Il Cugino d’America

Ferruccio "Freddy" Rossi con il fratello minore Enrico

Ferruccio “Freddy” Rossi con il fratello minore Enrico

Agosto 1958. Vacanze a Manciano
Ad un tavolo, all’angolo, nella locanda di Marietta Lombardelli, sedeva un uomo dall’evidente accento americano. Al nostro ingresso si alzava di scatto e aprendo un ampio sorriso, sollevava la mano agitandola in segno di saluto. Marietta, giustificando tanta affezione nei confronti dell’ ”Età fiorita” che spargevamo attorno spiega che quello era il “Cugino d’America”. Era venuto a Manciano per conoscere la famiglia di origine della madre. Il suo nome, Ferruccio Freddy Rossi. La madre Quinta era una delle cinque sorelle Fabrizzi, donne tutte di grande qualità. Per caso ebbi modo di sentir parlare più approfonditamente dell’“Americano”. Il mio quasi-fidanzato era nipote di Bruna Fabrizzi, una delle zie di Freddy. Il racconto che ascoltai fu intenso, configurato dalle foto che il mio quasi-ragazzo mi lasciava osservare fuori da una scatola di latta sbiadita consegnatagli dalla nonna affinché divenissi partecipe della storia variegata della sua famiglia. Si ergeva dal racconto d’immagini e da due lettere, la figura del cognato Angelo Rossi di Pitigliano, padre di Freddy. Emigrante per libera scelta fuori del fuggiasco per fame che la storiografia mi aveva sempre rimandato. Era Angelo Rossi un emigrante che, come tanti altri, aveva il dono della dignità e del coraggio. Economicamente affermato nel suo paese Pitigliano, come piccolo imprenditore edile, aveva spinto il suo sguardo verso l’America perché insofferente ad una dimensione politica che aveva tradito le sue aspettative e faceva temere per il futuro, fornito di spirito di avventura e sacrificio. Intelligente e dinamico, Angelo coinvolse in questa scelta la giovane moglie Quinta, la più giovane, la più bella delle sorelle. Si erano spostai a Manciano il 16 ottobre 1920. Lei non aveva compiuti ancora 22 anni, lui ne aveva 25.
L’America
Nel porto di Napoli fu la nave San Giovanni ad accoglierli il 3 marzo 1921. Il 4 marzo erano a Messina. La sosta per lasciare entrare nel ventre della San Giovanni, centinaia di altri migranti che si aggiunsero alle decine di pitigianesi e soranesi. Come si evince dalla consultazione dei documenti di sbarco, accoglienza e osservazione di Hellys Island. Era il 22 marzo. Sull’isola davanti a New York furono trattenuti fino al 1 aprile 1921. L’America era allora per me, quella provincia dolce, quel mondo di pace, quel perduto paradiso…cosi scrive Francesco Guccini narrando l’avventura dello zio Herico. Nonostante questa immagine dell’America libera, fonte di facile guadagno senza vizi, facesse presa sui nostri paesani, chi andava oltre oceano e portava la famiglia doveva avere punti di riferimento certi paesani stabilmente inseriti. E cosi fu per i genitori del cugino d’America che, già alla partenza, fu cullato nel grembo materno dallo sciabordare della nave che solcava l’immensità dell’oceano. L’integrazione nella nuova società non fu difficile. La comunità italo-pitiglianese-americana li accolse. Per loro una prima abitazione al numero 230 Sacchetti Strada di Brooklyn, New York. Il lavoro non mancava e la sicurezza economica non tardò a venire. Freddy ebbe un educazione italiana nel costume severo che la nostra società imponeva ai figli e l’istruzione a cui un paese nuovo e ricco dava accesso. Dopo il completamento degli studi, un lavoro importante. Ma il collegamento con la realtà culturale economica sociopolitica del paese in cui Freddy era nato non aveva fatto dimenticare Manciano. E a coltivare questo sentimento fu condotto Enrico, il fratello nato nel 1927.

A Manciano

Dunque Ferruccio Freddy Rossi era arrivato nel paese degli avi per soggiornare in una lunga vacanza. Abitava molto vicino a noi. Era addetto al Consolato americano a Roma dopo aver soggiornato a Napoli con lo stesso incarico. A Manciano accettò l’ospitalità dei parenti del padre, ma per il protrarsi della vacanza era approdato alla locanda. Lì a tarda sera, s’incontrava con i giovani parenti e con i nuovi amici. Si inserirono nel “Cerchio Magico” Floris e un Cirilli reduci dalla prigionia degli States. Freddy stava celebrando la gioia del ritorno in un rapporto insospettato nella sua intensità. Amava teneramente il cugino Natale Capitanini, figlio della zia Bruna. Talvolta “L’americano” con il bicchiere sollevato restava immobile in silenzio. Gli occhi velati di lacrime. Natale, nel colore corvino dei capelli lisci, nella pelle ambrata, nei lineamenti delicati del viso, gli ricordava la bellezza di Quinta, sua madre. Nella cerchia di amici e parenti era entrata con Freddy una presenza prepotente, un drink inesplorato nel nostro paese: il whisky. Il cugino, una sera, finite le scorte di quell’elisir, decise di partire con due “Volontari” e raggiungere Roma dove, convinto il custode ad aprire l’accesso a un magazzino del Consolato statunitense si fece consegnare due casse di quella bevanda, sconosciuta in Italia o solo a Mancinao? Questo l’aspetto ludico del cugino d’America, questa la gioia di ritrovare vive, vibranti le radici. Un linguaggio familiare materno che riproponeva vocaboli dialettali manicaianesi mai dimenticati. Una sera di fine estate Freddy era stranamente sobrio. La sua voce velata di malinconia. Un passato che ancora vibrava nella sua carne, spingeva ad essere narrato per stringere più saldi i legami con i cugini italiani.

Lo sbarco in Normandia

Ero uno di quei ragazzi, quando con cinquemila navi e più di duecentomila uomini a bordo (marinai soldati Marines) la più gigantesca “Armada” che il mondo avesse mai visto, cominciai a muovermi con la Seconda Divisione davanti alle spiagge della Normandia. Su quella di Omaha alle 6:30 preceduti da un massiccio bombardamento navale, qualche migliaio di noi, la prima ondata dell’invasione, scese sguazzando sulle spiagge. Era il 6 giugno 1944. Non vi racconto una “Military Story” una storia di altri- ribadì con la voce rotta Freddy.
È una storia di uomini, gli uomini delle potenze alleate, i nemici, uomini da abbattere, i civili travolti nel caos sanguinoso del D-Day. Io c’ero quel giorno. Un pensiero, una scintilla attraversò la mia mente: Dio come’è vicina l’Italia! Aiutaci-Aiutali
!

Meraviglioso incontro con il cugino d’America

Ora, nella piena maturità e consapevolezza di una vita vissuta intensamente, io e quello che allora era il mio quasi-fidanzato, sentiamo il cugino americano configurarsi come l’immagine del Figlio Giusto; il Giusto Erede. Egli aveva riconosciuto il debito simbolico con la terra dei suoi avi. Decisa era stata la valutazione del debito con la madre e il padre che gli avevano insegnato i valori di questa nostra terra. Gli era stato chiaro che l’eredità non è l’acquisizione passiva di rendite, di beni, di geni. Per posseder davvero quello che i padri hanno lasciato devi riconquistartelo. È questo il movimento più autentico dell’ereditare. Freddy, aveva messo in gioco la sua stessa vita cosciente del dono da render.

Stella Morucci