Miti di Maremma: il “Tenente Gino”

“Vi rimando vostro figlio, con la convinzione che i partigiani sono uomini che combattono per una fede e un ideale…[1]

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La Medaglietta del Tenente, rinvenuta in prossimità di Manciano.

Era Gino soldato di gran stile
Forte e dotato di tanto coraggio
Ma di animo e di cuore molto umile,
Giusto e nemico di ogni brigantaggio,
Sol per la libertà prese il fucile,
Ma tradito in quel giorno di maggio
Seguendo della dogana il tracciato
Verso la morte lo condusse il fato.

 Turpe una spia aveva informato
Che il Tenente di lì dovea passare:
Il branco dei nazisti era imboscato
Pronto con la mitraglia ad ammazzare.
Caddero entrambi nel vigliacco agguato
Così il fascista si poté sfamare
Di quel sangue generoso e umano
Carpito al valoroso partigiano[2]

 

Ogni maremmano che ha a cuore la libertà e la democrazia dovrebbe percorrere, almeno una volta nella vita, la strada bianca della Dogana che dal borgo di Murci (Scansano) raggiunge un cippo isolato: una colonna spezzata, alla cui base risaltano le fotografie e i nomi di due giovani partigiani. Qui, la sera del 7 maggio 1944, la milizia fascista uccise, nel corso di un rastrellamento o forse di un’imboscata, Luigi Canzanelli, nome di battaglia “Tenente Gino”, e il suo attendente Giovanni Conti di Montemerano.

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Il Tenente Gino

Ma chi era Luigi Canzanelli e come era arrivato in Maremma?
Colui che era destinato a diventare il partigiano più famoso e amato della nostra terra, era nato da Luigi e Giustina Bironzo in Egitto, al Cairo, il 12 ottobre del 1921, dove sarebbe rimasto fino all’età di 12 anni, fin quando la madre, divenuta vedova, decise di tornare in Italia e stabilirsi a Milano. Era il 1933. Luigi s’iscrisse al Liceo Scientifico Vittorio Veneto e nel 1939 conseguì la maturità; in seguito s’immatricolò alla facoltà di Ingegneria del Politecnico, la celebre università milanese per la quale sostenne brillantemente, per un biennio, numerosi esami.In questi anni Canzanelli maturò idee liberali e antifasciste, che lo caratterizzeranno per tutta la sua breve esistenza. Nel 1941 arrivarono gli obblighi militari: entrò come soldato di leva nel 46° Reggimento Artiglieria Motocorazzata “Trento”, per essere poi inviato al Corso Ufficiali di Complemento di Pesaro e assegnato definitivamente al reparto nel 1942. Alla data dell’8 settembre si trovava a Grosseto, insieme all’amico Antonio Lucchini, anch’egli sottotenente, con il quale avrebbe condiviso buona parte di una nuova avventura: la Resistenza. Nel capoluogo maremmano i due sottotenenti erano bloccati con l’81° Batteria cannoni anticarro, composta da un’ottantina di uomini, perché avevano esaurito le scorte di benzina. A Grosseto appresero dell’armistizio, cui seguì lo sbando dell’esercito e del loro reparto.

Così decisero di partire per unirsi agli anglo-americani, ma prima di mettersi in viaggio “ai cannoni togliemmo gli otturatori e rompemmo gli equilibratori, perché i 75 controcarro avevano una bocca da fuoco molto lunga, dunque una preponderante di portata notevole, ed eliminati gli equilibratori non si poteva più manovrarli né dare loro elevazione, erano fuori uso. Dunque, allora, prendemmo gli otturatori e li caricammo sul camion, poi forammo gli equilibratori che erano ad aria compressa, dunque sabotammo i camion e gli otturatori, che buttammo poi nell’Ombrone a Istia. Con l’autocarro Bianchi Cives partimmo io, Gino Canzanelli, il sottotenente Decimo … e il comandante della batteria che era il tenente Arosio[3]. I quattro militari raggiunsero Montemerano il 12 settembre 1943. Qui presero contatto con gli antifascisti e con Arancio Santi, il fondatore della prima banda partigiana in Maremma, nata a seguito di varie riunioni a casa della partigiana Mariella Gori, nel centro storico di Manciano. I repubblichini del luogo, scoperta l’attività clandestina, cercarono di arrestare Arancio che riuscì a fuggire e a nascondersi a Montauto, mentre Lucchini e Canzanelli caddero nelle mani dei fascisti e finirono in prigione ad Arcidosso. Da quelle carceri riuscirono a evadere nel dicembre del 1943 e a raggiungere le macchie del mancianese, la località Pelagone, non molto distante da Montauto. Iniziarono i mesi della lotta armata, della clandestinità assoluta, dei disagi del vivere alla macchia, in nome di un’altra Italia, avversa a quella della propaganda e della retorica del regime. Entrambi i sottotenenti avrebbero potuto aderire alla RSI, dormire in caserme riscaldate, ricevere la paga mensile, mangiare pasti caldi e abbondanti. La loro scelta fu diversa, ferma, irreversibile, come quella degli altri sottotenenti e soldati della “Montauto”.

Il Tenente Gino, che tutti hanno descritto come uomo coraggioso e silenzioso, non ci ha lasciato un resoconto delle sue azioni e quelle che elenchiamo sono il risultato di una nostra ricostruzione, basata sulle testimonianze dei suoi uomini, su relazioni partigiane di altri reparti, su documenti fascisti, di vari archivi e su alcune pubblicazioni. È immediatamente evidente il fatto che quasi nessuna azione è diretta contro i tedeschi: quella di “Gino” fu esclusivamente una guerra civile, una lotta contro il nemico fascista, considerato traditore e asservito ai tedeschi. L’elenco delle azioni che segue prende avvio dai giorni successivi alla fuga dalle carceri di Arcidosso, quindi posteriore all’attività di recupero delle armi, che vide protagonista anche Canzanelli sin dall’ottobre del 1943.

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Lapide presso il Comando Provinciale Carabinieri di Grosseto

CRONOLOGIA DELLE AZIONI DEL TENENTE GINO

20 Dicembre 1943: Antonio Lucchini e Luigi Canzanelli si collegano alla Banda Arancio Montauto e sono posti alle dirette dipendenze del capobanda.

11 Gennaio 1944: Manciano-Montemerano, è attaccata l’auto in transito del segretario politico Brinci, che rimane ferito assieme a un altro fascista.

10-15 Gennaio 1944: il gruppo partigiano di Capalbio, guidato da Sergio Salvetti, si collega alla Banda Arancio Montauto tramite il Tenente Gino al quale, in occasione di quel primo incontro, sono consegnate varie armi automatiche e munizioni.

23 Gennaio 1944: i partigiani minano il ponte sul fiume Fiora presso Montalto di Castro. Il ponte crolla e il traffico è bloccato per vari giorni. L’azione è condotta dal Tenente Gino.

26 Gennaio 1944: Manciano, alle 20.30 un gruppo di partigiani, fra i quali è presente Canzanelli, attacca l’albergo Legaluppi, residenza delle autorità fasciste. Nello scontro è ucciso il sergente della GNR Catone Corridori, originario di Roccastrada, inviato per contrastare gli antifascisti mancianesi e i partigiani. È ferito anche il segretario Brinci. Nella sparatoria i partigiani hanno un caduto: l’ex aviere Salvatore Martinez.

1-29 Febbraio 1944: a seguito di ripetuti contrasti all’interno della “Montauto”, i tenenti Antonio Lucchini e Luigi Canzanelli formano delle bande autonome. Luigi Canzanelli si sposta nella zona di Scansano-Murci con i combattenti di Manciano e nella sua nuova formazione, conosciuta poi come Banda di Murci, entrano anche elementi appartenuti ai Tigrotti di Maremma[4]. Il Tenente Antonio organizza il suo campo nella zona del Pelagone (Manciano) e di Monte Bellino (Ischia di Castro).

17-18 Marzo 1944: a Cerreto Piano di Scansano è attaccata la locale miniera e asportato esplosivo e altro materiale e poi uomini della Montauto disarmano quattro militari della guardia di finanza.

19 Marzo 1944: i partigiani attaccano la miniera di Baccinello di Scansano. Sono sequestrati esplosivi, coperte e altro materiale.

21 Marzo 1944: il paese di Murci è occupato dai partigiani, che si scontrano con i tedeschi e le forze di polizia. A seguito di tale scontro i combattenti alla macchia lasciano l’abitato.

21 Marzo 1944: i partigiani attaccano la sezione del PFR di Baccinello, s’impossessano di armi, minacciano il segretario del fascio locale e distruggono un ritratto di Mussolini.

24 Marzo 1944: i partigiani occupano il paese di Murci, distruggono la sede locale del PFR e requisiscono 120 quintali di grano all’ammasso.

26 Marzo 1944: il Tenente Gino sequestra in un albergo di Samprugnano il commissario prefettizio di Manciano Giovacchino Brinci e il sergente della GNR Guglielmo Faenzi. Nell’azione è ucciso il maresciallo della GNR Luca Carlucci. I due prigionieri sono portati al campo partigiano delle Caprarecce. Giovacchino Brinci riesce a fuggire e a informare la GNR e allora i partigiani uccidono Faenzi e si allontanano rapidamente dalla zona.

1-15 Aprile 1944: il Comitato militare provinciale consegna alla Banda di Murci 15 moschetti forniti dal CPLN.

7 Aprile 1944: a Montecucco è ucciso dai fascisti il comandante della Formazione Mameli, il lance corporal (caporale) Roderik Douglas Lawrence, amico di Canzanelli, conosciuto come “Capitano Rodric”, che aveva precedentemente comandato i partigiani di Montebuono di Sorano.

10 Aprile 1944: un rastrellamento della GNR nella zona di Murci consente la liberazione di un milite fascista sequestrato il 21 marzo dai partigiani.

13 Aprile 1944: alcuni appartenenti a “bande armate” sequestrano del materiale alla miniera di Baccinello (Scansano).

21 Aprile 1944: il Tenente Gino attacca nella notte gli uffici della Questura di Grosseto, sfollati a Preselle. Sono asportate armi e distrutto il carteggio rinvenuto nel locale.

28 Aprile 1944: a Preselle di Scansano i partigiani ingaggiano una sparatoria con un milite fascista che è ferito dalle schegge di due bombe a mano.

28 Aprile 1944: i partigiani requisiscono due buoi, un carro e del materiale alla minieria di Baccinello di Scansano.

1-5 Maggio 1944: la banda di Murci assalta il locale ammasso del grano e fa distribuire la farina ricavata dalla macinazione alla popolazione. Stessa sorte subirà l’ammasso del grano di Baccinello, requisito e distribuito alla gente, nonostante la GNR riesca poi a recuperarne una parte.

1-5 Maggio 1944: il Tenente Gino e i suoi uomini catturano, nelle campagne intorno Montemerano, presso il podere “Casettina”, un giovane del luogo che confessa, sotto la minaccia di una pistola, di essere stato inviato dal fascista repubblicano Severino Fabbri per conoscere il campo dei partigiani, il loro numero, le armi in dotazione e le munizioni. Canzanelli, saputo che il compenso per la delazione ammontava a 150 lire,scaglia in faccia alla spia il portafogli della banda contenente 32.000 lire. Prima di partire per “l’azione e che poi si tramutò in imboscata che finì con la perdita del povero Tenente Gino”, Canzanelli ordina al partigiano Egisto Fatarella di legare l’uomo catturato, bendarlo e imprigionarlo nella capanna del corpo di guardia. Presenti al fatto sono il partigiano inglese Kitts Douglas e l’americano Jimmy Rilly[5].

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Cippo dedicato al Tenente “Gino” a Murci, sul luogo dove fu ucciso. A sinistra del cippo il partigiano Ameglio Machetti

5-7 Maggio 1944: con un gruppo di uomini, Canzanelli assale la caserma dei carabinieri di Cana per appropriarsi di armi e munizioni. L’attacco non ottiene l’esito sperato per la determinazione a resistere dei militari e allora i combattenti alla macchia si spostano verso il paese di Stribugliano e lo occupano. Nel frattempo il partigiano Albino Pastorelli ferma alcuni giovani di Cana, fra cui un figlio di Gino Giustarini, brigadiere della guardia nazionale repubblicana di Roccalbegna. Il giovane è trattenuto dai partigiani, ma dopo uno scambio di lettere fra il Tenente Gino e il Giustarini, è rilasciato il giorno 6. La mattina del 7 maggio del 1944 militi fascisti al comando del capitano Santini arrestano il partigiano Mario Marini, nativo di Sorano, che ammette di dipendere dalla banda del Tenente Gino. Inizia l’operazione di rastrellamento sotto la direzione del capitano fascista Vitali che si avvia con i suoi militi, muniti di nuovissimi fucili mitragliatori Beretta, verso le Caprarecce, la base partigiana di Gino. I fascisti sono guidati dal Marini, tenuto legato con una fune. A circa 2 chilometri dalle Caprarecce avviene il drammatico incontro: i militi repubblichini, odono rumori di passi e voci e possono anticipatamente predisporsi all’agguato. Stando anche alle testimonianze dei partigiani presenti e sopravvissuti all’imboscata, essi non si accorgono di nulla fino a quando non avvertono gli spari. Muore così a Murci il mitico Tenente Gino, all’età di 22 anni, insieme al suo inseparabile attendente Giovanni Conti di Montemerano, di 21 anni. Dopo aver colpito a morte i due partigiani, i repubblichini infieriscono sui loro corpi, come costatato dal parroco Don Giovanni Battista Amantini, che descrive in dettaglio le numerose ferite di arma da fuoco[6], sparate per disprezzo, rabbia repressa e educazione al culto della violenza.

Canzanelli è insignito di medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria e a lui è dedicata la caserma che ospita il Comando Provinciale dei Carabinieri di Grosseto. Sepolto nel cimitero di Murci assieme a Giovanni Conti, la sua salma viene esumata nel 1946 e da allora riposa presso il Cimitero Maggiore, Campo dei Partigiani, tumulo 112, mentre quella di “Giovannino” nel camposanto di Montemerano[7]. Conti verrà insignito di medaglia di bronzo al Valor Militare (1957) e poi di Croce al merito di guerra (1962).

10-15 Giugno 1944: la morte del Tenente Gino ha immediate conseguenze. Infatti, in due distinte azioni, i partigiani della Formazione Monte Bottigli di Magliano in Toscana, catturano 6 fascisti, fra i quali Gino Giustarini e Mario Marini, ritenuto il traditore di Canzanelli. I 6 sono passati per le armi il 15 giugno 1944 a Montiano. Giustarini, in realtà, è consegnato ai partigiani da un suo conoscente, che lo aveva incontrato a Grosseto, dove il milite della RSI si era rifugiato nei convulsi giorni del passaggio del fronte, presso la trattoria della vedova Molinacci, sita in via S. Martino. Dopo essere riuscito a convincere il repubblichino a salire sul proprio automezzo, “giunto in località Maiano lo consegnai in mano di coloro che resero giustizia, promessa fatta al suo tenente Gino eroicamente caduto[8].

Franco Dominici

NOTE

[1] Lettera del Tenente Gino al brigadiere della GNR Gino Giustarini del 6 maggio 1944 conservata presso l’archivio dell’ISGREC ( Istituto grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea).

[2] Le due ottave sono tratte dalla poesia in ottava rima “Tenente Gino e Giovanni Conti” Maggio 1944-Maggio 2011, di Elino Rossi, che mi donò per il Settantesimo della Liberazione, in occasione della presentazione del mio volume “Banda Armata Maremmana” a Murci.

[3] Testimonianza di Antonio Lucchini rilasciata a Giulietto Betti il 20 marzo 1987, pag. 8.

[4] Per i Tigrotti si veda ASGR (Archivio di Stato di Grosseto), Fondo R. Prefettura, b. 797.

[5] AISGREC, CLN Manciano, busta 4, f 153 Leopoldo Sarti, Dichiarazione del partigiano Gualtiero Giannerini rilasciata al Maresciallo dei CC Luigi Zacchino il 19 luglio del 1944. Della morte del Tenente Gino ci fu chi si complimentò con il Tenente fascista Edoardo Stoppa, che in quei giorni era presso la caserma di Scansano. Nella Relazione del Comandante Arancio, in riferimento a Canzanelli, è riportato quanto segue: “Alla fine di febbraio, pur rimanendo alle dipendenze tattiche della B.A.M., si spostava nella zona di Murci, ove subiva due rastrellamenti; il primo sventato in tempo dai reparti della Banda dislocati nei pressi; e nel secondo avvenuto il 12.4.1944, per parte del Ten. Repubblichino Stoppa, lasciava eroicamente la vita alla testa del suo reparto” .

[6] AISGREC, Fondo ANPI, busta II.5, Pratiche riconoscimenti partigiani da 201 a 300, n. 298 Canzanelli Luigi. Testimonianza del partigiano Aroldo Colombini.

[7] N. Bianchi, Il tenente Gino e il soldato Giovanni, Ed. ETS, Pisa 2013, pp. 112-119.

[8] AISGREC, CPLN, busta 39 fascicolo G. Giustarini.