Arrivederci Fiora

Mi tocca di scrivere quanto non avrei voluto in un simile frangente. Ma da una parte sono orgoglioso di doverlo fare per la lunga militanza culturale che mi lega a Fiora, per la sublimazione di un collaborare fertile che sfiora i quarant’anni, fondato soprattutto sull’amicizia esperienziale e sull’amore per l’Amiata e per la conoscenza, come via per ovviare al mondo.
Fiora è una donna curiosa, mi sia perdonato il verbo al presente, ma non riesco a collocarla altrimenti, Lei che ha attraversato la nostra terra tracciandola come un vomere e depositando semi da cui scaturiranno fiori e frutti. Lei che si è aggrappata al cuore degli amici, degli studenti, come un’edera salda e intraprendente, capace di conservare segreti e fantasie in controluce.
La “signorina” Bonelli ha di certo avuto un’adolescenza complicata dalla morte prematura della madre; ma nutrita da quel grand’uomo che è stato suo padre, indimenticato Maestro in molte cose e giornalista politically correct.
Dopo, il Liceo Classico a Grosseto e l’Università con pieni voti a Pisa. Qui le doti della “ragazza” Bonelli sono esplose rigogliose, il latino fluiva come acqua fresca in una sorgente di montagna, insieme alla passione per i classici, per Dante, per la letteratura tutta. Molti molti amori immaginifici.
Ma, quasi non fa in tempo a laurearsi, che la Scuola la carpisce subito.
Alla fine degli anni Sessanta le classi straboccavano e mancavano insegnanti. Fiora si ritrova professoressina al Liceo Scientifico del suo paese, con studenti poco più giovani di lei. Cogli l’attimo direi… ha origine la via lattea di quanti se ne innamorano dal proprio banco, incantati dalla severità che corre parallela all’entusiasmo, ai saperi freschi che si proiettano nelle menti accoglienti di quei ragazzi.
Il Liceo cresce con lei, nella direzione di una didattica formativa in cui gli insegnamenti umanistici avrebbero avuto pari dignità alle discipline specifiche.
In tanti si dedicano, in tanti riconoscono quell’energia sorgiva che nel tempo diventa punto di riferimento culturale in un’atmosfera di cambiamento generazionale in cui Fiora conserva e difende i valori paterni legati al socialismo secolarizzato che naturalmente fluiscono nel quotidiano.
Arriva il matrimonio con Franco Ceccarelli e arriva la figlia Simona, e la condivisione dell’interesse per oggetti visuali, per la fotografia d’archivio, per le cartoline, per i santini e altri oggetti di culto. La loro collezione è un piccolo tesoro, un diorama che invade le pubblicazioni del periodo e alza una discussione sul concetto di archivio, memoria, tradizioni.
Di lì a poco eredita la collaborazione familiare per Il Tirreno (il fratello Renzo la segue da qualche anno da Amiata libera informazione su FB) e pian piano diviene referente irrinunciabile per la zona e per i dintorni.
Molte delle sue battaglie, quella dei pastori per i greggi, della buona politica, della scuola, dell’identità, entrano a far parte di una fisionomia antropologica del territorio con una inusitata priorità di incidere sull’animo dei lettori, pur in mezzo alla crisi della carta stampata.
Oggi, Il Tirreno/Amiata è come ammutolito, almeno secondo il registro personale della giornalista professionale che è Fiora, in grado di superare i limiti angusti del territorio per fornire interpretazioni dell’oggi profonde e consone, gravide di futuro e di verità.
L’ho conosciuta a fine anni Ottanta, nell’alveo creativo di Amiata Storia e Territorio, che andrebbe rilanciata o perlomeno “indicizzata”, una rivista di studi sull’area che ancora insiste nonostante rischi di indifferenza e rimozione.
Nel Duemila, ancora insieme, fondammo con altri argonauti, Il Nuovo Corriere dell’Amiata, di cui è stata anima e linfa fino a pochi giorni fa… le pagine immote per rispetto, per onorare il “maestro” in difficoltà. Ha scritto fino a quando le forze glielo hanno permesso, come Molière sul palcoscenico, come il capitano Achab perso nei flutti oceanici.
La sua personale interpretazione del ruolo di giornalista, traghetta il passato verso una nuova etica: l’unica capace di salvare l’informazione della provincia, come voce indispensabile nel dialogo sociale e senza la quale viene meno una condizione necessaria quanto insostituibile.
Il Nuovo Corriere dell’Amiata è Fiora Bonelli, la stessa informazione dei comuni amiatini e non solo ha il suo imprinting.
Figura muliebre e appassionata. Nel cuore Castel del Piano per primo e poi la montagna intera, dei suoi castagni, degli olivi, dei faggi austeri.
Non voglio pensare a quanto perdiamo, che è moltissimo. Voglio pensare al patrimonio che ci consegna nelle innumerevoli presentazioni, nelle pubblicazioni, nelle pagine de Il Tirreno e de Il Nuovo Corriere dell’Amiata, orfano, ma deciso a sottolineare i meriti del “Direttore”, dell’indimenticabile professoressa di Italiano e Latino, della moglie, madre sorella, cognata e nonna, della guerriera pronta all’ultima tenzone. Con la dignità di una coscienza capace di discernere e operare per il bene comune, da brava insegnante.
Passavo spesso, la mattina presto, nella sua casa di peperino e pareti di libri, le donavo doppioni e i volumi di Effigi e parlavamo di questa nostra Amiata, tra un deca e l’altro, tra un bagliore argentino nei suoi occhi intelligenti e una piccola polemica imbastita attraverso una stima reciproca che superava le differenze, per sistemarsi quale osservatorio speciale per il bene del territorio.
Ci resta un messaggio di etica e morale, di responsabilità civica, di scanzonata interpretazione della vita in cui sono troppo coinvolto emotivamente per comprenderne fino in fondo la leggerezza quanto la portata.
Ci vorrà pazienza, prima che la sua presenza nelle nostre vite assuma la posizione che merita, che è in fondo al cuore.
Mi auguro che Emma, la nipotina, faccia in qualche modo tesoro di quanto una nonna così le abbia consegnato per la vita.
Adesso, abbiamo tutti il dovere di non lasciar cadere il ricordo, affinché la sua presenza sia ancora di monito e insegnamento.
Arrivederci Fiora.

Mario Papalini

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