La strage di Maiano Lavacchio

lavagna martiti ischia

La lavagna dei fratelli Matteini con l’ultimo saluto alla mamma è collocata nella stanza del sindaco di Grosseto.

Fu una strage che avenne in prossimità di Magliano in Toscana, nel piccolo borgo di Maiano Lavacchio, il 22 marzo 1944. Qui i fascisti grossetani trucidarono 11 giovani, quasi tutti renitenti alla leva della repubblica sociale, catturati su delazione nei boschi di Monte Bottigli. Quel marzo del 1944 fu un mese di sangue, iniziato con i rastrellamenti in Val di Fiora, con la fucilazione di 5 partigiani a Manciano, e culminato con l’eccidio di Maiano, un vero e proprio atto di barbarie perpetrato nell’ultima primavera della guerra civile in Maremma. Gli 11 giovani sono da sempre ricordati come i “Martiri d’Istia d’Ombrone”, perché 5 di loro erano originari di quella località e anche perché i loro corpi, come vedremo, furono sepolti nel cimitero del paese. Nei mesi della guerra di Liberazione, la loro scelta non fu di combattere nella Resistenza, peraltro attivissima a sud di Grosseto sin dal settembre del 1943, ma quella di darsi pacificamente alla macchia, di nascondersi, di non imbracciare le armi e vivere isolati in due capanni nei forteti di Monte Bottigli. La renitenza era una scelta coraggiosa, ma non certo immune dai rischi, perché le minacce dei bandi di reclutamento del prefetto Alceo Ercolani parlavano chiaro: promettevano la morte per fucilazione ai codardi e traditori della patria, l’arresto, il sequestro o la distruzione dei beni per coloro che sostenevano “imboscati” e ribelli. Il tragico epilogo di questa storia ne fu la conferma. Il rastrellamento di Monte Bottigli fu ordinato dal Capo della provincia Ercolani, organizzato in accordo al Federale del Partito fascista repubblicano di Grosseto Silio Monti e al vice questore Liberali Scotti. Per indagare sui renitenti nella zona di Magliano in Toscana fu inviato l’agente di PS Lucio Raciti, originario di Catania. Costui era dunque un poliziotto fascista e una spia, che aveva già operato alle pendici dell’Amiata, fra Castell’Azzara, S. Fiora e Roccalbegna, agli ordini di Liberali Scotti. In un documento inviato da quest’ultimo ad Alceo Ercolani, si legge: “Dalle investigazioni eseguite da questa Questura abbiamo appurato che: delle bande armate circolano nella zona che va da Selvena a nord di La Selva nei pressi del Convento dei Frati. L’agente Raciti Lucio si è inoltrato in quella zona sotto la veste di portaordini della banda armata Giuseppe Garibaldi la quale opera in Romagna, e precisamente negli Appennini. A Petricci infatti, l’Agente sopra detto, si è presentato a un gruppo di armati i quali gli hanno riferito che le bande avevano operato allo sblocco di tutte le radio ed alla requisizione dei mezzi  che si trovano nel luogo non esclusa quella del medico condotto di Samprugnano. Risulta che i Carabinieri di quest’ultimo paese, data la maggioranza degli avversari sono in condizioni di non poter operare per tutelare l’ordine pubblico e la tranquillità della popolazione, la quale risulta essere simpatizzante per i ribelli e minaccia il Brigadiere comandante la stazione, di non costringere i giovani del paese presentarsi alle armi sotto pena di denunzia alla banda. A Petricci, l’Agente s’incontra con l’ebrea nominata Iolanda la quale avendo dei nipoti alla macchia, invia a mezzo del Raciti una lettera per sapere le notizie della sorella e degli altri familiari scappati alla macchia; la lettera è in possesso di questa Questura. […]”[1]La mattina del 19 marzo Lucio Raciti giunse al podere Ariosti, a Maiano Lavacchio, si spacciò per un reduce dal fronte russo ricercato dai fascisti, riuscì a conquistare la fiducia di alcuni abitanti del luogo e a carpire importanti informazioni sulla localizzazione delle capanne dei Martiri-dIstia-Vittimerenitenti e sul loro numero. Il delatore passò la notte nella medesima stanza del podere con Mario Becucci, l’antifascista che era arrivato a Maiano per unirsi ai renitenti e che sarà una delle vittime del massacro. La mattina, dopo aver fatto intendere che si sarebbe nascosto anche lui nei boschi di Monte Bottigli, la spia lasciò gli altri asserendo che si sarebbe recato a Roselle a recuperare un fucile e generi alimentari. In realtà si diresse dai superiori a rivelare le informazioni di cui era venuto in possesso.
Il rastrellamento nazifascista iniziò nella notte fra il 21 e il 22 marzo e vide in azione oltre 140 uomini appartenuti alla Guardia nazionale repubblicana, alla polizia, ai carabinieri, a un reparto tedesco della Feldgendarmerie e alla squadra d’azione “Ettore Muti”, agli ordini del famigerato capitano De Anna. Questi comandava gli uomini in unione al commissario prefettizio di Grosseto Inigo Pucci, a Silio Monti, al tenente della Gnr Vittorio Ciabatti, al commissario di PS Sebastiano Scalone (poi ucciso dai partigiani di Roccastrada) e al sottotenente tedesco Muller. Giunti nella zona di Monte Bottigli, una parte dei militari circondò i poderi per evitare che qualcuno potesse avvertire i ricercati. Qui i fascisti commisero violenze e ruberie di ogni tipo. La restante parte dei repubblichini, guidati da De Anna, raggiunse, alle 6 del mattino, le capanne dei 12 giovani, che furono sorpresi nel sonno e tutti immediatamente arrestati. I rifugi vennero distrutti e i prigionieri incolonnati per raggiungere Maiano Lavacchio. Fu allora che il disertore austriaco, Gunter Frichugsdorff, conosciuto come “Gino”, che aveva intuito quale sarebbe stato il suo destino, tentò una fuga nei boschi che andò a buon fine, malgrado fosse stato fatto segno a fucilate. Gli altri catturati furono condotti al podere dell’Andrei, a Maiano Lavacchio, che all’epoca era al contempo Bar, Appalto e scuola elementare. Dopo una sorta di processo farsa, al quale assistettero i parenti di alcuni prigionieri, De Anna, il delatore Raciti, Ciabatti e altri decretarono la condanna a morte, che fu immediatamente eseguita dal plotone di esecuzione formato da una dodicina di militi. I prigionieri vennero fucilati dietro la casa, a ridosso di una siepe, nel luogo in cui la famiglia Matteini fece poi erigere una chiesina a ricordo della strage. I corpi delle 11 vittime furono caricati su 5 carri (uno di questi di proprietà di Arturo Vichi[2]) e condotti a Istia d’Ombrone, dove il parroco Don Omero Matteini si oppose agli ordini fascisti che prevedevano la sepoltura in una fossa comune. Il sacerdote espresse tutta la propria indignazione verso gli assassini dicendo loro: “Voi occupatevi dei vivi, dei morti me ne occupo io”[3]. Così, dopo una semplice cerimonia, che si svolse sotto il rigido controllo nazifascista, le vittime trovarono degna sepoltura nel cimitero di Istia d’Ombrone. A Liberazione avvenuta “il CLN di Istia raccolse fondi per la costruzione di una cappella monumentale, destinata alla sepoltura definitiva dei martiri. Furono raccolte complessivamente 140.000 £, non sufficienti per portare a compimento l’opera; i fondi furono impiegati per la sistemazione definitiva delle salme nei loro luoghi d’origine”[4].
La strage dei Martiri d’Istia, eseguita esclusivamente dai fascisti grossetani, fu un evento di una crudeltà disumana, che avvenne alla presenza dei parenti di alcune delle vittime. Per questo, e per il numero dei morti, l’episodio di Maiano Lavacchio rimane, dopo la strage degli 83 minatori di Niccioleta-Castelnuovo Val di Cecina, il fatto di sangue che ha avuto maggiore rilevanza durante le guerra di Liberazione della provincia di Grosseto. Come ha affermato Marco Grilli, “il passare del tempo non ha tolto a Maiano Lavacchio l’identità di luogo della strage, l’ha anzi approfondita e resa quasi esclusiva, con la costruzione di un monumento e di una cappella, dove ogni 22 marzo una solenne cerimonia religiosa con la partecipazione del vescovo della curia di appartenenza della zona precede il rito civile”[5].

I MARTIRI D’ISTIA SONO: MARIO BECUCCI (cl. 1906), ANTONIO BRANCATI (cl. 1920), RINO CIATTINI (cl. 1924), ALFIERO GRAZI (cl. 1925), ALCIDE MIGNARRI (1924), CORRADO MATTEINI (cl. 1920), EMANUELE MATTEINI (cl. 1923), ATTILIO SFORZI (cl. 1925), ALFONSO PASSANNANTI (1922), SILVANO GUIDONI (cl. 1924), ALVARO MUNICCI (cl. 1924).

Franco Dominici

Note
[1] Archivio di Stato di GR, Fondo Prefettura, busta 772, Prefettura di Grosseto, Questura di Paganico, vicequestore Liberali Scotti a S.E. il Capo della Provincia, alla Federazione Fascista Repubblicana, lettera del Al Comando 98 Legione GNR, Al Comandante Squadre di Azione Ettore Muti.
[2] Testimonianza del grossetano Roberto Burroni, nipote di Arturo Vichi.
[3] Barontini, Bucci, A Monte Bottigli contro la guerra, ANPI Grosseto, 1995 pag. 23.
[4] M. Grilli, Per noi il tempo s’è fermato all’alba, Effigi, 2014, pp.91-92. La presente ricostruzione della storia dei Martiri d’Istia si basa prevalentemente sul citato libro di Marco Grilli.
[5] Idem, pag. 93.