. Vi invitiamo a immergervi in questo mondo di meraviglie e a scoprire come l’arte di strada possa trasformare e arricchire il nostro borgo.<br />
Non mancate a questo straordinario appuntamento!<br />
Il 6 e 7 luglio dalle ore 18, Pitigliano vi aspetta per celebrare due serate insieme all&#8217;arte e la cultura nel cuore della Maremma Toscana.</p>
<p><em>Associazione Commercianti di Pitigliano</em></p>

<a href='https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/449641929_122151117800107075_4764030996644409275_n.jpeg' data-rel="lightbox-gallery-2"><img width="400" height="336" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/449641929_122151117800107075_4764030996644409275_n-400x336.jpeg" class="attachment-medium" alt="449641929_122151117800107075_4764030996644409275_n" /></a>
<a href='https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/449624819_122151117836107075_6773100659323543358_n.jpeg' data-rel="lightbox-gallery-2"><img width="400" height="335" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/07/449624819_122151117836107075_6773100659323543358_n-400x335.jpeg" class="attachment-medium" alt="Gli artisti che si esibiranno durante le due giornate del Festival" /></a>

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		<title>Non è mai troppo tardi&#8230;per ricordare. Cento anni fa nasceva Alberto Manzi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 13:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Tiribocchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Manzi]]></category>
		<category><![CDATA[Pitigliano]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Non è mai troppo tardi” diceva il motto e il titolo del famoso programma di Alberto Manzi, in onda sulla RAI dal 1951. Un modo di fare televisione, quella del Maestro, innovativo e attento al sociale; un tipo di televisione utile a chi la guardava. È stata la sua caratteristica principale quella di pensare alle [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Non è mai troppo tardi” diceva il motto e il titolo del famoso programma di Alberto Manzi, in onda sulla RAI dal 1951.</p>
<p>Un modo di fare televisione, quella del Maestro, innovativo e attento al sociale; un tipo di televisione utile a chi la guardava.<br />
È stata la sua caratteristica principale quella di pensare alle persone e alla loro dignità. Uno che ha creduto nel potere della<br />
scuola e della cultura. Capace di affrontare persone completamente analfabete per portarle sulla strada della conoscenza, anche<br />
basilare della lingua, ma fondamentale nei rapporti umani.</p>
<p><img class="  wp-image-3802 aligncenter" src="https://www.nctufo.it/wp-content/uploads/2024/04/Schermata-2024-04-08-alle-15.55.37.png" alt="Schermata 2024-04-08 alle 15.55.37" width="701" height="482" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un uomo che ha vissuto esperienze al limite nell’insegnamento, quello della prima esperienza in un carcere minorile o, come quello delle spedizioni estive in sudamerica dal 1954 al 1977, dove è perfino finito in carcere e dove ha subito torture che mai ha svelato nei particolari, neanche alla sua famiglia. È stato uno scrittore di libri per bambini e ragazzi, oltre che autore (e presentatore) per la televisione e la radio. Nelle sue pagine ci si perde, contengono storie commoventi e reali, vi si viene incollati al racconto fino al termine, che spesso non è a lieto fine, ma come nella vita, l’esistenza si mostra con tutta la sua durezza. Libri che hanno fatto la storia della letteratura per ragazzi, dove il Manzi non ha avuto paura di affrontare i temi importanti, come il razzismo, la dignità, la differenza tra essere o avere. Da Orzowei (1955) dove si tratta il tema della non accettazione del diverso, l’isolamento dell’Altro, sino alle immagini di El Loco (1979) che raccontano la vicenda di un pazzo, che non può essere sconfitto, perché la sua pazzia è libertà &#8211; solo per citare un paio di titoli -. La vita di questo uomo è stata raccontata dalla fiction Rai andata in onda circa un mese fa e ha delineato il profilo del Maestro in modo delicato e appassionato. Grazie a questo lavoro per molti è stato possibile ripercorre la storia del maestro, morto solo qualche anno fa, nel dicembre 1997, proprio a Pitigliano. Molti pitiglianesi sicuramente hanno ritrovato la storia dell’uomo e hanno potuto ricordarla, intrecciandola ai propri ricordi; perché Alberto Manzi è stato compaesano prima e sindaco dopo della città del tufo. Un rapporto positivo all’inizio tra Manzi e Pitigliano, che vi si era trasferito insieme alla compagna Sonia Boni, nel quale è nata la figlia Giulia. Un rapporto positivo perché il maestro amava gli spazi aperti del nostro territorio, la natura ricca e selvaggia nella quale poteva portare la figlia a fare lunghe passeggiate e ritrovare tutte le sue passioni per la biologia. Un legame sporcato un po’ dall’esperienza da sindaco; un ruolo che lui aveva accettato con piacere, con l’obiettivo di far bene. Ma che è finito con incomprensioni e opposizioni alimentate dalle beghe di partito, forse le bassezze della politica. Fatto sta che lui, come racconta la figlia nel suo libro biografia Il Tempo non basta mai, non si è mai difeso né opposto a ciò che veniva detto di lui.</p>
<p>Sembra semplicemente che il ruolo di sindaco non sia stato in linea con il suo essere uomo. Un uomo vero, dignitoso, proiettato alla cultura, legato all’essere in modo molto profondo e così poco al potere come è sempre espresso nei suoi testi. Ad ognuno il proprio giudizio su quello che è stato. Ad ognuno la possibilità di riprendersi in mano libri e biografie per ripercorrere ciò che è stato. Liberi di pensare alle cose ben fatte e certo anche a quelle fatte meno bene, liberi di scegliere i valori da seguire. Ma in questo mese abbiamo deciso semplicemente di ricordare un uomo che è stato importante per tutta la nazione. A diciassette anni dalla sua morte, dopo venti dalla sua elezione a sindaco di Pitigliano, dopo il film e il libro che lo hanno celebrato. E ci sembrava giusto dare un nostro piccolo contributo al suo ricordo. E potremmo continuare a fare riferimento alla sua frase più famosa: “Non è mai troppo tardi…”. Per riscoprire qualcosa di bello. Si potrà riscoprire la storia di una vita speciale, speciale in fondo come la vita di tutti, che è passata sulla stessa strada che molti di noi hanno percorso e potranno continuare a farlo.</p>
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