Un pitiglianese in Russia

A destra, con alcuni commilitoni, Alberto Paoli

A destra, con alcuni commilitoni, Alberto Paoli

Questa è la storia del militare Alberto Paoli, cittadino pitiglianese inviato dal regime fascista in Russia con migliaia di altri giovani, dopo l’aggressione nazista all’Unione Sovietica. Alberto Paoli, figlio di Giuseppe (cl. 1865) e di Francesca Dainelli
(cl. 1879), nacque a Pitigliano il 14 febbraio del 1920 ed era il penultimo figlio di una famiglia numerosa, come lo erano la maggior parte fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Infatti, aveva due sorelle e tre fratelli maggiori e un altro, Mario, nato dopo di lui, che morì in tenera età. La famiglia apparteneva ai piccoli proprietari terrieri, i villani, come si diceva in dialetto pitiglianese, che possedevano degli appezzamenti di terra in località Pantano. Soldato di leva della classe 1920, fu messo in congedo dal 15 marzo del 1940 al 9 gennaio del 1941. In tale data venne assegnato al Reggimento Chimico con sede a Roma, fino al suo trasferimento in territorio dichiarato in stato di guerra, in data 23 marzo del 1942, quando fu distaccato al 99° Battaglione mortai da 81mm e inviato, il giorno successivo, in Russia come soldato dell’Armir.
Com’è noto, dopo l’avanzata iniziale in territorio russo, la spedizione in Unione Sovietica ebbe esiti rovinosi, trasformandosi in una ritirata fatta di morti, prigionieri, lunghe tappe forzate in mezzo al gelo e alle tempeste di neve, fame e pericoli di ogni genere. Durante questo arretramento, insieme con altri commilitoni, Paoli difese più volte il reparto adoperando il mortaio, perché puntatore. In uno scontro con il nemico, quando si rese conto che non poteva più resistere alla pressione dei sovietici, egli, assieme ad altri, abbandonò le armi e fuggì, salvandosi la vita. A causa di ciò, un capitano originario di Pitigliano, Mario Nardi (ucciso in uno scontro con i partigiani nel centro storico di Pitigliano il 18 dicembre del 1943), era intenzionato a punire i soldati addirittura con la fucilazione, mentre un altro ufficiale li difese e propose una ricompensa al Valor Militare, che però non venne concessa. Molto probabilmente fu in questa circostanza che i militari, compreso Paoli, furono obbligati a tornare indietro per recuperare le armi. Paoli riuscì a ritrovare un pezzo di cannone, corse per più di un chilometro e si salvò, ma molti dei suoi commilitoni furono uccisi dai bombardamenti sovietici. Durante la ritirata i soldati sopravvissero grazie alla generosità dei contadini russi, che molte volte fornirono loro cibo e accoglienza. La fame era tanta e si mangiava di tutto: una sera in tre si nutrirono con una zucca cruda. Una volta, ospitati in una casa di campagna, insegnarono a una contadina russa a fare i tortelli e non avendo nulla per fare il ripieno, la donna utilizzò dei fagioli.

Alberto Paoli

Alberto Paoli

Alberto Paoli rimpatriò nel settembre del 1943, quando, a seguito dell’armistizio, l’Italia diventò il teatro della guerra fra i tedeschi e i fascisti da una parte e gli alleati e i partigiani dall’altra. I reduci dal fronte russo furono inviati a San Quirico d’Orcia e da lì Paoli, con qualche compagno, scappò e raggiunse a piedi Pitigliano. “La guerra era ormai persa – diceva Alberto – e tutto intorno era una baraonda”. Così, arrivato a casa, si nascose in alcune grotte in prossimità del suo podere, da dove assistette al bombardamento alleato che devastò Pitigliano il 7 giugno 1944, provocando 80 morti. Il 3 novembre 1945 gli giunse il congedo illimitato e nel 1966 ricevette un attestato con la Croce al merito di guerra. Il ricordo della drammatica esperienza in Russia non cessò mai, anche perché durante quella campagna militare Paoli era stato ricoverato all’ospedale del Campo 202, nella prima metà del dicembre 1942, perché affetto da artrosi deformante. Soltanto l’avanzata dell’esercito sovietico, con la conseguente smobilitazione del campo-ospedale, lo costrinse a ritornare al suo reparto. La mancata guarigione fu causa di grandi sofferenze durante la ritirata, poiché Paoli lamentò dolori alle ossa e in particolare all’articolazione della spalla destra, come dichiararono nel 1983 due suoi commilitoni, Lorenzo Paolini e Bruno Buonazia, entrambi residenti a Roccastrada. Costoro testimoniarono in favore di Paoli affinché gli fosse riconosciuta la pensione per invalidità di guerra, che però non gli fu mai accordata. Ebbe invece quella d’invalidità civile intorno ai cinquant’anni, quando iniziava a deambulare con qualche difficoltà e soprattutto si era aggravata la mobilità degli arti superiori. In tarda età ottenne, a seguito di accertamento medico, l’ “accompagno”, approvato da una dottoressa che al momento della visita si rese conto delle sue gravi condizioni di salute, identiche a quelle di suo padre, anch’egli reduce dalla campagna di Russia.

Alberto Paoli, che risiedeva a Pitigliano in via Porzia Vignoli, è morto il 7 dicembre del 2007 all’età di 87 anni[1].

Franco Dominici

Note

[1] Ringrazio Angelo Paoli, figlio di Alberto, e Mariagrazia Bacci per aver concesso i documenti e le testimonianze.