Ricordi del tempo di guerra

Vecchia foto di Manciano

Vecchia foto di Manciano

Petriccio Rosso è un casale nella zona di Montauto. Oggi, vestito di un colore rosso aranciato e munito di ogni confort, accoglie facoltosi clienti che vogliono sperimentare l’ebrezza di attraversare la selvaggia Maremma in sella a un cavallo.
Per me e la mia famiglia rimarrà sempre la penultima tappa di un esodo iniziato con il fuoco delle bombe lanciate dagli angloamericani sulla zona costiera dell’Argentario. Fuoco che si accendeva e divampava, proiettando all’esterno ciò che si annidava negli abissi del cuore di chi aveva voluto la guerra. Quell’esodo fu scandito, man mano, da esperienze discontinue, schegge, fratture, ma nello stesso tempo da incontri con personaggi le cui gesta hanno inciso le pietre della Seconda guerra mondiale.
Non ricordo con esattezza nessuna delle parole dette. Ciò che la voce attorno a me modulava, restava fermo per un istante. Un attimo accompagnato dalla fosforescenza di un luccicare. Poi, ogni parola tracciata, diveniva segno dell’anima. Era il luogo, il tempo ad essere segno, cicatrice, alimento.
Iniziò quel percorso di fuga nel rifugio sotto la porta costruita dal governatore dei Presidi Medina Coeli a Orbetello. Il grido lacerante della sirena ci aveva spinti dentro la polpa della costruzione spagnola. Penetravamo a fatica, schiacciati dal peso della paura. Madri e neonati, giovani, vecchie, bambini. Silenzio. Salmodiare di preghiere. Sospiri. Pianti. In quel momento ognuno era nudo, senza isterie e furori. La vita fronteggiava la morte. Incombente. Divenimmo “SFOLLATI”.
Un’auto nera ci separò dalla paura. Arrivammo a Manciano. Ci accolsero Marina e Tebaldo Legaluppi nell’albergo ristorante “Belvedere”. Ricordo gli abbracci, le rassicurazioni, la tenerezza verso mia sorella che aveva quattordici mesi. Era la fine del dicembre 1943. La promessa che saremmo diventate il centro di ogni loro pensiero fu mantenuta.
Ma ancora dovevamo divenire protagonisti di una scena vuota davanti a uno sfondo di fiamme e tenebre. Noi, inermi, dinanzi al dibattersi furioso della Storia. Intorno alle 20 del 26 gennaio 1944, dopo aver cenato, ci congedammo dagli altri clienti, da Marina che gestiva le donne in cucina e ci avviammo a salire le scale. Entrammo nella camera n°. 3 al 1° piano. La mamma teneva fra le braccia mia sorella addormentata. Lei fu posta nella culla. Io e la mamma nel lettone. Un gran silenzio accarezzato dallo sciogliersi di una fiaba. Poi, nella strada, colpi di arma da fuoco. Un tramestio al piano inferiore. Un singhiozzo di mitraglia. Mamma raccolse mia sorella dalla culla. Ci abbracciò. Immobile piangeva sommessa. Ricordo le sue lacrime sul mio viso, sui capelli. La sua mano accarezzava lieve la mia mano. Non ricordo altro. Mi addormentai. Mamma raccontò al nonno, avvisato il giorno dopo, che verso le 22 Marina e Tebaldo bussarono alla nostra porta. Invitarono la mamma nel salottino e le comunicarono l’avvenuto attacco dei partigiani. Dinanzi all’albergo era stato ferito il segretario politico del Partito fascista Giovacchino Brinci. Il brigadiere repubblichino Catone Corridori era stato ucciso circa venti metri più avanti. Con una sventagliata di mitraglia. Il corpo era a terra in una pozza di sangue. Conoscevamo ambedue. Catone era quell’uomo massiccio vestito sempre di nero, dagli enormi stivali lucidi che si avvicinava spesso al nostro tavolo, nel ristorante, per augurarci buon appetito. Chinava la testa verso la mamma. Ossequioso, mostrava, disposti ordinatamente sulla parte sinistra della giacca, file di “fiocchetti” colorati e medaglie. Il Brinci ascoltava il fluire veloce, aggressivo delle parole di Catone e annuiva distratto, intento alla cena. Seppi dell’accaduto molti anni dopo, ma quei due uomini, vestiti di nero, imperiosi, avevano inciso profondamente la mia memoria.
Ma ciò che fu conseguenza a quel fatto mi fu chiaro subito, appena sveglia, il mattino seguente: saremmo andate a stare in una casa tutta per noi. Marina e Tebaldo ritenevano infatti troppo pericoloso farci restare in albergo. Nello stesso tempo parlavano di una chiusura temporanea. L’albergo era stato requisito dalle autorità per un “summit” di gerarchi fascisti e ufficiali tedeschi coordinato dal Commissario prefettizio.
Fummo accompagnate nel nuovo rifugio da Marina Legaluppi, da una donna con un lungo grembiule bianco e un cesto in mano contenente il nostro pranzo. Un uomo dietro di noi con le valigie. La casa era piccola, sulla sommità di una salita, fra le pieghe del centro storico. Ci fecero calda accoglienza i vicini Aurelio e Croce Maccari che restarono i nostri amici per tutta la vita e oltre. Ci trasferimmo poi nella casa di Odilia Rossi e Vestro, suo marito. La prima costruzione sulla via XX Settembre che tutti chiamavano Borgolungo. Quell’abitazione custodiva un segreto. Una radio requisita dal podestà Mirro Morucci, dopo essere stata chiusa in un sacco di iuta e sigillata, era stata restituita, non sapemmo il perché, alla signora Odilia. Mamma, quando vide il sacco, ne lacerò il lato della manopola e, ogni sera, si sintonizzava su Radio Londra. Il volume era così basso che lei sembrava abbracciare la radio. Ma nonno si era reso conto che Manciano non ci poteva più proteggere dall’incalzare della guerra. A metà febbraio, con un’auto grigia, ci venne a prendere. Lasciammo il dolcissimo Vestro e Odilia, una vecchia bambola con il viso tracciato da una rete di rughe, e … via verso Petriccio Rosso.
Conoscevo per la prima volta l’immensità della campagna. Le greggi. Boschi fittissimi, ruscelli. Tutta la natura si avvicinava e si ingrandiva ai miei occhi. Quell’intreccio ricco e vivace mi dava una sensazione, uno slancio dolce e, impetuosamente crescente, che l’auto grigia si sarebbe alzata e noi saremmo potuti volare e tornare nella nostra casa, nel mio giardino, fra i miei giochi, i miei amici. Quella sconfinata esaltazione mi riempiva, mi stancava e mi addormentai.
L’auto si fermò sull’aia del podere. La signora Pia Biondi abbracciò la mamma e la sorellina in uno slancio di pietà, che ha contraddistinto i nostri contadini nella tragedia della guerra. Dietro di lei il marito Valentino Boggi e i tre figli. La nuora Velia aspettava un bambino. Altri due bimbi mi sorridevano. Nell’aia razzolavano le galline, le oche. Conobbi i “billi”, la scrofa con nove maialini. Non conoscevo questi animali. Iniziò la vita in comune. Avevamo due camere. Una per noi. Una per il nonno quando sarebbe venuto a farci visita. Pranzavamo e cenavamo nella immensa cucina. Sul lato Sud, il focolare. Con il passare dei giorni mi accorsi che, al di là di una porta sempre chiusa, c’erano due donne. Io non potevo bussare a quella porta. Seppi, dopo molto tempo, che si chiamavano Anna e Sara. Erano ebree. Mentre giocavo intorno al casolare con i nuovi amici, notavo arrivare in sella a cavalli scuri due uomini. Non lasciavano il confine della macchia. Era Pia che andava loro incontro. La loro visita coincideva con la preparazione del pane. Quando le forme erano cotte, venivano appoggiate sulla pietra bianca di un tavolo posto sul limitare dell’aia. La padrona di casa, la nuora, mia madre, le portavano agli uomini che le infilavano in sacchi color sabbia e, a mò di bisacce, li facevano dondolare al di là della sella. Qualche parola. Un abbraccio. Montavano e sparivano dentro il bosco da cui erano arrivati. Mamma non diceva. Io non chiedevo. Così come non chiedevo perché Anna e Sara non mangiassero con noi, ma sole, come in castigo. Avevo capito che oltre la casa si estendono “luoghi non luoghi”. Una terra di cui un bambino non deve chiedere notizie.
Un giorno, era appena primavera, intorno all’ora di pranzo, tornando dalle nostre escursioni di bambini, trovai, sull’aia, nonno e mamma che si congedavano da un signore scuro di pelle. I capelli e la barba arruffati. Neri. Accarezzava il suo cavallo come per calmarlo. Dalla fondina, fermata alla cintura, spuntava il calcio nero di una pistola. Mi guardò quando i miei mi indicarono. Aveva gli occhi dolcissimi e stanchi. Seppi, nel momento in cui la mamma pensò che fossi pronta a percorrere il racconto di quei giorni, che quell’uomo era il mitico Capitano Sante Arancio. Allora mi fu fatto vedere e toccare il suo sigillo. Più tardi mi fu donato. Dopo la visita del capitano, venne spesso a trovare la mamma una giovane donna. Era piccola e magra. Coperta di abiti informi. Calzava pesanti calze di lana e scarponi sporchi di fango. I capelli scuri avvolti in una sciarpa nera che le avvolgeva il collo. Sbucava improvvisamente dai cespugli che limitavano la strada a Nord. Salutava furtiva noi bambini e si infilava in casa. Prendeva in braccio mia sorella, le accarezzava la testa riccia. Con le mani ruvide dalle unghie orlate di nero, le faceva lievi carezze. Mia sorella forse sentiva che l’amore è oltre la rudezza dell’apparenza. Sorrideva. Saliva dalla mamma. Pia e Velia, la nuora, sorvegliavano la sorellina. Mamma, quando fui grande, mi parlò della giovane. Si chiamava Mariella Gori. Fra loro si era creato un rapporto profondo. Le legava il filo conduttore della perdita. Mamma e Mariella avevano perduto il loro uomo tragicamente. Il fidanzato di Mariella era partigiano, fu ucciso durante una ricognizione dopo qualche tempo che lei aveva lasciato la sua casa per raggiungere “La Capriola” ed entrare nella famiglia di Sante Arancio e della moglie. Mio padre era morto per una inguaribile malattia quando la mamma aspettava mia sorella da sette mesi. Ma le visite di Mariella non si risolvevano nell’accoglienza e nell’affetto, avevano un’altra ragione. Nonno e mamma, il giorno dell’incontro con il Capitano Arancio, avevano a lui fatto la promessa che avrebbero provveduto a rifornire sua moglie e i suoi figli di quegli alimenti che nonno comprava a “mercato nero” come zucchero, latte condensato ed altri. Inoltre avrebbe procurato capi di vestiario al bambino e alla piccola Annabella di pochi mesi. Mariella infatti riempiva, nelle sue visite, capaci borse nere che accompagnavano il suo ritorno. Chi l’aspettava nella macchia? Questo nessuno l’ha mai saputo.
I primi giorni del maggio 1944 fu celebrato il battesimo di Enzo, il terzo bambino di Marino Boggi e Velia Maccari. La voce muta si era fatta invito. Quel giorno, nella porzione dell’aia che sfiorava il bosco, fu preparata una quantità di tavole imbandite. Arrivarono uomini a cavallo. Uomini a piedi. Come onda dopo onda sulla riva del mio mare lontano. Furtivi. Silenziosi. Alcuni entrarono nella immensa cucina. Bianca, protettiva come le braccia della loro mamma lontana – confidò a mia madre un piccoletto – forse il più giovane di loro. Il suo nome, Clito. Odori. Aromi. Cibi succulenti, preziosi per quella gente volata, per amore, a una vita di stenti. Vino. Gli uomini lasciarono sfilacciare i loro pensieri. Parlavano. Ridevano. Speravano. La speranza disertò invece quella compagnia. I pensieri, i voli di pace che ognuno spingeva al cielo, furono respinti.

 20 Maggio 1944

Nonno era arrivato al Petriccio Rosso la sera precedente. Durante la cena un’atmosfera inusuale pervadeva l’ambiente. Affaticava i volti. Dalla tavola erano assenti il padre Valentino e i figli Marino e Antonio. Duilio aveva la testa bassa sullo “scottino” morbido, liscio, profumato che intrideva le fette di pane compatte, bianche. Pia, evasiva, giustificò l’assenza dei familiari. Erano al “macchiozzo”: una vacca era “sovrapparto”. Al mattino Pia e la nuora Velia si aggiravano silenziose. Gli occhi rossi e gonfi denunciavano una notte insonne. Nonno non chiese nulla, ma ci proibì di allontanarci dall’aia. Anche a pranzo gli uomini erano assenti. Anzi, agli assenti si era aggiunto Duilio. Mamma aveva intuito che Anna e Sara non erano più nella casa. Aveva bussato a lungo alla loro porta. Spinta la maniglia aveva capito che la porta era stata chiusa a chiave. Ma la chiave era sempre in possesso di Pia! Nonno spiava la strada. Quella ruga profonda trasversale da una tempia all’altra che gli ho visto poi tante volte negli anni, raccontò, che Valentino Boggi, quando propose di ospitarci, gli aveva nascosto molte cose. Due dei tre figli, dei quali non aveva parlato, non avevano risposto alla chiamata della Repubblica sociale italiana e dunque, dopo lo sbandamento dell’esercito italiano, erano “imboscati”, fuorilegge. La loro presenza era di serio pericolo a tutti i familiari. Noi, però, non eravamo al Petriccio Rosso solo per una pietà, uno slancio del fratello per il fratello che soffre, ma per un sostanzioso tributo in denaro. Quotidianamente. Nella nostra situazione erano anche Anna e Sara. Intorno alle 15 un roco rumore di mezzi. Sull’aia si fermò rombante una moto di grossa cilindrata. Un sidecar era occupato da un ufficiale. Scese. Tolse gli occhiali guardandosi attorno. Eravamo tutti all’interno della cucina. Solo nonno si pose sulla porta. Salutò l’ufficiale che rispose con una domanda precisa in buon italiano: “Dove sono gli uomini?”. Si fece avanti Pia; pallidissima, affermò che il solo uomo che era in quella casa era suo marito ed era nella macchia a controllare le vacche. L’ufficiale dette ordine ai suoi soldati di perlustrare l’abitazione ed ogni parte del casale. Ecco: ancora il rumore di un automezzo. Arrancava pesante. Si pose al lato della moto. Su di esso cinque soldati. Due nell’abitacolo e tre sul rimorchio che trasportava un pesante ordigno nero come la GUERRA: un obice. I soldati scesero. I fucili puntati furono schierati. L’ufficiale si avvicinò a Pia quasi a sfiorarla e scandì. Quando il tempo non dette risposta, un cenno della testa e due militi afferrarono il nonno per le braccia e lo scaraventarono al muro. Nonno barcollò, non cadde. La mamma piangendo sfuggì alla presa di un soldato e, uscita dalla casa si inginocchiò dinanzi al nonno, lo accarezzava, gli baciava le ginocchia. Implorava. Nonno alloro mostrò il lasciapassare del Comando tedesco di Orbetello. Affermava di essere ospite con la figlia e due “Bebè”. L’ufficiale si mostrava inamovibile. Il solo nonno presente doveva essere ucciso. Poi il nonno ebbe una intuizione. Convinse il tedesco a visitare la cantina. Elogiò con tale capacità oratoria il vino lì conservato che l’ufficiale accettò. Bevve, bevve quell’ “ambrosia” spillata da una piccola botte, che uscì dalla cantina stordito. Improvvisamente tornò indietro. Estrasse la pistola dalla fondina e, mirando deciso, crivellò di colpi prima quella botte, che zampillò di liquido, e poi molte altre. Il vino si sparse a terra esalando il suo odore deciso, aspro. Uscito finalmente, il nonno lo seguiva, si trovò l’enorme scrofa nera davanti. Anche quella fu colpita a morte. Stramazzò a terra, inondando parte dell’aia del suo sangue caldo fluente. Si voltò allora verso il nonno. La pistola in pugno. Con voce insicura annunciò: “Entro un’ora dovrete liberare il podere e andare via. Tutti!”. Salì sul sidecar, aiutato da un soldato, appoggiò il dorso alla spalliera e socchiuse gli occhi. Immediatamente le donne salirono nelle camere. Velia stringeva forte il suo bambino fra le braccia. La mamma, ad ogni scalino, baciava tutto il viso di mia sorella. I piccoli furono messi sopra una coperta, sul pavimento. Noi più grandi dovevamo sorvegliarli. Si arrotolarono materassi, coperte. Si fecero “gruppi” di indumenti. Mia madre riempiva le sue valigie. Il nonno portò dalla carraia due piccoli carri e li pose sotto le finestre. Furono calate le masserizie. Dalla cucina furono portati fuori secchi di farina e ogni altro alimento che poteva essere messo nei sacchi, nelle federe, nei contenitori. Ognuno riempì il suo carro. Fra i cuscini e le coperte furono adagiati i piccoli. I fucili sempre puntati su di noi. Spingendo le stanghe, ci avviammo per strada in discesa. Si faceva sera. La mamma, così delicata, riusciva a equilibrare la spinta del nonno sulle stanghe. Un bivio. Le donne, il volto cereo, gli occhi dilatati per tutto ciò che la sorte aveva posto loro dinanzi in quel giorno, si abbracciarono. Nonno, come benedicente, segnò una piccola croce sulla testa di ogni loro figlio. Dividemmo il nostro cammino. Il buio incombeva. L’aria tiepida fu infranta dal ruggito dell’obice. I tedeschi stavano cannoneggiando il podere. Ci fermammo. Ero sveglia. Avevo sentito. Non avevo paura. Il mio universo era tutto con me. Guardavo la notte. Lievi danzavano le lucciole. Riprendemmo il cammino. Mamma si acquietava cantando una ninna nanna. In alto si allargava il bagliore del fuoco. I resti della casa di Valentino Boggi, incautamente aperta ai partigiani, venivano cancellati dalle fiamme.
Chi aveva fatto la spia? Chi aveva allertato gli uomini? Una lampada ci stava venendo incontro. Un’altra la seguiva. Oscillavano. Beppe e Gino Conti, sui loro cavalli, ci venivano incontro. La loro casa era pronta ad accoglierci.

Stella Morucci