Una novella del Boccaccio scritta in…pitiglianese

Quasi alla fine di febbraio la signora Maria Pia Rinaldi mi disse che era in possesso di un vecchio documento in dialetto pitiglianese, sicuramente interessante e degno di attenzione, suscitando la mia immediata curiosità.
Poco dopo mi dette il documento in visione, in copia dattiloscritta, e grande fu la mia meraviglia nel constatare che si trattava della traduzione in dialetto pitiglianese addirittura di una novella del Decamerone di Giovanni Boccaccio (1313-1375), famoso letterato considerato il padre della prosa italiana e tra i più importanti prosatori d’Europa del Trecento, una delle cosiddette “Tre Corone” d’Italia con Dante e Petrarca.
DSC05140Inoltre l’autore della traduzione in dialetto pitiglianese non risultava certo uno sconosciuto: era il dr. Giuseppe Bruscalupi (1840-1879), il ben noto scrittore della “Monografia storica della Contea di Pitigliano”.
Nel 1875, in occasione delle celebrazioni del V Centenario della morte di Giovanni Boccaccio, a Certaldo, luogo di nascita dell’illustre letterato, sorse l’idea al bibliografo Giovanni Papanti di tradurre una novella del Decamerone nei molteplici dialetti allora parlati in Italia, non solo di quella unificata nel Regno di Vittorio Emanuele II, ma anche dei territori italiani rimasti ancora fuori. Fu scelta la novella IX della prima giornata del Decamerone, raccontata da Elissa, dal titolo: “Il Re di Cipri da una donna di Guascogna trafitto, da cattivo valoroso diviene”. L’idea ebbe grande successo, i partecipanti furono molto numerosi e tra loro ci fu anche Giuseppe Bruscalupi, che volle rappresentare Pitigliano e il suo caratteristico dialetto.
L’iniziativa portò alla stampa di un libro dal titolo “Parlari italiani in Certaldo, alla festa del V Centenario di messer Giovanni Boccaccio”, curato dal suddetto Giovanni Papanti e stampato in Livorno nella tipografia di Francesco Vigo.
Il libro, diviso in tre parti: 1) Dialetti del Regno d’Italia, 2) Parlari italiani fuori del Regno, 3) Linguaggi stranieri parlati in Italia, potè raccogliere ben 700 versioni della suddetta novella nei vari dialetti, ordinate per Province e Comuni in ordine alfabetico. Questa pubblicazione divenne una dimostrazione evidente della grande varietà linguistica esistente nel nuovo Regno d’Italia, da poco costituito.
La traduzione del Bruscalupi in dialetto pitiglianese si trova alle pp. 242-243 del libro, insieme a quelle di Arcidosso e Santa Fiora (le uniche della Provincia di Grosseto con Pitigliano) e costituisce una testimonianza importante del dialetto pitiglianese, che in quegli anni veniva ancora parlato correntemente tra la maggioranza della popolazione.
Si tenga conto infatti che questa pagina in dialetto del Bruscalupi precede di ben diciotto anni il primo libretto di poesie di Antonio Becherini: “Du’ bbocconi a la casareccia” (1893) e di ventuno anni la prima edizione di “Picinate e Scemmarate” (1896), nel periodo in cui lo stesso Becherini affermava che “l’antico dialetto pitiglianese va man mano perdendosi”.
Nella traduzione in pitiglianese della novella del Boccaccio, fatta dal Bruscalupi, è interessante notare l’uso ripetuto della desinenza -ne in “Rene” (Re), “arrivone” (arrivò), “fune” (fu), “pensone” (pensò), “rinevine” (riveni’), dove si nota anche un’inversione; l’uso della desinenza -ne si ritrova per lo stesso periodo anche nei dialetti amiatini (Arcidosso, Santa Fiora) e in quelli altolaziali (Acquapendente, Grotte di Castro, San Lorenzo Nuovo, Montefiascone).  Interessante è anche l’uso di certi vocaboli come “cailcheduno” (qualcuno), cheilchè (quel che) ecc., uno dei quali particolarmente raro come “assiè”, che non si trova neppure nel glossario compilato da Ferrero Pizzinelli nel suo “Antico Vernacolo dei Giubbonai”. Dunque questo documento dialettale del Bruscalupi, scritto da persona di cultura e finora ignoto, si rivela particolarmente prezioso come una delle più vecchie testimonianze scritte del dialetto pitiglianese.

Ecco la novella scritta da Giovanni Boccaccio:
Dico adunque che nei tempi del primo Re di Cipri, dopo il conquisto fatto della Terra Santa da Gottifrè di Buglione, avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio andò al Sepolcro, donde tornando, in Cipri arrivata, da alcuni scelerati uomini villanamente fu oltraggiata. Di che ella senza alcuna consolazion dolendosi, pensò d’andarsene a richiamare al re; ma detto le fu per alcuno che la fatica si perderebbe, perciò che egli era di sì rimessa vita e da sì poco bene che, non che egli l’altrui onta con giustizia vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà a lui fattene sosteneva, in tanto che chiunque aveva cruccio alcuno, quello col fargli alcuna onta o vergogna sfogava. La qual cosa udendo la donna, disperata della vendetta, ad alcuna consolazione della sua noia propose di voler mordere la miseria del detto re, e andatasene piagnendo davanti a lui, disse: “Signor mio, io non vengo nella tua presenza per vendetta che io attenda dalla ingiuria, che m’è stata fatta, ma in sodisfacimento di quella ti priego che tu m’insegni come tu sofferi quelle, le quali io intendo che ti son fatte acciò che, da te apparando, io possa pazientemente la mia comportare, la quale, sallo Iddio se io far lo potessi,  volentieri la ti donerei. Poi così buon portatore ne se’ “. Il re, infino allora tardo e pigro, quasi dal sonno si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa donna, la quale agramente vendicò, rigidissimo persecutore divenne di ciascuno che contro all’onore della sua corona alcuna cosa commettesse da indi innanzi

Ecco la versione del Bruscalupi in dialetto pitiglianese:
Dicio donque che quanno ci adéra i’ primu Rene di Cipriu, doppu che Grufredo di Boglione s’impatronì di Terra Santa, una gran donna di Gascogna agnede in pellegrinaggiu a i’ Sepolgru, e nel rinevine di mellà, quanno arrivone a Cipriu, da certi birboni fune sforzata.  Si doliva sta pora donna e non si potiva consolà; allora pensone di ricurra al Rene, ma cailcheduno li disse che adera inutile e che avrebbe fattu il viaggiu a uffu, perché il Rene adera tanto assìe e tantu corbellu, che non faciva giustisia a gnunu, e si strafottiva anche se dicivono male di lui; e così facivono e dicivono cheilchè li pariva. A sentì sta cosa, sta donna si crediva di non potessi rifà, e pensone di annà dal Rene pe’ fallu vergognà di non essa bonu a gnente; ci agnede pe’ daveru, e piagnenno dinanti a lui, disse: “Lustrissimu, non so’ mica venuta dinanti a tie perché mi facci tu giustisia della canità che m’hanno fattu, ma ailmenu perché mi pozza consolà, ‘mparimi un po’ tie come fai a sta’ zitto a tutte le birbonarie che ti dicono, che accussì saparò piglià in pace anche quelle che adanno fattu a mie e che con tantu di core vorrebbi che facessono a tie, che ci adai tanta pacienza”. Insinante a allora il Rene adera statu un melensu e un tontulone, ma non dubbità che si sveglione e s’ingattivì tantu che vennicò forte l’affrontu fattu alla donna, e da me avanti annava in bestia a il più piccolu tortu che si faciva alla su’ corona”

Angelo Biondi

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