Un piccolo grande uomo: Luigi Scossa

Luigi ScossaIn una sera non precisata del settembre 1920 alcuni energumeni percorrevano le vie del centro storico di Sorano, armati di rivoltelle, manganelli e forniti di olio di ricino. Era una squadra fascista comandata da Odoardo Poggi, amministratore della contessa Piccolomini-Sereni, e da Goffredo Pagni, lo studente soranese che con tempismo straordinario aveva fondato nel 1919 un gruppo di “animosi” che si ispirava ai fasci di combattimento mussoliniani. La squadra comprendeva i soranesi Ricci, Sanità, Taviani, Rossi, il Giacomini detto “Nocivo” di Manciano, un certo Grippa di Orbetello, il Campiglia di Manciano e il Dr. Chiurco, segretario del fascio di Siena, con la sua comitiva di scagnozzi. Gli squadristi si aggiravano in contrada Poio, diretti verso una modesta casa di via dell’Archetto, dove viveva un campagnolo con la propria moglie. Il contadino, eletto democraticamente sindaco da qualche giorno, guidava un’amministrazione socialista e si chiamava Luigi Scossa. I fascisti irruppero nella sua abitazione e gli imposero di dimettersi dalla carica di primo cittadino. Poi un energumeno di Grosseto, che si era aggiunto alla spedizione, un certo Galigani “sembra Alfredo”, commise atti osceni e sconci nell’abitazione del sindaco alla presenza della moglie. Fu la prima “visita a domicilio” che Scossa ricevette durante l’anno in cui guidò la sua travagliata amministrazione. Altre volte i fascisti entrarono con la forza in casa sua per cercare di catturare il gagliardetto e la bandiera socialista, peraltro mai trovati. A tali azioni si aggiunsero altre forme di minaccia, come le lettere minatorie e anonime che imponevano a “Buchino” (il nomignolo del padre del sindaco da questi ereditato per la bassa statura) di allontanarsi dalla carica che “occupava indegnamente”, perché “traditore della patria”, con allusione alla neutralità socialista di fronte alla Prima guerra mondiale. In realtà Scossa aveva partecipato alla Grande Guerra con il grado di caporale. Catturato dai tedeschi, visse la tragedia dei campi di prigionia in Germania. Quando tornò a Sorano non trovò più la moglie ad attenderlo, perché Giuseppa Sanità nel frattempo era morta di spagnola. Trovò però i fascisti, che provocarono il crollo della sua amministrazione e lo perseguitarono. Durante il ventennio visse del proprio lavoro, cioè coltivando i piccoli appezzamenti di terreno che possedeva al Poderino, in zona Le Macchie e in località Le Croci, senza mai rinnegare la propria fede politica, quella socialista. Per tale coerenza, dopo la Liberazione fu nuovamente eletto sindaco da un Comitato di cittadini e dai comandanti partigiani di Sorano e Pitigliano. Guidò l’amministrazione per più di un anno, avviando la ricostruzione e invitando sempre i suoi concittadini a evitare vendette private contro i fascisti del luogo.

Conclusa l’esperienza di sindaco, Scossa tornò al suo lavoro di campagnolo. Visse con la seconda moglie Veronica Taviani in una delle prime case popolari costruite a Sorano e quando venne a mancare la consorte fu accudito dalla nipote Velia Taviani per oltre 4 anni, fino alla morte avvenuta il 18 aprile del 1977, all’età di 91 anni (era nato l’11 maggio del 1886). Negli anni settanta Scossa aveva aderito al P.C.I. e in occasione della sua morte la sezione soranese del partito lo volle onorare con un funerale degno del ruolo politico e amministrativo che aveva ricoperto per 2 volte. Nella sua lapide Scossa ha voluto che fosse perennemente ricordata la sua partecipazione a quell’immane tragedia che fu la Grande Guerra con la scritta “Cavaliere di Vittorio Veneto”. Don Enzo Baccioli, che è stato per molti anni parroco di Sorano, definì Luigi Scossa “uomo di un’onestà assoluta”. Quando si rileggono i suoi discorsi in occasione della posa della lapide per Ezio Lombardi, cittadino soranese ucciso alle Fosse Ardeatine, o per la risorta festa del Primo Maggio, non si può non provare una certa commozione. Celebrando la rinata festa del lavoro nel 1945, Scossa volle anche esaltare il valore morale della Resistenza quando, a conclusione del discorso, salutò “di cuore” i partigiani del nord della penisola che “con il loro indomito eroismo hanno saputo ridare all’Italia quel prestigio che aveva perduto nei 20 anni di tirannide fascista”.

Franco Dominici