La strage di Roccalbegna: 11 giugno 1944

La mattina del 9 giugno 1944, presso il mulino di Aristotile Pollini, nel Comune di Roccalbegna, fu distribuita la farina a pagamento alla popolazione su preciso ordine dei partigiani della Formazione “Alta Maremma”, distaccamento di Roccalbegna comandato da Sante Bindi. Alessandro Denci si avviò verso il mulino in compagnia della figlia Amabile per prenderne la quantità che riteneva necessaria alla propria famiglia. Appena superato il ponte dell’Albegna, Denci notò la presenza di un autocarro della milizia fascista pieno di soldati. I militi appartenevano a un plotone della 2^ Compagnia OP (Ordine Pubblico) di Grosseto della GNR e, assieme ad altri della GNR di Arcidosso erano stati inviati a Roccalbegna per riprenderne il controllo. Infatti, nella notte tra l’8 e il 9 giugno 1944, i partigiani, dopo aver interrotto le linee telegrafiche e telefoniche e aver bloccato le due strade provinciali, avevano preso possesso del paese. Occupato Roccalbegna, i combattenti fecero distribuire alla popolazione olio e formaggio preso dagli ammassi[1]. Denci, giunto al mulino, acquistò regolarmente un sacco di farina e si avviò a depositarlo presso la nipote Ancilla, che abitava nella casa di Rodolfo Bonelli, in prossimità del mulino stesso. In quell’istante una guardia repubblicana intimò all’uomo di riconsegnare immediatamente il prodotto ritirato, anche se Denci fece notare di aver pagato tutto regolarmente. Non appena il fascista si allontanò dall’abitazione, ebbe inizio una violenta sparatoria. Alessandro Denci rimase ferito a un braccio da un colpo d’arma da fuoco che aveva perforato la porta di casa della nipote, mentre i repubblichini si accanivano a sparare all’interno del mulino, ferendo a una coscia Paolino Pollini, lì presente per aiutare il mugnaio nella distribuzione. A causa di quella ferita Pollini morirà il 19 ottobre del 1944. Paolo Pollini era residente a Orbetello; era sfollato a Roccalbegna a causa dei bombardamenti aerei. Durante il Processo ai fascisti, svoltosi a Grosseto nel 1945-1946, risultò che era iscritto al PFR e che fu ferito per motivi personali da un milite della GNR.

Roccalbegna

Roccalbegna

Poco dopo i militi si spostarono nell’abitato di Roccalbegna, dove organizzarono una sorta di mercatino per vendere cuoio e stoffe e se ne andarono dal paese il giorno successivo, nel tardo pomeriggio del 10 giugno, diretti alla fattoria della Triana[2]. La GNR in ritirata aveva lasciato un segno di crudeltà del suo passaggio. Mentre i fascisti percorrevano la rotabile Roccalbegna-Triana, in località Pratovinci, la colonna fu attaccata, alle 19 circa, da un gruppo di partigiani che, appostati lungo la strada, presso la località Caverna, sparò verso di loro con la mitragliatrice, ferendo un militare[3]che rimase al ponte delle Zolforate. Giunti alla Triana i repubblichini avvisarono i tedeschi dell’agguato in cui era rimasto ferito il loro commilitone e i teutonici s’incaricarono di soccorrerlo e portarlo in salvo con un loro automezzo[4]. Questi episodi crearono un clima di grande tensione in zona e precedettero la terribile strage di Roccalbegna, la prima in ordine di tempo avvenuta in provincia per opera di soldati tedeschi, contemporanea di singole uccisioni che avvenivano in quei giorni di passaggio del fronte nei comuni grossetani di confine con la Provincia di Viterbo, particolarmente a Sorano.
La sera del 10 giugno giunse a Roccalbegna un motociclista tedesco con il mezzo in panne che fu costretto a fermarsi dal meccanico del paese, Alfonso Lorenzoni, per riparare la moto. Il soldato proveniva da Grosseto ed era diretto alla Triana dai suoi commilitoni, ma dovette passare la notte in paese. Siccome la locanda di Bosia Bindi era al completo, il soldato ritornò presso il meccanico, che lo fece dormire su alcune balle vuote depositate presso un corridoio della sua abitazione. La mattina successiva, 11 giugno, mentre l’artigiano, noto fascista repubblicano, era intento a riparare la motocicletta, il tedesco attendeva presso la porta dell’officina che si affacciava sulla strada Roccalbegna-Triana. Intorno alle ore 7 del mattino si presentò all’officina Mario Pollici, un uomo del paese che invitò per 2 volte il tedesco a disertare per unirsi ai partigiani, ma il soldato germanico rifiutò l’offerta[5]. Tre ore e mezzo dopo i partigiani di Roccalbegna, comandati da Santi Bindi, entrarono in paese tutti quanti armati, passando davanti all’officina e al tedesco che, agitatissimo, sollecitò il meccanico a ultimare la riparazione. I partigiani organizzarono un corteo al quale partecipò l’intera popolazione, mentre il paese era stato addobbato con drappi bianchi e bandiere nazionali. Giunti alla caserma dei carabinieri ormai abbandonata, i partigiani gettarono dalla finestra le camicie nere che furono bruciate in mezzo alla strada, mentre il capitano Santi Bindi[6] pronunziò un discorso alla folla sottostante, dall’alto del balcone ornato con un grande tricolore. Quell’11 giugno, tuttavia, si festeggiava la conquista della libertà che in realtà non ancora avvenuta e l’euforia e il clima di festa che si era creato, avevano allontanato ogni sospetto di possibile vendetta tedesca, tanto che nessuno si allarmò nemmeno quando in piazza passò una macchina con 3 “che vestivano la divisa tedesca, in buon italiano ci chiesero se fossimo partigiani e se potevano passare, noi ci eravamo messi i moschetti a spalla a canna in giù, avevamo avuto l’ordine di non dar loro noie che loro non ce le avrebbero date, perciò rispondemmo di si[7].
Verso le ore 11.30 la motocicletta era pronta e il militare partì spedito verso la Triana. Nessuno a Roccalbegna sospettò che potesse avvenire il peggio, ma alle 13.30 giunsero in paese almeno 30 tedeschi, compreso il motociclista che il mattino aveva visto i movimenti partigiani e i preparativi per la festa. Come testimoniò Giuseppe Rosini, nato a Castel del Piano nel 1897 e sfollato a Roccalbegna da Grosseto, “il soldato tedesco verso mezzogiorno andò via dirigendosi alla volta della fattoria di Triana e si suppone che sia stato costui che abbia provocato l’eccidio che si verificò in quel giorno, anche perché fra i tedeschi operanti era anche lui[8]. I soldati del III Reich entrarono in paese poco dopo la fine di un Te Deum di ringraziamento, quando i partigiani e gli abitanti di Roccalbegna si apprestavano a raggiungere i locali dell’asilo infantile per mangiare. I tedeschi cominciarono a sparare all’impazzata, poi entrarono nel bar di Niama Galli e fecero uscire tutti all’aperto, catturando complessivamente una quarantina di ostaggi. Essi furono minacciati che, se un solo tedesco fosse stato ucciso, tutti avrebbero pagato con la vita. Una decina di soldati rimase a guardia dei fermati in piazza IV Novembre, uccidendo Imolo Bindi e ferendo Lauretto Lazzerini e Giuseppe Rosini. Fra i sequestrati, il soldato con la motocicletta riconobbe anche il meccanico del paese che fu interrogato sulla presenza dei partigiani a Roccalbegna. Egli rispose che dopo essere passati davanti all’officina, si erano allontanati dal paese[9].

Lapide in ricordo della strage di Roccalbegna.

Lapide in ricordo della strage di Roccalbegna.

Intanto gli altri soldati si diedero a perquisire le abitazioni e a inseguire gli uomini che scappavano in tutte le direzioni nelle campagne circostanti. In località Prato Fonte Nuova fu ucciso Roberto Bizzarri; presso Sasso Pinzuto venne assassinato Ariberto Margiacchi, la cui salma fu portata presso la sua abitazione da alcuni concittadini; in un canneto in località Anguillara vennero fucilati Pio Pieroni e Santi Lazzarini, mentre fu ferito il partigiano Livio Polemi [10] che morì il giorno 12 nella propria casa[11].
Altre persone furono colpite dal piombo tedesco e si aggiunsero al numero dei feriti: Nello Chiarotti, Rinaldo Bizzarri, Maria Bindi, il primo centrato ad una gamba in prossimità del municipio al rientro dal lavoro nei campi e gli altri raggiunti da proiettili mentre si trovavano nelle proprie abitazioni.
Così, fra le 13.30 e le 14.10, vennero assassinati 6 civili e 5 furono i feriti in quella che è considerata una tipica strage della ritirata, compiuta probabilmente da soldati appartenuti allo “Sperrgruppe Hoffmann”, “una unità raccogliticcia composta da uomini della 16^ Divisione Panzergre SS, del 42° Reggimento di montagna e della 162^ Divisione Turcomanna[12]. Tre giorni dopo, il 14 giugno 1944, gli americani della Task Force Ramey liberarono Roccalbegna, ma conquistarono la Triana il 16, per la resistenza di soldati tedeschi delle SS che poi furono fatti prigionieri. Intanto il giorno 15 era stato liberato il paese di Samprugnano, all’epoca frazione di Roccalbegna, dove aveva operato un piccolo raggruppamento partigiano comandanto dal carabiniere Saverio Tuccillo. Anche a Samprugnano il passaggio del fronte coincise con violenze sui civili: i tedeschi mitragliarono mortalmente Azelio Papini e tolsero la vita a colpi di baionetta a Mario Zannoni. Dopo la Liberazione il questore di Grosseto Cosmo Minervini, che diresse le indagini sulla strage su richiesta del CPLN, escluse ogni responsabilità del meccanico, perché fu sequestrato come tutti gli altri. Tuttavia sul suo conto circolarono voci che, al contrario, insistevano sul suo coinvolgimento in quella drammatica vicenda. Il questore escluse altresì la colpevolezza degli altri fascisti repubblicani presenti in paese e anche di un certo Bottinelli, milite della GNR, in servizio ad Arcidosso, che non fu visto da nessuno nel giorno della strage. Secondo le testimonianze rilasciate ai carabinieri da alcuni cittadini di Roccalbegna[13], un milite della GNR di Arcidosso, G. Battista Corsini, fu visto con un cane lupo al guinzaglio ritornare con i tedeschi dall’Anguillara, località in cui furono eseguite alcune fucilazioni, e poco dopo accompagnare le SS alla caserma dei carabinieri, che fu data alle fiamme.
La strage di Roccalbegna ci impone alcune riflessioni: perché la festa in paese non fu rimandata dal momento che i tedeschi erano nelle immediate vicinanze, a soli 4 chilometri di distanza? Non vi fu un’eccessiva leggerezza nell’organizzarla giacché alcuni soldati germanici erano stati testimoni dei preparativi e dell’ingresso dei partigiani in paese? Perché nessuno pensò a controllare la rotabile Roccalbegna-Triana e a predisporre dei turni di guardia? I combattenti alla macchia sottovalutarono il pericolo e la crudeltà degli avversari, peraltro frustrati dalla ritirata e timorosi di imboscate partigiane? Ciò che emerge da varie testimonianze è tuttavia la certezza che i germanici furono guidati da qualche milite fascista; peraltro non si spiegherebbe come mai, durante quell’infernale caccia all’uomo, le SS gridassero ad alta voce i nomi dei partigiani che stavano braccando. Qualcuno certamente li avrà loro suggeriti.
Le vittime della strage furono: Imolo Bindi fu Luigi, nato il 26 febbraio del 1913; Roberto Bizzarri fu Rinaldo, nato il 1° gennaio del 1922; Santi Lazzerini fu Fabio, nato il 6 marzo del 1921; Ariberto Margiacchi fu Mosé, nato il 23 giugno 1905; Pio Pierini fu Pellegrino, nato il 30 marzo del 1879; Livio Polemi fu Pietro, nato il 7 luglio del 1924[14]. Nel 1947 tutti i caduti furono riconosciuti dalla Commissione Regionale Toscana per i riconoscimenti partigiani come Caduti Civili della lotta di Liberazione.
I feriti furono: Giuseppe Rosini fu Martino, nato il 27 dicembre del 1897; Nello Chiarotti fu Francesco, nato il 17 dicembre del 1878; Rinaldo Bizzarri fu Domenico, nato il 15 febbraio del 1896; Maria Bindi fu Giovanni, nata il 24 giugno del 1890; Lauretto Lazzerini fu Gustavo, nato il 1° aprile del 1906.


Una testimonianza sulla strage di Roccalbegna di Violetta Zamperini[15]

Mi chiamo Violetta Zamperini, sono nata a Casteldelpiano il 30/11/1960, abito a Roccalbegna in provincia di Grosseto, volevo portarla a conoscenza di un fatto che fin da piccola mia madre mi ha raccontato, la mia mamma si chiama Giulia Pandolfi ed e’ nata a Roccalbegna il 26 aprile del 1924. Questo e’ il suo racconto, che io ascolto fin da quando ero bambina: ” Era 1’11 giugno del 1944, a Roccalbegna quel giorno non faceva molto caldo, il tempo era incerto “piovigginava” , quel giorno era un giorno importante, sarebbero arrivati i ragazzi che erano alla macchia, si! era finita finalmente! Gli americani erano vicinissimi si sentiva dire … E quindi si era pensato ad un pranzo per i ragazzi che tornavano. lo ero vicino alle scale di chiesa, con una mano tenevo l’ombrello con l’altra un tovagliolo legato con dentro della farina, devo dire la verita’, quando la mattina avevo visto salire dalla strada di Bartarello un po’ di ragazzi, alcuni con i fucili sulla spalla avevo pensato, certo non e’ proprio come mi immaginavo … si pensava ad un esercito di gente nuova, gente di colore, la fantasia galoppa! Eravamo gia’ stati in chiesa, poi alla caserma dove Santi Bindi (il capo dei ragazzi partigiani) aveva parlato, le ragazze gli avevano lanciato dei fiori. Ero vicino alla chiesa quando sento urlare : i tedeschi, e vedo saltare da un muro Armando, un muro alto dei metri… ha in mano una pila di piatti che volano in aria … , i tedeschi non c’erano piu’ in paese da giorni! Imolo quel giorno e’ agitato, vuole andare a vedere questo rientro, e’ un maestro di musica insegna ai bambini del paese, i suoi genitori gestiscono l’albergo. E’ strano, lui nella sua vita non ha mai avuto fretta … e’ una persona tranquilla, ma quel giorno ha fretta, vuole andare a vedere, e nonostante gli dicano di mangiare prima di andare in piazza, decide di andare a vedere, arriva al piazzone … ed e’ il primo ad essere colpito dal plotone di tedeschi che arriva inspiegabilmente dal ponte “in assetto di guerra” , i tedeschi cercano gli uomini nelle case e li mettono tutti contro il muraglione del piazzone, fanno capire che se c’e’ uno sparo li uccideranno. La gente scappa e si dirige verso la Porta di Maremma, poi giu’ verso il fiume, e’ vero non bisognerebbe scendere quando si e’ in pericolo, si diventa facili bersagli, ma non si pensa in quei momenti, in quei momenti si scappa. Ariberto si nasconde in una grotta, lo stanano con i cani, chiede perche’ ?! Chiede di non essere ucciso … ripete che ha due bambini piccoli (una signora nascosta in un tetto li’ vicino ascolta inorridita!) che non ha fatto niente … non serve, lo uccidono e il suo orologio, colpito, si ferma all’ora della morte: alle 12. Vicino alla grotta verra’ piantato un oleando, c’e’ ancora! Piu’ avanti lungo il fiume prendono Santi. Santi ha l’esonero in tasca, la mattina voleva andare a piantare le patate, ma la Zia Agostina gli ha detto di restare in paese, perche’ : ” arriveranno tante persone non e’ giorno da andare in campagna … “, la zia Agostina non ridera’ piu’! L’ammazzano, ma infieriscono anche sul corpo, forse il nome … lo stesso del capo dei ragazzi partigiani! Muore in un cannetto, c’e’ una lapide che ci faceva” stolzare ” da piccoli quando giocavamo la’ intorno. Poi Roberto, ha corso tanto… ora e’ in mezzo ad un campo di grano, forse si sente al sicuro, gli dicono di stare giu’ ….. , lo colpiscono in piena fronte, un cecchino in alto …. , rotola nel grano disegnando un cerchio lo stesso cerchio che avrebbe disegnato ballando la sera .. ‘ .. cosi’ aveva detto a Vera la mattina nel salutarla alla finestra …Livio e’ colpito, e’ il piu’ giovane, 19 anni lo portano in una casa, durante la notte si lamenta … sta male, ma ripete “non mi fate morire, non mi fate morire ora che e’ finita ….. stanno arrivando gli americani … , non li vedra’… Li portano al cimitero con un camion, dietro le bare nessuno … gli aerei americani bombardano tutto …. La mia mamma li vede passare, e’ al Campino, non e’ giusto pensa! Ha 20 … e’ una ragazza coraggiosa Giulia … li accompagna”.

Franco Dominici

 

 

NOTE

[1] Relazione del Distaccamento partigiano di Roccalbegna, Formazione “Alta maremma” del 7 maggio 1948.

[2] R. Absalom, P. Crucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945, cit., dichiarazioni rilasciate il 12 novembre del 1944 da Alessandro Denci e Rosilde Cortecci al Maresciallo d’Alloggio comandante la stazione di Roccalbegna Angelo Marasco. Fra i militi fascisti era presente anche Ciaramella, detto “il Rosso”, arrestato il 12 maggio del 1945 dai CC di Orbetello, dopo il suo rientro da Milano. Il Capitano comandante la Compagnia di Orbetello, G. Candura, scrisse ai carabinieri di Manciano e Roccalbegna per avere informazioni sui delitti compiuti dal soggetto fermato. Per Roccalbegna si richiedeva la veridicità dell’accusa di aver ferito, con una scarica di mitra, ben 5 donne. Si veda AISGREC (Archivio Istituto Storico grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea), CLN Manciano, b. 3, f. 57.

[3] Secondo la relazione partigiana fu gravemente ferito il sottotenente Meozzi, che era al Comando del plotone della GNR. Si veda al riguardo la Relazione del Distaccamento di Roccalbegna della Formazione “Alta Maremma”.

[4] R. Absalom, P. Crucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945, cit., dichiarazione rilasciata da Lauretto Lazzerini il 12 novembre del 1944 al Maresciallo dei CC Angelo Marasco.

[5] AISGREC, b. 27, f. Eccidio di Roccalbegna, Relazione del questore Cosmo Minervini al CPLN del 5 marzo 1945.

[6] Poi eletto sindaco subito dopo la Liberazione dal CLN locale.

[7] F. Pastorelli, 11 giugno 1944, assassini a Roccalbegna. Il ricordo di un testimone, in Amiata. Storia e Territorio, luglio 2011. Franco Pastorelli ha raccolto e pubblicato la testimonianza del padre Fosco, partigiano presente a Roccalbegna il giorno della strage.

[8] R. Absalom, P. Crucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945, cit., Dichiarazione rilasciata da Giuseppe Rosini il 12 novembre del 1944 al Maresciallo dei CC Angelo Marasco.

[9] AISGREC, b. 27, f. Eccidio di Roccalbegna, lettera del questore Cosmo Minervini, cit..

[10] Polemi era un collaboratore della formazione partigiana, ma non fu riconosciuto come partigiano combattente ma solo come caduto civile per la lotta partigiana.

[11] R. Absalom, P. Crucci, A. Franceschini, J. Lambertz, F. Nudi, S. Slaviero (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-1945, cit., dichiarazioni rilasciate da Apollonia Salone, Rinaldo Bizzarri, Bice Bizzarri, Maria Pandolfi, Ada Bindi e Alfea Pierini al Maresciallo dei CC Angelo Marasco n data 12 novembre del 1944. Si veda anche Comune di Roccalbegna (a cura di Alessandro Giustarini e Andrea Zamperini), Roccalbegna 11 giugno 1944. Un giorno di un tranquillo paese tra la Maremma e l’Amiata, Effigi, Arcidosso 2004, pp. 46-48.

[12] G. Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma 2009, pp. 94-95. Le SS appartenevano alla 16^ Divisione Panzergranadieren “Reichsfuhrer”, una Divisione nata nel 1941 dalla trasformazione in reparto militare della scorta personale di Himmler.

[13] Erano state raccolte 17 dichiarazioni, di cui 15 delle parti lese, e interrogate complessivamente almeno 40 persone.

[14] In una Relazione della Formazione partigiana “Alta Maremma” dei Comuni di Castel del Piano, Roccalbegna, Arcidosso, verosimilmente del 1945, alla data del 10 giugno 1944 è riportata un’azione nelle località Scocchio Lungo e Cancellone, in cui sarebbero stati uccisi vari tedeschi, ma dove avrebbero perso la vita le 6 vittime della strage di Roccalbegna. Tale versione, che come sappiamo non rispondeva a verità, aveva certamente lo scopo di far riconoscere le 6 vittime dell’11 giugno come partigiani, al fine di vedere assegnate ai loro cari le 10.000 lire spettanti per la perdita di un congiunto in azioni di guerra, dal momento che moltissime famiglie si trovavano in condizioni finanziarie pietose, come sostenevano i documenti degli alleati e del CPLN.

Nella Relazione presentata nel 1948 dal comandante partigiano Sante Bindi viene segnalato l’arrivo dei partigiani a Roccalbegna il giorno 11 alle ore 11, poi quello di 45-50 tedeschi alle 13,45. Al loro arrivo i partigiani erano già in procinto di uscire dal paese, per evitare conflitti e ritorsioni contro i civili. Bindi sostiene che “il reparto tedesco dimostrò di conoscere perfettamente la particolare topografia del paese di Roccalbegna ed era a conoscenza di nomi di partigiani facenti parte della formazione, occupava i punti salienti del paese e apriva un fuoco…”.

[15] Ringraziamo Violetta Zamperini per averci donato questa importante testimonianza della strage.