Maggio 1944: una strage nel Comune di Manciano

“A tutti i rurali di Maremma”
“E’ necessario che tutti i Rurali di Maremma, ingannati da una propaganda falsa e bugiarda sappiano chi sono coloro che, sotto il mandato del Patriottismo, si atteggiano a futuri salvatori del popolo Italiano. Essi sono i fuggiaschi di tutte le razze, negri, neo-zelandesi, russi e simili, quei prigionieri ai quali si sono uniti ex Ufficiali Italiani di dubbia moralità civile e che cercano di sfuggire alla giustizia, atteggiandosi a grandi patrioti. I partigiani sono gli attuali svaligiatori di case, gli assassini dell’imboscata, i fratelli di coloro che distruggono con i bombardamenti le nostre città, macchiandosi del sangue delle nostre donne e dei nostri ragazzi. Poiché le bande si sostengono con i viveri che vengono forniti dai Rurali di Maremma, è opportuno si sappia che chi aiuta i partigiani si rende complice di essi, quindi passibile delle più gravi pene, è necessario che si sappia che qualora i rifornimenti non finiscano, il Comando Germanico troncherà il male alla radice, adottando i più severi provvedimenti. Qualunque denunzia di appartenenti alle bande sarà trattata con la massima riserva dagli Uffici Tedeschi e compensata con un premio di L. 1800. Ogni omissione di denuncia sarà punita dai Tribunali. IL CAPO DELLA PROVINCIA: f.to Alceo Ercolani”.

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La chiesa di San Martino sul Fiora, presso la quale una piccola lapide riporta i morti delle due guerre mondiali e le vittime della strage del maggio 1944

Questo, della primavera del 1944, è uno dei tanti bandi minacciosi del prefetto repubblichino Alceo Ercolani, il viterbese (era nativo di Bomarzo) che diresse con pugno di ferro la provincia di Grosseto nei nove mesi di occupazione nazifascista. Il testo non lasciava adito a dubbi: i contadini che ospitavano partigiani e soldati alleati sbandati rischiavano la vita, il sequestro dei beni e la distruzione dell’abitazione. Che non si trattasse di vane minacce lo si era visto all’inizio di marzo del 1944, quando, dopo un conflitto a fuoco con i tedeschi, nel quale avevano perso la vita il partigiano Ugolino Lombardi, 2 russi e 2 polacchi, erano state incendiate abitazioni in località Pian di Morrano (Pitigliano), arrestati e rinchiusi nelle carceri di Viterbo i proprietari, ritenuti sostenitori delle bande. Malgrado i rischi, non furono pochi in Val di Fiora coloro che ebbero il coraggio e la grande umanità di aprire le porte di casa propria ai ricercati, “Juden”, “Banditen” e soldati stranieri sfuggiti ai tedeschi, ma per farlo era indispensabile la massima accortezza, una continua circospezione e non fidarsi assolutamente di nessuno. L’attività dei delatori, infatti, poteva rivelarsi micidiale, come purtroppo avvenne a Ilio Santarelli di S. Martino sul Fiora e a 3 ex prigionieri di guerra che ospitava, 2 inglesi, Hass Lawrence[1] e Wright Henry detto Hony[2] e un sudafricano di nome Bagraim George Michael[3]. Tutti vennero catturati a seguito di una spiata alle ore 23 del 3 maggio 1944 da tedeschi e fascisti, per essere assassinati qualche giorno dopo, nella notte tra il 5 e 6 maggio 1944 presso la frazione di Montemerano, in località Ainzara. Il podere Cavallini, dove erano nascosti gli ex prigionieri, fu dato alle fiamme dai nazifascisti, mentre l’abitazione in San Martino di Santarelli venne completamente svaligiata dagli aguzzini[4]. Tra i 9 nazifascisti che presero parte all’arresto, era presente anche il commissario prefettizio di Manciano Sokota Messa Boris, poi ufficiale delle Brigate Nere[5].
Ilio Santarelli, nato a Sorano il 23 gennaio 1896, era un antifascista di grande generosità e la sua casa era stata visitata anche da 4 fratelli ebrei, i Servi, cioè Gino, Edda, Marcella e Lello, nascosti nelle campagne del soranese, i quali avevano saputo che uno dei soldati britannici, Hass Lawrence, era di religione ebraica. Quasi certamente i 3 inglesi erano gli stessi che prima di raggiungere la casa di Santarelli a S. Martino sul Fiora[6], avevano trovato ospitalità nella zona dei Pianetti di Montemerano, presso i contadini Ruggero Palazzi e Oreste Mecarozzi. Portava loro da mangiare Elena Bianchi, una bambina di 7 anni, nipote di Palazzi. Ma le minacce di un fascista di Montemerano, che era venuto a sapere della presenza dei militari alleati e che aveva manifestato il proposito di ucciderli personalmente, costrinsero i contadini ad orientare gli inglesi verso una località ritenuta più sicura, quale invece non si rivelò S. Martino sul Fiora[7]. Santarelli svolgeva attività agricole lavorando, a conduzione diretta, un appezzamento di terreno nei pressi di S. Martino e coadiuvando nel lavoro il contadino che gestiva il podere di proprietà della moglie, un po’ più distante dal paese. Nell’inverno del 1944 i soldati inglesi si fecero vedere sempre più spesso nella zona e ricevettero gli aiuti necessari per la sopravvivenza, cibo e alloggio, soprattutto dai contadini, contraccambiando con qualche piccolo lavoro. Non dormivano in una fissa dimora e al paese tutti sapevano della loro presenza. Nella zona circolavano anche altri sbandati e prigionieri, soprattutto russi, fuggiti dai campi d’internamento tedeschi, in quanto S. Martino era un luogo di transito quasi obbligato, perché vi passava la strada (poco più di un sentiero) che portava al guado del vicino fiume Fiora. Anche i Santarelli avevano, come molti altri, un rapporto cordiale con i soldati inglesi, che aiutavano nei loro bisogni come potevano. Il giorno del loro arresto, i 3 soldati si trovavano al podere di Ilio Santarelli per assisterlo nei lavori agricoli. La squadra nazifascista non passò dall’abitazione usuale dei Santarelli nel paese, ma si diresse immediatamente a questo podere, dove gli inglesi stavano aiutando il contadino e dove pernottavano da 2 notti. Ci fu una spiata e la voce popolare riferì di una delazione fatta solo per avere del sale[8]. Al riguardo non ci sono dubbi, perché in una lettera riservatissima inviata al Comando della Provincia di Paganico, da parte di Sokota Messa Boris, s’informa dell’avvenuta cattura dei prigionieri di guerra, del Santarelli e del renitente di leva Aldo Rossi, della classe 1925, poi consegnato ai tedeschi per lavorare nell’organizzazione T. F.O.D. La lettera si concludeva con la richiesta di indicazioni “circa il premio da elargire all’informatore per incoraggiarlo a rendersi utile anche in seguito alle autorità della repubblica[9]”.
Gli inglesi e Santarelli furono arrestati e condotti a Manciano, nei locali del Municipio. Subito o durante l’arresto fu fatto scempio delle suppellettili dell’abitazione, che poi venne incendiata. Furono anche rubati un paio di buoi, una scrofa con 10 maialini e un carro carico di cibarie prelevate dalla cantina, tutto requisito dai tedeschi. Due giorni dopo la cattura, nella notte fra il 5 e il 6 maggio, i prigionieri furono uccisi a colpi di pistola lungo la strada che da Montemerano porta a Scansano, in località Ainzara, dove era stata precedentemente scavata una fossa e un’altra sembra fu approntata subito dopo l’assassinio. Il luogo della loro sepoltura rimase nascosto per molti mesi e fu scoperto solo nella seconda metà di settembre del 1944[10]. In realtà diversi testimoni avevano udito il rumore degli spari, sentito il movimento di mezzi e visto, sul luogo dell’esecuzione, molti bossoli di pistola e delle macchie di sangue e, a poca distanza, due tumuli di terra mossa da poco tempo. Per timore di ritorsione, avevano preferito non rivelare nulla. In effetti, erano stati sparati dai 10 ai 15 colpi di pistola e uno dei testimoni aveva addirittura visto come era avvenuta l’esecuzione: i 4 erano stati messi in fila e, dietro di loro, 2 fascisti li avevano colpiti mortalmente. Dolo la Liberazione gli inglesi, una volta scoperti e identificati i corpi delle vittime, svolsero subito le indagini per individuare i colpevoli[11], giungendo a conclusione che l’eccidio era stato opera di italiani. Così furono arrestati e interrogati vari militi della GNR. Uno di questi, un certo P.S., morì suicida nelle carceri di Manciano, impiccandosi alle grate della porta della prigione, dopo essere stato messo a confronto con un testimone; altri 3 furono condannati a morte con sentenza emessa dal processo che si svolse a Grosseto nel marzo del 1945: Sokota Messa Boris, un certo Fabbri di Follonica, vice commissario prefettizio a Manciano e tale Franchi, maresciallo della GNR, tutti condannati a morte in contumacia nel 1945, poiché erano irreperibili. Franchi fu in seguito segnalato come deceduto e così, sia Sokota, sia Fabbri vennero inseriti dagli alleati nella lista dei Criminali di Guerra ricercati. Il 23 marzo 1946 fu aperto un procedimento da parte della Procura Generale Militare di Roma a carico di Sokota, di Fabbri e del Franchi[12]. L’accusa era “Violenza con omicidio, aiuto al nemico e rapina”, al fascicolo fu attribuito il numero 1169 e rientrò poi tra quelli “provvisoriamente archiviati” il 14 gennaio 1960 e depositati nel famigerato “Armadio della vergogna”, come venne chiamato al momento della sua scoperta nel 1994[13]. Fabbri uscì dalla latitanza nel 1951, quando un abile maresciallo dei carabinieri lo identificò a Levico, in Trentino, dove viveva sotto falso nome. L’avvocato difensore di Fabbri riuscì comunque a far annullare dalla Cassazione la precedente sentenza e nel nuovo processo che si tenne presso la Corte d’Assise di Grosseto, nel febbraio 1953, l’imputato fu definitivamente assolto[14].
E Sokota? Questo dalmata, nato a Sella nel 1913, era figlio di 2 maestri elementari che si erano trasferiti a Follonica nel 1928. Era un ragioniere, che nel 1943 divenne Commissario ausiliario di P.S. e in questa veste collaborò alla cattura, a Follonica, di alcuni antifascisti. Nel gennaio del 1944 era stato nominato Commissario prefettizio di Manciano, dove si distinse, assieme al segretario politico Gioacchino Brinci, per crudeltà e determinazione. Dopo la Liberazione fuggì a nord, dove divenne Capitano della Brigata Nera “Tullio Cividino” di Trieste. Ma anche per lui giunse la fine: fu catturato dai partigiani comunisti del Maresciallo Tito e fucilato, l’8 agosto del 1945, nel carcere di Lopoglova in Croazia.

Franco Dominici

NOTE

[1]  Nato l’11 maggio 1911 a Rochester nel Kent, stava per compiere 33 anni. Era stato artigliere (gunner) nel 65° anti-tank Regt. Royal Artillery (The norfolk yeomanry).

[2]  Nato a Cardiff (Wales) il 14 giugno 1914, non aveva ancora 30 anni. Era stato artigliere (gunner) nel 68 H.A.A. Rgt. Royal Artillery.

[3] Nato il 16 giugno 1916 a Southampton, aveva 28 anni. Era stato un soldato semplice (private) nei Transvaal Scottish, South African Forces. Erroneamente è ricordato in vari documenti come Begrain oppure Bargrain. Quest’ultimo aveva in precedenza trovato rifugio a Bagnolo, presso Santa Fiora.

[4] Cartografia della Resistenza, a cura di Nicla Capitini Maccabruni: alla data del 5 maggio 1944 è riportato che “militari germanici uccidono 3ex prigionieri di guerra inglesi insieme al civile italiano che li aveva ospitati”; Le stragi nazifasciste In Toscana, a cura di Absalom e altri, Testimonianza rilasciata ai carabinieri di Saturnia dalla Signora Scalabrelli Vincenza il 7 dicembre del 1944. AISGREC, Busta n. 17, fascicolo S. Martino sul Fiora, lettera del Sottocomitato di Liberazione nazionale di S. Martino sul Fiora al CLN di Grosseto del 9 gennaio 1945.

[5] V. Guidoni, Cronache Grossetane. Settembre 1943-giugno 1944, pag. 130.

[6] Nel 1944 la famiglia Santarelli di S.Martino sul Fiora era composta dal capofamiglia Ilio, di anni 48, dalla moglie Barbera Vincenzina Scarabrelli e dalle figlie Erita di 23anni, Sidera di 18 anni e Lida di 16 anni. Si ringrazia Nedo Bianchi di Follonica per questa informazione.

[7] Testimonianza di Elena Bianchi, classe 1937 e AISGREC, CLN Manciano, b. 3, f. 95.

[8] Si veda la testimonianza di Edda Servi in Child of the Ghetto. Coming of age in Fascist Italy, 1926-1946: a memory, cit., che nel brano citato Pasqua 5704, afferma: “I fascisti erano andati a prendere Ilio e i tre fuggitivi dopo che un contadino li aveva traditi per un chilo di sale. Il sale era scarso e prezioso ed ecco un uomo pronto a sacrificare quattro vite umane per una manciata di esso”.

[9] Claudio Biscarini, Mangiamo carciofi, Effigi, 2017, pag. 107.

[10] A.CM.M., Registro atti di morte 1944-45-46, registro suppletivo degli atti di morte per l’anno 1944, Ilio Santarelli.

[11] Per eseguire un’autopsia approfondita dei cadaveri, i resti dei 3 inglesi furono portati a Roma e ora riposano nel Cimitero militare britannico di Roma.  I 3, nell’archivio della Commissione sui caduti in guerra britannici, risultano erroneamente morti il 25 maggio 1944. Informazioni fornite nel 2002 dalla Commonwealth War Graves Commission.

[12] Documenti allegati ai lavori della Commissione parlamentare della XIV legislatura (2005/2006) sui Crimini Nazifascisti. Fonte internet: www.camera.it/-dati/leg14/lavori/stenbic/57/2.

[13] Per la ricostruzione dell’intera vicenda dell’Armadio della Vergogna si possono leggere vari libri tra cui: M. Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001. Mondadori, Milano 2002. Il fascicolo relativo alla strage di S. Martino sul Fiora fu riaperto nel novembre 1994, per essere definitivamente archiviato il 4 maggio 2002.

[14] Il Mattino dell’Italia Centrale, vari articoli del febbraio 1953.