I Noccioli del problema

lago vicoTre regioni, un unico territorio legato dal tufo. Umbria, Lazio e Toscana si intersecano in un cuneo geografico che però va considerato non come un punto di confine, bensì come un’area di incontro. Così come in tempi remoti tutti i popoli della dodecapoli etrusca si incontravano al fanum Volthumnae, nascosto da qualche parte nelle colline che circondano il lago di Bolsena per celebrare i loro misteri più profondi, ancora adesso anime autoctone e spiriti erranti hanno scelto di vivere in questa zona, creando centinaia di piccole realtà sostenibili. Sono nati agriturismi, fattorie e aziende di ogni genere. Chi produce il vino, l’olio, il miele, gli ortaggi, chi gli oli essenziali, chi semina il grano e qualunque prodotto sano e virtuoso sia legato ai terreni tufacei. Sono nati gruppi d’acquisto, mercati biologici, c’è sempre più cooperazione e consapevolezza.  Dall’altopiano dell’Alfina al Paglia, dall’Amiata al Fiora, dal lago di Bolsena al mare. Che si parli di geotermia, di discariche, di inceneritori, di impianti di compostaggio, di tacchinifici o di mono coltivazioni intensive si ritorna sempre allo stesso assioma: il guadagno di pochi (pochissimi) a spese di tutti. Stavolta si tratta delle nocciole, uno dei prodotti agricoli  che attualmente riscontra  più richiesta di mercato. Di per se la nocciola non sarebbe  più impattante di altre mono colture, anzi  potrebbe essere addirittura un prodotto virtuoso, se coltivato in maniera biologica. Ma quando una sola coltivazione raggiunge estensioni  spropositate  e laddove sono le multinazionali a dettare le regole allora le cose cambiano. I grandi noccioleti intensivi comportano molteplici trattamenti annuali e un uso esagerato di glifosato, di fertilizzanti e di antiparassitari. Le regioni così come le amministrazioni locali anziché  incentivare gli imprenditori locali a coltivare le nocciole, favorendo ad esempio tanti piccoli noccioleti sparsi sul territorio, hanno scelto  di assistere passivamente agli eventi. Hanno appoggiato i patti  stretti tra una multinazionale  con degli imprenditori non legati al territorio, incuranti dell’ambiente, dell’aspetto occupazionale o dell’impatto che un progetto così estremo può avere sul turismo. L’immobilismo politico delle regioni e dei comuni  e la loro noccioletotale incapacità negli anni di rilanciare l’agricoltura  ha progressivamente  portato i contadini ad abbandonare le campagne e a vendere a questi investitori della nocciola i terreni di famiglia al minimo prezzo.  Dopo l’appello della regista Alice Rohrwacher sulle pagine di Repubblica la questione nocciola è uscita allo scoperto e  in zona tante persone consapevoli si stanno unendo in un fronte comune per contrastare il problema. Lo stato in cui attualmente versa il lago di Vico, sui monti Cimini, deve far riflettere su quello che ci aspetta qualora dovesse attuarsi in toto l’accordo siglato nel 2015 tra i presidenti delle regioni Lazio, Umbria e Toscana e la Ferrero.  L’intesa prevede di impiantare entro il 2020 migliaia di ettari di noccioli, milioni di piante che cambierebbero completamente l’aspetto paesaggistico del territorio dell’Alto Lazio, dell’Orvietano e della Maremma. Il lago di Vico attualmente è atrofizzato, pieno di Alghe Rosse, le famigerate Planthotrix rubescens, causate dai trattamenti chimici effettuati sui noccioli, che poi finiscono nel terreno e le piogge trasportano fino al lago e alle falde acquifere. Sembra comico da dire, ma quelle acque approvvigionano la rete idrica dei paesi limitrofi. La stessa sorte con molta probabilità toccherà anche al lago di Bolsena, una riserva idrica di proporzioni enormi. Eh si, il bacino idrogeologico del lago di Bolsena è rappresentato da un’area molto più vasta dello specchio lacustre, e i migliaia di ettari di noccioleti previsti sulle colline sovrastanti potrebbero rendere l’acqua delle falde non potabili con il conseguente avvelenamento della popolazione. E’ già evidente a tutti che la nocciola non crea alcuna occupazione, in quanto centinaia di ettari possono essere gestiti da un solo operatore, armato di fresa e di botte per effettuare i trattamenti chimici. Così come è evidente che siglare degli accordi con una multinazionale è un po’ come firmare un patto col diavolo. Assistiamo ogni giorno all’instabilità negli andamenti dei mercati e all’insicurezza che vi regna. Costantemente nuovi paesi, spesso più competitivi dell’Italia stanno investendo sulla nocciola: Australia, Corea, Olanda, Argentina e la Cina, senza contare la Turchia, che già adesso produce ingenti quantità di prodotto. Quando il mercato sarà saturo, oppure quando le borse subiranno una flessione, gli accordi potrebbero cadere  e gli agricoltori per non tenersi le nocciole nei magazzini a quel punto dovrebbero sottostare alle regole della multinazionale. L’elemento che unisce e nutre tutte le forme viventi è l’acqua, fondamentale per l’equilibrio di un ecosistema, ma evidentemente chi concede i permessi per mono coltivazioni intensive sopra alcune tra le riserve idriche più importanti del centro Italia  non sembra appartenere a questo mondo.
Bisogna resistere a questi progetti catastrofici che si stanno  attuando  con l’assenso delle regioni e con la più totale apatia da parte delle amministrazioni locali. Bisogna resistere e tutelare il nostro territorio, perché è l’unico che abbiamo e non ci sarà una seconda opportunità.

 

 

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