Ercole Gervasi, storia di un antifascista

Ercole Gervasi nacque a Pitigliano il 17 luglio del 1886 da Michele e Rosa Dainelli. Il padre era noto alle forze dell’ordine e segnalato come sovversivo, in quanto aveva aderito dapprima al movimento repubblicano, poi, a partire dall’ultimo decennio del Novecento, a quello socialista. Le scelte paterne e le pessime condizioni di vita in cui vivevano le popolazioni maremmane e amiatine agli albori del XX secolo, rafforzarono in Ercole Gervasi la convinzione, l’assoluta necessità di impegnarsi per il riscatto sociale dei più deboli, afflitti dalla fame, dalle pessime condizioni sanitarie e dall’imperante analfabetismo.
All’età di 16 anni, Gervasi si iscrisse al Partito socialista, fondando la locale sezione giovanile, e sempre in giovane età sposò Rosa Franceschi, nonostante la tenace opposizione della famiglia di quest’ultima, contraria al matrimonio con il “sovversivo pericoloso”. Nel 1912, a causa delle precarie condizioni di vita, Gervasi, come molti suoi concittadini, dovette emigrare negli Stati Uniti, dove lavorò come minatore e operaio, senza peraltro mai abbandonare l’attività politica e sindacale e i contatti con gli altri migranti italiani, cooperando alla costituzione di una rete clandestina di solidarietà internazionale in favore dei profughi politici.
Nel 1917 ritornò in Italia: era l’anno della Rivoluzione Bolscevica, dei moti operai nelle città italiane, della disastrosa ritirata di Caporetto e dell’intervento del pontefice Benedetto XV che definì la guerra “inutile strage […] vergogna dell’umanità”. Ercole Gervasi sapeva di andare incontro a una condanna penale, perché non si era presentato alla chiamata alle armi, essendo un convinto pacifista e internazionalista.

Ercole Gervasi

Ercole Gervasi

Graziato in conseguenza della vittoria militare, Gervasi tornò a Pitigliano, dove si dedicò alla lotta politica, fondando una Lega Rossa che presto raggiunse i 500 iscritti. Erano, quelli del dopoguerra, anni di grandi aspettative sociali da parte dei reduci, per la stragrande maggioranza contadini a cui era stata promessa la terra quando erano al fronte. Per questo, ovunque in Maremma, avvennero occupazioni dei latifondi, finite, almeno inizialmente, con il successo degli occupanti. In tale contesto, la Cooperativa fondata da Ercole Gervasi riuscì a ottenere vari appezzamenti di terreno dai proprietari terrieri locali: i Gerini, i Torlonia, i Ciacci, solo per fare i nomi di quelli più noti. Ma i successi iniziali si trasformarono presto in sconfitta, perché i latifondisti aderirono al movimento mussoliniano e finanziarono la nascita dei Fasci di combattimento e delle squadre d’azione che, anche con il sostegno più o meno diretto delle forze dell’ordine e di altri importanti organi dello Stato (magistratura, prefetti), si sbarazzarono con la violenza degli avversari politici. A Pitigliano il fascio venne fondato nell’ottobre del 1921 da Arturo Romboli[1], nativo di Pontassieve e inviato dai gerarchi fiorentini per conquistare il territorio delle Colline del Fiora. Affiancarono Romboli altri noti squadristi, fra cui il soranese Goffredo Pagni, che nel suo Comune aveva costituito “una squadra di animosi” mussoliniani addirittura nel 1919. Le violenze esercitate dalle squadre fasciste, denominate La “ Terribile” e la “Ivo Saletti”, composte da pitiglianesi, soranesi, mancianesi, sbaragliarono gli avversari, provocando il crollo delle amministrazioni socialiste in tutti i comuni della Maremma collinare. A Pitigliano, il sindaco socialista Pietro Bocini fu costretto alle dimissioni con la violenza[2], mentre l’operaio Dante Franceschi perse la vita a causa delle percosse subite. Come era ovvio, le angherie si abbatterono anche su Gervasi, che subì un primo attentato a Genova, mentre stava tentando di imbarcarsi clandestinamente e successivamente una nuova azione criminosa “nella sua stessa abitazione pitiglianese, con modalità così crudeli e sanguinarie da segnare per sempre la psiche della sua primogenita Assuntina, che assistette agli eventi[3]”. Per sfuggire alle violenze, Gervasi si trasferì a Milano e tornò a Pitigliano solo quando la situazione si era ormai “normalizzata”. Naturalmente fu sottoposto a un rigido controllo da parte dei fascisti e dei reali carabinieri e bollato con l’epiteto di “soggetto molto pericoloso”, con arresti, perquisizioni e minacce praticamente continue. E non fu certamente l’unico antifascista pitiglianese soggetto ad abusi e malversazioni: assieme a lui ce ne furono molti altri, alcuni dei quali si trovarono costretti a lasciare per sempre la “Piccola Gerusalemme”. Ricordiamo, fra gli altri, Ascanio Cagnoli, Corinto Marsili, Ottorino Fromboluti, Giovanni Donatelli, Azelio Alessandrini, Adolfo Giuseppe Dinelli, Scandiano Bechini, Ezio Sadun, Virgilio Servi, Felice Benotti, Palmiero Marini, Dante Niccolini, Angelo Agnuzzi, Silvio Rossi, Giuseppe Neri, Bernardino Paoli, un certo Moretti detto “il longo” e Vincenzo Massieri[4].
Dopo il delitto Matteotti e l’instaurazione della dittatura, con la promulgazione delle leggi “fascistissime”, Gervasi venne condannato, il 5 dicembre del 1926, a 3 anni di confine politico da scontare alle isole Tremiti e nei documenti fascisti continuò a essere segnalato come “comunista”, anche se in realtà rimase sempre socialista. Questi “furono anni amarissimi per la sua famiglia, ormai costituita da moglie e 5 figli, che venne privata dell’unico sostentamento economico e che ebbe a soffrire la fame in senso tutt’altro che metaforico[5].
Il confine alle isole Tremiti era particolarmente duro e, a causa di una malattia contratta, Gervasi fu trasferito a quello di Ustica, dove le condizioni di vita erano migliori, ma la considerevole presenza di pericolosi criminali comuni rendeva la prigionia assai rischiosa, come dimostrò l’assassinio di un confinato politico di Viterbo, certo Ceccotti, ucciso da un galeotto. Non vi furono indagini, perché le autorità fasciste archiviarono immediatamente il caso, ritenuto un banale regolamento di conti. Intanto Gervasi fu nuovamente trasferito e questa volta a Ponza, dove conobbe due grandi esponenti del socialismo italiano: Pietro Nenni e Sandro Pertini. Con quest’ultimo, in particolare, nacque un’amicizia destinata ad andare ben al di là del ventennio fascista. Dopo aver scontato la condanna, Gervasi tornò a Pitigliano e continuò la sua attività clandestina, che si sarebbe protratta fino al giugno del 1944, quando il paese fu liberato, per un’iniziativa del tutto autonoma, dai partigiani di Pietro Casciani e da alcuni carabinieri della locale caserma. Alla nascita del Comitato di Liberazione Nazionale pitiglianese, fece seguito l’elezione del sindaco e la scelta cadde su Ercole Gervasi, a suggello di una vita spesa per la causa della libertà e della giustizia sociale[6]. Il 31 marzo 1946, a seguito delle prime elezioni libere che si tennero a Pitigliano, Gervasi fu riconfermato come primo cittadino e avviò la ricostruzione morale e materiale di una cittadina che, non dimentichiamolo, aveva subito un devastante bombardamento alleato, con oltre 80 vittime e una ventina di feriti[7].

Nel 1946, in occasione del Referendum Istituzionale, giunse a Pitigliano Sandro Pertini, ospite per alcuni giorni in casa del vecchio amico Ercole. Fu organizzato un comizio, peraltro affollatissimo, presso il Teatro Salvini, aperto da un discorso semplice di Gervasi. Egli paragonò l’idea socialista al volo delle rondini che emigrano: è un’esperienza dura, una lotta per la sopravvivenza, perché molte muoiono durante il viaggio, ma altre raggiungono la meta. Pertini, quando prese la parola, elogiò la similitudine dell’amico[8]. La presenza di colui che sarebbe divenuto Presidente della Repubblica Italiana, fu veramente un evento a Pitigliano e ricordato come tale negli anni a venire.

Via Ercole Gervasi nella parte nuova di Pitigliano

Via Ercole Gervasi nella parte nuova di Pitigliano

Intanto Gervasi continuò la sua opera di ricostruzione e il suo impegno nella politica fino alla morte, che lo colse improvvisamente il 28 giugno del 1953. Come ha ricordato la nipote Luciana, egli “è ancora oggi ricordato con affetto dalle generazioni più anziane di pitiglianesi, per la sua opera di politico e di amministratore, ma soprattutto per l’umanità dimostrata non solo verso gli amici e i compagni, ma anche verso quegli stessi avversari che lo avevano tanto duramente perseguitato[9]”. Questo “Ercole degli ideali”, alto appena un metro e cinquantasei, che nella vita dovette subire varie “fatiche”, l’emigrazione, la persecuzione politica, le violenze degli squadristi nella propria abitazione e il confine di polizia, era destinato a subire, qualche anno prima di lasciare questo mondo, la peggiore delle prove: la morte prematura del figlio Vezio (Elvezio), poco più che trentenne, a causa di un morso di vipera mentre era impegnato nei lavori di campagna. Era il 1° giugno del 1951.

Franco Dominici

NOTE

[1] Arturo Romboli, segretario del Pnf del Mandamento di Pitigliano, sarà anche amministratore di Sorano e rimarrà in zona fino al 1928-’29. Poi sarà per qualche tempo a Massa Marittima. Nel 1921 fonda il fascio a Pitigliano e rappresenta gli interessi di Cavallari in contrapposizione al colonnello Berliri Zoppi, come si evince da un documento sull’Origine dei fasci in provincia di GR conservato presso l’Archivio di Stato di Grosseto, Questura, busta 501.

[2] Si veda F. Dominici, La stampa clandestina antifascista 1922-1930, Effigi, Arcidosso 2013, pp. 35-47.

[3] Biografia di Pietro Gervasi (6 pp), gentilmente concessa dalla nipote Luciana. Il presente articolo si basa prevalentemente su questa documentazione.

[4] Testimonianza del Maestro Ferrero Pizzinelli, classe 1921, che non finiremo mai di ringraziare per i preziosi contributi.

[5] Testimonianza di Luciana Gervasi, nipote di Ercole.

[6] Aisgrec, busta n. 13, fascicolo Pitigliano.

[7] Archivio Diocesano di Pitigliano, Registro dei morti di Pitigliano XXVII 1934-1968 n. 388 (2), Promemoria di Don Gennaro Fortunati del 7 giugno 1944.

[8] Testimonianza di Ferrero Pizzinelli, classe 1921.

[9] Biografia cit., pag. 6.