Roccastrada: Marzo-Luglio 1944

Veduta di Roccastrada (Fonte Wikipedia)

Veduta di Roccastrada (Fonte Wikipedia)

Da qualche anno in Maremma, in occasione della Giornata del Ricordo, si accende una polemica su una fantomatica “foiba” a Roccastrada, più precisamente fra il territorio di questo comune e quello di Civitella Marittima, in località Aratrice, dove sarebbero stati gettati dai partigiani i corpi di alcuni repubblichini uccisi tra il maggio e il luglio 1944. Quest’anno la stampa locale, in particolare “Il Tirreno”[1], ha riservato al “mistero maremmano”, al “giallo storico” un’attenzione speciale, incassando l’elogio della destra che governa varie amministrazioni, con in testa quella di Grosseto. L’articolo su “Il Tirreno”, di Gabriele Baldanzi, riferisce che sin dal dopoguerra fu avviata un’indagine sulla “foiba” da un magistrato grossetano, ma dopo due anni l’inchiesta venne accantonata. A Roccastrada la destra non si dà per vinta e celebra ogni anno, con tanto di funzione religiosa, i militi della Guardia nazionale repubblicana morti fra il 1943 e il 1944. Fra quelli elencati su “Il Tirreno”, ce n’è uno di mia conoscenza, nel quale mi sono imbattuto durante lo studio sulla Resistenza a sud di Grosseto: Catone Corridori. Catone (almeno che non sia un omonimo), fu rinviato a giudizio nel 1922 assieme al famigerato Castellani e altri, per la strage del luglio 1921 avvenuta proprio a Roccastrada, in cui furono trucidate 11 persone[2]. Catone Corridori, brigadiere della milizia, era stato inviato a Manciano tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 per reprimere il movimento partigiano, particolarmente attivo in Val di Fiora sin dai giorni successivi all’armistizio. Egli si aggirava per il paese armato fino ai denti e incuteva terrore, perché aveva un fisico imponente e dichiarava apertamente che per gli antifascisti era giunta la fine. Lo scrittore Alfio Cavoli lo ha definito “l’ammazzasette fascista”[3], solo che invece di ammazzare, finì mitragliato la sera del 26 gennaio 1944 dai partigiani, che gli tesero un’imboscata nel centro storico di Manciano.
Torniamo alla cosiddetta “foiba” e alla fonte che ne comproverebbe l’esistenza. “Esiste un libro dichiaratamente apologetico della Repubblica Sociale, scrive Baldanzi, cioè “Cronache Grossetane. Settembre 1943- Giugno 1944”, scritto da Vito Guidoni e pubblicato nel 1995. Un libro il cui autore, che fu milite fascista, è descritto da Mimmo Franzinelli: “A Grosseto il personaggio più famigerato era l’ex milite della GNR Vito Guidoni, latitante sino alla revoca del mandato di cattura per sopravvenuta amnistia (anche se – osserva il prefetto – dato il suo passato politico, per tema di rappresaglia non ha qui fatto ancora ritorno); gli si addebitava un impressionante curriculum di violenze, inclusi vari sequestri di persona, tra le sue vittime un giovane ebreo non identificato”[4]. Un documento del Municipio di Grosseto, rinvenuto nel fondo CPLN (Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale), raccoglie un elenco dei fascisti fuggiti prima dell’arrivo degli alleati, considerati “elementi tutti oltremodo pericolosi e dannosi alla sicurezza delle operazioni belliche alleate”. Al numero 6 della lista c’è Guidoni e di lui si legge: “Tenente della GNR ha diretto numerosi rastrellamenti contro patrioti partecipando di persona a molti omicidi, saccheggi e razzie, dimostrando in ogni occasione una ferocia veramente sanguinaria nonostante la sua giovane età”[5].
Prima di entrare nel merito della “foiba”, dedichiamo ancora qualche attenzione al libro di Guidoni, “Cronache Grossetane”, analizzando il modo in cui l’autore rappresenta i due eventi più drammatici avvenuti nel territorio provinciale fra il 1943 e il 1944: l’istituzione del Campo d’internamento per ebrei di Roccatederighi (comune di Roccastrada) e l’eccidio dei minatori di Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina.
Guidoni, a pagina 62, descrive il Campo di reclusione per ebrei come un “campo d’internamento all’italiana, con preti e le monache del seminario” e a pag. 121 ripete “campo d’internamento all’italiana, a conduzione familiare”, un po’ come se fosse una simpatica azienda casareccia della Maremma. Sappiamo da fonti storiche che da quella prigione molti ebrei furono trasferiti a Fossoli e 38 morirono nei lager tedeschi o in località ignote[6].
La strage degli 83 minatori della Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina sarebbe stata perpetrata, secondo Guidoni, dai soli tedeschi:“Nessun italiano partecipò alla rappresaglia, che fu una esigenza delle truppe tedesche in ritirata” (“Cronache”, pag. 123). Ma per quanto Guidoni cerchi di perpetrare il mito degli “Italiani brava gente”, la verità è che la strage fu compiuta dal III Polizei – Freiwilligen – Bataillon Italien, cioè un reparto nazista di nazionalità italiana.
Una volta accertato il “metodo” usato dall’autore per selezionare e presentare le informazioni, leggiamo cosa scrive Guidoni a pagina 124: “Nella provincia occupata dagli alleati si compiono le vendette del comunismo asiatico. Ex militari ed ex fascisti, rei di aver fatto solo il proprio dovere, agli ordini di un governo italiano di fatto, le cui leggi peraltro erano cogenti per tutti […] senza processi sono stati uccisi e gettati nel pozzo dello sprofondo tra Civitella M./ma e Roccastrada”. Guidoni non fa riferimento a nessuna “foiba”, bensì a un pozzo sprofondatoio, ma soprattutto colpisce il fatto che le vittime siano da lui definite “ex militari ed ex fascisti”, come se tolta la divisa all’arrivo degli alleati o gettato un distintivo si fossero scaricati di dosso le responsabilità delle azioni – spesso criminose – compiute fino al giorno prima. Vediamo, poi, chi erano e quando sono stati uccisi questi “ex”. Guidoni parla di “otto ex militari isolati nel comune di Roccastrada”, mentre nell’articolo di Baldanzi si menzionano cinque corpi mai ritrovati: quelli di Vittorio Minucci, Eliseo Franchi, Angiolo Pini, Sebastiano Scalone, Lorenzo Brocchi.
Attenendoci all’elenco dei morti grossetani della RSI, che si trova alle fine delle “Cronache Grossetane”, riscontriamo quanto segue: Vittorio Minucci, carabiniere, è ucciso il 3 maggio 1944 a Roccastrada; Eliseo Franchi, nativo di Piancastagnaio, sottotenente della Guardia nazionale repubblicana, proveniente dalla III Compagnia giovanile di Cinigiano, in alcuni documenti risulta ferito il 24 maggio durante un’azione di rastrellamento contro i partigiani e morto il 28, mentre per Vito Guidoni il 21 maggio in località Aratrice; Sebastiano Scalone, commissario di P.S. e Angiolo Pini, sottotenente della GNR, furono freddati l’11 giugno a Roccastrada; Lorenzo Brocchi, classe 1892, nativo di Campagnatico, residente a Pari, squadrista nel 1921-1922, capitano della Guardia nazionale repubblicana, fu ucciso il 6 luglio 1944 in località Aratrice. Precisiamo che da Roccastrada, dove secondo Guidoni sono stati uccisi 3 dei 5 militi citati, ad Aratrice, c’è una distanza di almeno 10 chilometri. Intanto chiediamoci con quale criterio Guidoni chiami “ex” i militi sopra citati. Infatti, in provincia di Grosseto il conflitto finì soltanto alla fine di giugno e Roccastrada venne raggiunta e liberata dagli alleati il giorno 24. Alcuni di questi militi e poliziotti fascisti erano in fuga verso l’Italia settentrionale, dove altri loro commilitoni e camerati si erano già rifugiati dopo il 9 giugno, cioè da quando la repubblica sociale grossetana si era disgregata per il sopraggiungere degli alleati. A nord i fascisti grossetani si macchiarono di altri delitti e nefandezze e, cosa che non li rendeva per nulla “ex”, continuarono a combattere a fianco dei tedeschi fino alla Liberazione d’Italia, cioè alla resa della Germania nel maggio 1945.
Proviamo a capire meglio, ad approfondire quanto avvenuto fra il maggio e il luglio 1944, inquadrando gli avvenimenti nel loro contesto, cioé la guerra di Liberazione che si stava combattendo. Adopereremo altre fonti, oltre a Guidoni: la relazione della Brigata “Antonio Gramsci”, quella dei partigiani che si scontrarono con i nazifascisti nella tarda primavera del 1944; le dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri Reali nell’ottobre di quell’anno da molti cittadini, cioè denunce riguardanti la distruzione delle loro proprietà o l’uccisione di civili da parte dei tedeschi, durante la loro “ritirata aggressiva” in territorio roccastradino.


La III Brigata “Antonio Gramsci”
[7]
La Brigata garibaldina “Antonio Gramsci” si costituì nel marzo 1944 e dipendeva dal CPLN, dal Comitato di Roccastrada e da quello Militare di Grosseto, il cui delegato era Aristeo “Ganna” Banchi, comunista e antifascista di vecchia data. La “Gramsci” ebbe stretti rapporti con la brigata senese “Spartaco Lavagnini”, entrambe d’ispirazione comunista. Dopo la sua fondazione videro la luce altri distaccamenti nelle frazioni di Giuncarico, Torniella, Ribolla, Tatti, Paganico, Montemassi, collegati fra loro per tutto il periodo della lotta armata. Comandava la formazione di Roccastrada Sady Basi, ex Sergente Maggiore dell’esercito morto in combattimento nel giugno 1944 e sostituito da Amedeo Pecci, che ne era stato il commissario politico[8]. Armi, munizioni e mezzi di sussistenza erano gli stessi di un qualunque gruppo partigiano della Maremma: pistole, fucili mitragliatori, mitragliatrici, bombe a mano e i viveri erano forniti dai proprietari e dai contadini della zona, o provenivano dalla cattura di quelli destinati ai tedeschi e ai fascisti. Le azioni della “Gramsci”, descritte nella Relazione della banda, iniziarono il 12 aprile e terminarono il 24 giugno 1944, quando gli alleati liberarono Roccastrada. Ci soffermeremo su quelle di maggio e giugno, selezionando le più significative e tralasciando quelle riferite agli approvvigionamenti di armi e viveri. Il 3 maggio i partigiani disarmarono quattro carabinieri repubblicani, di cui solo uno veniva arrestato e “giustiziato al campo perché noto fervente fascista e nemico instancabile dei partigiani e delle loro famiglie”. A giudicare dalla data, che coincide con quanto scritto da Guidoni, dovrebbe trattarsi di Vittorio Minucci, che dunque sarebbe stato ucciso al campo partigiano, cioè in località Bagnolo, distante 5 o 6 chilometri da Aratrice.
Il giorno 14 (in altra documentazione l’evento è datato 4 maggio) la “Gramsci” collaborò alla fuga dal Campo d’internamento di Roccatederighi di 5 francesi, fra i quali il Maggiore della Legione Straniera René Babbonneau, un ufficiale jugoslavo (Ernst Rosenfeld, che si aggregò alla “Spartaco Lavagnini” con il nome di battaglia “Barbanera”) e l’ebreo grossetano Cesare Nunes[9].
Il 18 maggio i partigiani eliminarono un maresciallo della milizia impegnato in attività di spionaggio e un suo delatore già infiltrato nella formazione. Lo stesso giorno i combattenti attaccarono il carcere di Roccastrada, liberarono tutti i prigionieri e uccisero il guardiano e un altro milite.
Alla data del 21 maggio la relazione della “Gramsci” registrò uno scontro a fuoco, un’azione di guerra particolarmente cruenta presso la località Aratrice, fra un esiguo numero di partigiani e un nutrito gruppo di fascisti, con perdite da parte di questi ultimi. Una staffetta fu inviata al campo partigiano per ottenere rinforzi e al ritorno incontrò una pattuglia repubblichina che gli intimò l’alt. Come risposta il combattente sparò uccidendo un tenente e un gregario, mentre il resto dei fascisti si disperdeva. Stando alla data, la stessa che riporta Guidoni, è questa la circostanza in cui fu ucciso il sottotenente Eliseo Franchi. Tre giorni dopo i combattenti catturarono due fascisti, ritenuti innocui e per questo rilasciati, ma a condizione di provvedere a inviare viveri. Cosa che fu puntualmente eseguita.
All’approssimarsi del fronte, la formazione minò tutti i ponti intorno a Roccastrada facendoli saltare in aria.
Il 2 giugno la “Gramsci” sfuggì a un tentativo di accerchiamento operato dai fascisti. Alcuni partigiani furono fatti prigionieri e torturati, ma non uccisi. Saranno liberati al momento della presa di Roccastrada. Nello scontro per sfuggire all’accerchiamento, i repubblichini ebbero alcune perdite.
Fra il 6 e l’8 giugno i combattenti per la libertà attaccarono e occuparono i principali paesi: dapprima Civitella, dove fu assaltata la caserma dei carabinieri e disarmati 19 militi, poi Paganico, Sticciano, Batignano, Montemassi, Sassofortino, Roccatederighi, Torniella. Il 9 gli uomini della “Gramsci” fecero il loro ingresso a Roccastrada dove “la popolazione attendeva da molto tempo con ansia questo evento e ricevé i suoi figli con una manifestazione incredibile di entusiasmo”. In tutti i paesi venne mantenuta la calma e l’ordine, arrestati i fascisti rimasti e distribuiti i viveri alle popolazioni. In questo contesto, l’11 giugno, furono uccisi Pini e Scalone. Nella relazione della “Gramsci” non è riportato nessun evento a questa data. Vediamo di capire chi erano i due militi in questione, in cosa si erano distinti e quali mansioni avevano svolto durante i 9 mesi della repubblica sociale in provincia di Grosseto.

 

Angiolo (o Angelo) Pini e Sebastiano Scalone
Angiolo Pini, detto il tenentino per la sua corporatura minuta, era nato a Grosseto nel 1920. Durante i mesi della RSI operò nei comuni di Pitigliano e Sorano. Vito Guidoni ce lo presenta a pag. 99 delle sue “Cronache Grossetane”, quando scrive che la GNR (senza nominare Pini) uccise un parà americano a Elmo di Sorano il 26 marzo 1944. In realtà la GNR di Pitigliano, con a capo Pini, uccise il messicano Antonio Marta il 4 aprile alle 4 del mattino, a Casa Pulcini, presso Montebuono.
Sempre a pag. 99 Guidoni afferma che: ” Lo stesso 26 marzo, con azione di controbanda (minima forza in abiti civili) il ten. Pini, in agro di Sorano, eliminava il pericoloso capo banda Calvino”. Calvino Gagliardi, della classe 1922, non fu ucciso il 26 marzo, ma il 18 maggio in un’ imboscata[10].
In una lettera datata 6 giugno 1944, il tenente dei carabinieri Gustavo Lombardi, che aveva prestato servizio alla stazione di Pitigliano, testimoniò di aver scarcerato l’antifascista Adorno Camilli di Sorano “per scrupolo di coscienza, perché il sotto ten. Pini minacciava continuamente di ucciderlo”[11].
A pag. 50 del libro “Per noi il tempo s’è fermato all’alba”, edito da Effigi, Marco Grilli ha pubblicato un documento, rinvenuto nell’Archivio di Stato di Grosseto, fondo Prefettura, relativo a un “giro di propaganda” della Guardia nazionale repubblicana nel territorio di Sorano, con lo scopo di reclutare giovani per l’esercito, cioè un rastrellamento con minacce alle famiglie dei renitenti, compiuto da 15 militi agli ordini di Angiolo Pini, presente il segretario del Partito fascista di Pitigliano[12]. Pini fu uno spietato persecutore di partigiani e antifascisti e il suo nome è legato inscindibilmente all’omicidio del combattente Calvino Gagliardi. Probabilmente il sottotenente lasciò Pitigliano dopo il bombardamento americano del 7 giugno, comunque prima del 10, giorno in cui i partigiani occuparono il paese. Possiamo ipotizzare che egli abbia raggiunto Grosseto già abbandonata dai suoi camerati, per cui ritenne opportuno dirigersi altrove, più lontano possibile dal fronte. Forse era in compagnia del commissario Scalone, quando fu ucciso dai partigiani l’11 giugno del 1944 a Roccastrada.
Sebastiano Scalone, commissario di P.S. alle dirette dipendenze del vice-questore Liberale Scotti, comandò il reparto di poliziotti presente al rastrellamento di Monte Bottigli e alla cattura degli 11 renitenti e antifascisti, barbaramente trucidati a Maiano Lavacchio. Dopo il massacro dei minatori di Niccioleta, l’uccisione dei martiri d’Istia rappresenta l’episodio di maggior crudeltà perpetrato dai nazifascisti in provincia di Grosseto. Peraltro la strage fu opera esclusiva dei fascisti. Scalone è così descritto nel già citato documento del Comune di Grosseto, fondo CPLN: “Sedicente dottore in giurisprudenza. Iscritto al P.F.R.. Ha organizzato e diretto molti rastrellamenti in cui vennero uccisi dei partigiani. Diresse la spedizione di P.S. che portò all’eccidio di Istia d’Ombrone e del quale ebbe a vantarsene pubblicamente, ripromettendosi anche di ripetere in seguito misfatti del genere”[13]. Condannato nel 1946 a morte per fucilazione in contumacia, in quanto collaboratore dei tedeschi invasori, la pena gli venne commutata dapprima all’ergastolo, poi a trent’anni di reclusione. Nel 1973 la Corte d’Appello di Perugia dichiarò estinto il reato[14]. Essendo residente a Roccastrada, è molto probabile che sia stato catturato e ucciso l’11 giugno 1944 dai partigiani mentre cercava di riparare verso località più sicure, cosa che in quei frangenti tentavano i fascisti più compromessi.

La Liberazione
Dopo la Liberazione di Roma, avvenuta fra il 4 e il 5 giugno 1944, la ritirata della Wehrmacht in direzione della Toscana fu rapidissima. Incalzati dagli alleati, i tedeschi raggiunsero in pochi giorni il confine fra le province di Viterbo e Grosseto e solo allora rallentarono il ritmo del ripiegamento, decisi a opporre resistenza all’avanzata nemica. Fu a questo punto che alle loro spalle iniziò la guerriglia delle bande partigiane che popolavano i boschi di Montauto e la Selva del Lamone. La loro azione, a sostegno degli alleati, fu in certi casi determinante per la Liberazione dei centri abitati di una certa consistenza, come Capalbio, Manciano, Pitigliano e Sorano. Pitigliano, probabilmente caso unico in Toscana, fu liberato unicamente dai partigiani fra il 10 e l’11 giugno, con una battaglia ingaggiata contro i tedeschi e durata 26 ore[15]. Quanto avvenuto a sud di Grosseto fu riferito immediatamente agli alti comandi della Wehrmacth, come si deduce dalla lettura dei loro diari di guerra, e certamente influì negli ordini draconiani del 17 giugno, emanati dal Generale Kesselring, sulla modalità di condurre la lotta alle bande, “con tutti i mezzi a disposizione e con la massima durezza”[16]. L’avanzata degli alleati procedette a sud, lungo la costa, dove la 36^ Divisione di fanteria “Texas” liberò Magliano in Toscana e raggiunse Grosseto il 15 giugno; in direzione dell’Amiata avanzavano il Corpo di spedizione francese e una Task force USA detta “Ramey”. Intanto, a partire dall’11 giugno, iniziò lo stillicidio delle singole uccisioni di civili e varie stragi, compiute dai tedeschi e dai fascisti sulla popolazione inerme.
Anche a Roccastrada il passaggio del fronte, che avvenne fra il 14 e il 24 giugno, portò morte e distruzione. Il suo territorio “era al centro delle attenzioni del Comando germanico, perché si trovava in un punto strategico, in quanto costituiva un collegamento con la zona di Pomarance e Volterra, dove erano dislocate le altre divisioni tedesche del XIV Corpo Corazzato, e con Siena, da dove provenivano i rifornimenti”[17]. Agli scontri con i partigiani della “Gramsci”, iniziati già nella prima metà di giugno, i tedeschi affiancarono una strategia del terrore, una “guerra ai civili” che causò la morte di 14 persone, la maggior parte uccise in circostanze non note. Il 12 giugno fu ucciso Tersilio Tofanelli a Sugherecci di Roccastrada; il 15 furono assassinati l’agricoltore Leopoldo Ciacci e il garzone Romolo Bartoli al podere La Fonte da tedeschi ubriachi che avevano ospitato; sempre il giorno 15 fu uccisa a Roccastrada Genoveffa Tiberi; il 16 a Roccastrada fu ammazzata la sessantanovenne Vitaliana Ricci; il 18 a Sticciano venne ucciso Armando Guerri; il 19 furono assassinati Francesco Sgai e Luigi Turacchi in località Capannone; il 19 fu mitragliato a Roccastrada l’operaio Vincenzo Bechi; il 20 giugno persero la vita per mano tedesca 3 operai di Sassofortino, perché nella loro proprietà fu trovato un moschetto; il 21 giugno a Roccastrada venne assassinata l’ottantenne casalinga Giuseppa Natali; il 23 fu ucciso Primo Santri a Sassofortino [18]. Agli omicidi si affiancarono le devastazioni. Fra il 15 e il 24 giugno i tedeschi saccheggiarono, distrussero con le mine o incendiarono 16 abitazioni di Torniella, episodi denunciati dopo la guerra dalle vittime di tali atti vandalici, con dichiarazioni rilasciate ai Carabinieri Reali[19].
Nel frattempo la “Gramsci” si scontrava con i tedeschi con esiti non sempre positivi. Il 17 giugno, in località Ponte del Ricci, 4 partigiani del distaccamento di Montemassi persero la vita in uno scontro con i tedeschi, che erano in netta superiorità numerica. Morirono Diego Degli Esposti, comandante della brigata, Lismo Piastri, Isio Pinna e Francesco Bellitto[20]. Tra il 21 e il 22 giugno i partigiani attaccarono i tedeschi in prossimità di Roccastrada, provocando la morte di 5 nemici e la cattura di altri. Nello scontro perse la vita il comandante della formazione Sady Basi.
Il 23 il grosso dei tedeschi, inseguito dagli alleati, raggiunse Roccastrada. I partigiani fronteggiarono per ore l’avanzata nemica, infliggendo varie perdite e causando lo sbandamento di molti soldati, ma dovettero desistere di fronte ai carri armati del nemico. Roccastrada fu evacuata e i soldati della Wehrmacht, entrati nel paese, si abbandonarono a saccheggi e distruzioni, descritti dal partigiano Elio Tantulli: “Lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi, quando ci fu possibile rientrare era davvero sconsolante; il palazzo comunale, la torre dell’Orologio e decine di altri edifici erano stati fatti saltare con cariche esplosive, molti altri incendiati e molte strade minate”[21].
Il 24 giugno gli alleati raggiunsero e liberarono Roccastrada, incontrandosi con i partigiani e la popolazione. Negli scontri dei giorni successivi furono fucilati 37 tedeschi e molti altri catturati, ma anche i partigiani registrarono 6 vittime. La Relazione mette in evidenza le crudeltà perpetrate sulla popolazione dai tedeschi in fuga, perché i corpi di civili uccisi “continuavano a essere incontrati sparsi qua e là per le campagne ed il loro numero è imprecisato”. La guerra, per Roccastrada, era finita. La III Brigata “Antonio Gramsci” ebbe 28 caduti per la causa della libertà. In questi frangenti si colloca l’uccisione del capitano della Gnr Lorenzo Brocchi, l’ultimo dei cosiddetti “infoibati”, avvenuta il 6 luglio a Aratrice. Brocchi fu l’unico dei 5 ad essere ucciso a pochi giorni di distanza dal passaggio del fronte, quando gli animi erano ancora eccitati dalle distruzioni e dagli omicidi commessi dal nemico in fuga.

Conclusioni
La guerra di Liberazione ha lasciato a Roccastrada molte questioni ancora aperte, come l’evento in cui perse la vita Sady Basi, del quale i testimoni hanno preferito non dire. “Il dopoguerra a Roccastrada – scrivono Benedettelli e Giovannini – è segnato più di altri dalla fatica della ricostruzione di un clima di pace. Si è protratta a lungo una memoria difficile, piena di vuoti, che è ancora impossibile colmare e che a tratti lascia intravedere indizi di episodi mai chiariti. Un clima pesante, di divisioni storiche tra eredi del fascismo e antifascisti, ma anche di disarmonie fra i protagonisti della Resistenza”[22]. Alle stesse conclusioni è giunta Cinzia Pieraccini, che attribuisce la difficoltà a ricostruire pienamente il passato a una resistenza di tipo “antropologico” della popolazione di Roccastrada: “Aleggia fra alcuni roccastradini una sorta di resistenza al racconto, allo sforzo della memoria”, difficoltà riscontrata, non solo per la ricostruzione degli eventi del Ponte del Ricci, ma anche per “il cosiddetto pozzo sprofondatoio – del quale si sono rintracciati alcuni elementi minimi nell’archivio comunale –rispetto al quale laddove non c’è assenza totale di testimonianze, è presente un variegato ventaglio di interpretazioni tale da mettere in dubbio la stessa realtà dell’accaduto”[23]Abbiamo cercato di ricostruire, seppur sommariamente, gli eventi della Liberazione di Roccastrada, all’interno dei quali si collocano le uccisioni di 5 militi fascisti, la cui scomparsa, probabilmente all’interno dello sprofondatoio, non ha nulla a che vedere con le Foibe istriane e giuliane del 1943 e del 1945. Un chiarimento in questo senso – e non è il primo – è stato espresso recentemente da Luciana Rocchi, che ha diretto per molti anni l’Istituto Storico grossetano della Resistenza e dell’età Contemporanea. Intervenendo su “Il Tirreno” dell’11 febbraio, Rocchi ha asserito che “si fa un uso equivoco di un termine (foiba) che rientra in una precisa categoria storica […] se si parla di eventi storici non c’è più in Italia chi ignori che si tratta delle cavità carsiche delle zone di confine dove italiani e tedeschi furono gettati e uccisi”. Luciana Rocchi prosegue confermando la realtà dello sprofondatoio, che “esiste. Ha una precisa localizzazione, si conoscono i nomi di uomini che vi furono gettati. Fatti che vanno inquadrati in quella che fu una guerra civile…”. E più avanti: “Commemorare, pregare, onorare, ascoltare e condividere il dolore è legittimo- Che se ne parli e si cerchi è saggio. Però, per favore, basta con la foiba di Roccastrada”[24]. Certo, è saggio che si cerchi, che si faccia luce su episodi ancora oscuri o dai contorni incerti, mentre è sbagliato e pericoloso strumentalizzare o deformare i fatti per finalità contingenti, che nulla hanno a che vedere con l’onestà e il rigore necessario per ricostruire gli eventi storici.
E’ saggio che si cerchino i dispersi, come il carabiniere Veriano Contrucci, partigiano della Banda Arancio Montauto, catturato dai tedeschi a Manciano il 9 giugno e fucilato, verosimilmente, 2 giorni dopo a Roccastrada[25] ed è altrettanto saggio indagare sulla scomparsa di Ubaldo Fanti, Maresciallo della Folgore, combattente con i tedeschi, mitragliato a morte dagli alleati in prossimità di Sorano. I morti sono morti, sono tutti uguali, si dice, ma non dimentichiamoci mai che da vivi non lo furono.

Franco Dominici

Note

[1] “Il Tirreno”, 9 febbraio 2017

[2] A. Banchi “Ganna”, Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, Effigi, Arcidosso, 2014, pag. 38.

[3] A. Cavoli, Aspettando gli angloamericani. La Resistenza in Maremma fra eroi esaltati, eroi dimenticati, contraddizioni e mezze verità, Stampa Alternativa “Strade Bianche”, Roma 2006, pp. 30-33. F.Dominici.G. Betti (a cura di), Banda Arancio Montauto 1943-1944. La Resistenza fra Toscana e Lazio, Effigi, Arcidosso 2016, pp. 113 e 126.

[4] M. Franzinelli, L’amnistia di Togliatti.1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti, Feltrinelli, Milano 2016, pag. 90.

[5] Aisgrec (Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea), CPLN, b. 7, f. Elenco dei fascisti maggiormente responsabili fuggiti prima dell’arrivo degli alleati.

[6] www. grossetocontemporanea.it: “Il campo di concentramento di Roccatederighi: la mostra e il documentario”. “Il seminario vescolvile di Roccatederighi”.

[7] La Relazione generale della Brigata “Antonio Gramsci” si trova in Aisgrec, Fondo ANPI, B. B7, f. Pp9.

[8] Amedeo Pecci, che sarà anche sindaco di Roccastrada, aveva scelto il nome della Brigata perché era stato a lungo in carcere con Antonio Gramsci. Pecci, segretario del gruppo anarchico Germinal, era stato arrestato nel 1921 a seguito dell’uccisione di un fascista. Condannato a 21 anni di carcere, uscì nel 1936, ma per altri 4 anni fu internato in una casa di lavoro. Uscito alla fine del 1943, ritornò a Roccastrada e si unì alla formazione di Basi. Si veda: L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi, Comune di Roccastrada-Isgrec, Effigi, Arcidosso 2008, pp. 14 e 25, note 5 e 15.

[9] Per questo episodio si veda anche: G. Betti, F. Dominici, Banda Armata Maremmana 1943-1944. La Resistenza, la guerra e la persecuzione degli ebrei a sud di Grosseto (Manciano, Pitigliano, Sorano, Castell’Azzara, Roccalbegna, Capalbio, Magliano in Toscana, Scansano e Ischia di Castro), Effigi, Arcidosso 2014, pp.234-237.

[10] Per l’uccisione del sergente messicano Antonio Marta e del partigiano Calvino Gagliardi, entrambi appartenuti alla Banda di Montebuono di Sorano, si veda F. Dominici, Il Comune di Sorano nella guerra di Liberazione (settembre 1943-giugno 1944), Effigi, Arcidosso 2013, pp. 54-55.

[11] G. Betti, F.Dominici, Banda Armata Maremmana, cit., pag.225, nota n. 534.

[12] M. Grilli, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia, Isgrec-Effigi, Arcidosso 2014, pag. 50; Testimonianza di Bruno Dominici (cl. 1924), cittadino soranese, renitente alla leva, costretto a presentarsi quel 22 marzo insieme ad altri giovani, per le minacce dei fascisti verso le loro famiglie.

[13] Aisgrec, CPLN, b. 7, f. Elenco dei fascisti cit., nel documento compare, per errore, con il nome di Fernando nativo di Catania.

[14] M.Grilli, Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia,cit., pag. 117.

[15] F. Dominici, La battaglia di Pitigliano 10-11 giugno 1944”, in www.nctufo.it, Rubrica “Pillole di Storia”.

[16] G. Betti-F. Dominici, Banda Armata maremmana, cit., pag. 177.

[17] L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi, cit. pp. 34-35

[18] Per le uccisioni dei civili si veda il sito www.straginazifasciste.it, curato, per la provincia di Grosseto, da Marco Grilli.

[19] R. Absalom, P. Carucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945. Guida alle fonti archivistiche. Gli archivi italiani e alleati, Carocci, Regione Toscana 2004, CD allegato, Diari Storici, Lucca-Grosseto, allegati dal 37 al 56. Nell’ottobre del 1944 i cittadini: Lio Bartalucci, Gino Franci, Vittorio Neri, Alberto Giorgi, Lelio Galeazzi, Dino Bartolucci, Alegio Verdiani, Modesta Montemaggi, Dante Verdiani, Procopio Verdiani, Goliardo Cerreti, Tullio Manganelli, Giulio Pedani, Aldo Guerrini, Genesio Parti e Fulvio Geri dichiararono al Maresciallo dei CC di Torniella di aver subìto la distruzione delle loro abitazioni da parte dei tedeschi al passaggio del fronte.

[20] Si veda C. Pieraccini, L’episodio di Ponte del Ricci: 17 giugno 1944, una strage da riscoprire, Comune di Roccastrada, Grafiche Vieri, editrici “il mio amico”, Roccastrada 2005.

[21] L. Benedettelli, M. Giovannini (a cura di), Alcuni racconti della mia vita. Come ho fatto il partigiano. Le memorie di Adriano Muzzi, cit. pag. 39.

[22] Ibidem, pag. 37.

[23] C. Pieraccini, L’episodio di Ponte del Ricci: 17 giugno 1944, una strage da riscoprire, cit., pag 40.

[24] L. Rocchi, “Per Roccastrada sbagliato parlare di Foiba”, in Il Tirreno, 11 febbraio 2017.

[25] F. Dominici, Fra letteratura e storia con i racconti di Gileo Galli” in www.nctufo.it, Rubrica “Pillole di Storia”.