Agricoltura e turismo al tempo del Coronavirus

Come sempre seguiamo molto attentamente le realtà imprenditoriali più interessanti del territorio e non ci poteva certo sfuggire la bravura e la professionalità di Andrea Funghi, giovane imprenditore pitiglianese proprietario dell’azienda agricola Bio Toscana e dell’agriturismo Podere Bello, entrambi situati a due passi da Pitigliano. Avevamo in mente quest’intervista da un po’ di tempo ma i fatti di attualità ci hanno portato a modificarla drasticamente. Un viaggio interessante nel mondo imprenditoriale locale toccando temi relativi all’agricoltura e al turismo in quello che sarà un anno unico per tanti motivi.

Non avrei mai voluto farti questa domanda…settore agricolo e Coronavirus.
Che dire, siamo in una situazione difficile dove alla paura per la nostra salute si somma quella per l’incertezza sul nostro futuro. Senza dubbio l’agricoltura risentirà di questo come tutti gli altri settori anche se io credo un po’ meno proporzionalmente parlando.
In realtà auspico ad un’agricoltura diversa poiché è in fasi storiche come questa che stiamo vivendo in cui possono avvenire i cambiamenti più importanti. La chiusura forzata che c’è verso altri paesi può essere da stimolo per un’offerta differente (ma anche per una domanda). Sicuramente bisognerà stare al passo con i tempi, accrescere in visibilità e stare dietro al mercato.
Io personalmente in questa situazione sto continuando a lavorare. Ho quotidianamente ordini che mi arrivano dall’e-commerce e sto lavorando molto bene, alcune richieste non riesco neanche a soddisfarle. Le persone non escono magari riflettono di più (sorride ndr).

Andrea Funghi Biotoscana

Tu punti molto sulla consapevolezza del consumatore nello scegliere bene quello che acquista, è forse questo il momento di cambiare?
Direi di si. Provo tanta frustrazione quando non riesco a far capire quanto sia importante consumare cibo locale e questo purtroppo è difficile anche in un posto come il nostro dove fino all’altro giorno vi era un’economia prettamente agricola (e in parte ancora lo è).
Il problema vero è che non si riesce a dare un valore al cibo piuttosto che un prezzo. Sembra la stessa cosa ma non lo è. Si da valore al cibo dal momento che si capisce cosa c’è dietro, basarsi solo sul prezzo vuol dire fare una valutazione “solo” economica ed è deleterio. Da noi bisognerebbe capirlo visto che sai cosa c’è dietro le cose, ci vivi, le produci, le respiri ogni giorno.
Mi sembra impossibile andare solo al discount e comprare prodotti scadenti, bisogna fare una riflessione sul privilegio che abbiamo, il locale e il biologico possono fare la differenza soprattutto ora.

Non credi che su questo meccanismo pesi il fattore economico oltre che culturale? O meglio non credi che la gente sia consapevole di quello che dici ma che per motivi economici sia “costretta” a fare determinate scelte?
A mio giudizio noi dobbiamo avere delle regole come consumatori, quando noi facciamo spesa in un certo modo con prodotti locali, noi diamo una mano alla produzione locale e ne dobbiamo essere consapevoli.
Il concetto è: “Con il mio carrello della spesa finanzio il mio territorio”, se valuto solo il prezzo faccio due danni: alla mia salute (ed è la cosa più importante poiché molti si ravvedono solo di fronte al medico) e all’economia locale.
Si cerca sempre di risparmiare ed è anche giusto ma se guardiamo bene non sono le materie prime che portano su il prezzo della spesa. Quindi dico risparmiamo su altro!

Il lato economico influisce anche su voi produttori naturalmente?
Si e qui il discorso è un po’ più complesso perché viviamo all’interno di un sistema criminale che ci ha portato a distruggere la biodiversità privilegiando la produttività e l’industrializzazione. Stiamo parlando di un settore, quello agricolo che ha 10.000 anni di storia (l’industria appena 400). Noi combattiamo contro un obbrobrio che si chiama “libero” mercato che poi libero non è e ha distrutto il nostro patrimonio gastronomico. In virtù di questo facciamo entrare prodotti di altri paesi dove si usano sistemi che in Italia sono vietati e se io importo questi commetto un’ingiustizia, questo non è libero mercato noi abbiamo (giustamente) regole molto più restrittive.
Pensa che avevamo 1000 varietà di grano, negli USA meno di 10 eppure gran parte dei consumi viene dagli USA. I grani che metto io producono 20 quintali a ettaro gli altri 60 e naturalmente tutti mettono quelli più remunerativi.
Per questo dico che preservare il patrimonio che abbiamo, la biodiversità che stanno distruggendo, deve essere una missione, un dovere…ma questo è un concetto che non è chiaro neanche agli agricoltori ed è poi difficile estenderlo al consumatore per creare la cultura alimentare di cui si diceva prima.

Qual è l’auspicio?
La speranza è proprio questa che almeno adesso, dopo quello che stiamo vivendo la gente rifletta di più. L’argomento cibo è legato un po’ troppo alla spettacolarizzazione (chef in tv ecc.) e poco alla cultura alimentare ed è sbagliato a mio modesto parere. Con quello che sta succedendo, nonostante tutto, l’agricoltura ne può uscire rafforzata se lo vorrà. Agricoltura a uso e beneficio della comunità in cui viviamo e non uno sfogo per chi viene dalla città (a volte sembra quasi che si vada a vedere questi agricoltori che lavorano, come se si andasse allo zoo).
Va bene far vedere le nostre aziende e sfruttarle anche a livello turistico, ma cerchiamo di creare una cultura alimentare consapevole prima di tutti in noi addetti ai lavori e poi nei consumatori anche e soprattutto sul territorio.

Hai nominato il turismo. Ti faccio la stessa domanda che ti ho fatto per l’agricoltura: turismo e Coronavirus. A livello turistico l’anno che abbiamo davanti non sarà certo facile è inutile nascondersi. Un anno nel quale cambieranno le impostazioni del turismo per come lo conosciamo. Avremo un turismo italiano (speriamo) se non addirittura locale e non sappiamo con quali modalità. Io credo che come per il settore agricolo chi si è impegnato per ricavarsi una nicchia di mercato risentirà meno della crisi che inevitabilmente ci sarà, ma anche questo dovrà essere da stimolo per migliorarci e costruire qualcosa.

Andrea Funghi Biotoscana 2

Pensi che altri sapranno muoversi meglio di noi e approfitteranno di tutto questo per rilanciarsi o per uscire allo scoperto?
Decisamente. Abbiamo dalla nostra che siamo in Toscana e a livello internazionale rappresentiamo molto di quello che il turista estero si aspetta dall’Italia. Lo abbiamo sfruttato per tanto tempo e continuiamo a farlo, è una sorta di promozione gratuita, ma andare avanti solo con questa presunzione non può bastare. Ci sono tanti posti in Italia con meno potenziale, ma con numeri molto più grandi, quindi alla domanda ti rispondo che non è vero che altri approfitteranno della situazione sfavorevole che si presenterà, questa cosa succede già da anni.

Quindi il Coronavirus accentuerà problemi che già esistevano?
Ecco, credo che il punto sia questo. Guardiamo la nostra realtà, la maggior parte degli operatori non conosce internet e siamo nell’epoca del digitale. Se si parla di marketing, di social, molti cadono dalle nuvole ma è normale sia così considerando che molti operatori turistici hanno 60/70 anni, della serie “Chi me lo fa fare”.
Ci vorrebbero i giovani desiderosi, però per fare questo ci vuole anche un reddito.
Miracoli non credo che si faranno, credo che si ripartirà da dove ci eravamo lasciati, da tutti gli schemi che avevamo prima del virus, speriamo sia sufficiente. Chi ha dimestichezza il suo lo fa e lo farà, bisognerebbe trascinare e aiutare, lasciare che si affidino a qualcuno, portarli dentro un sistema più collaudato.

Ci sono già le basi per costruire qualcosa, indipendentemente dal Coronavirus?
A livello locale qualcosina si sta facendo, mi viene in mente l’Associazione Futuro della quale faccio parte. Avevamo anche avviato un corso per operatori molto interessante poi interrotto. Si sta cercando di creare piano piano una bella collaborazione tra le aziende del territorio. È una sfida poiché tutti lavoriamo ma il collaborare è diverso, vuol dire faccio il mio ma tengo conto anche di quello che fanno gli altri intorno a me. Abbiamo avviato un progetto molto interessante chiamato “Pitigliano Tuscany Experience”, con l’obbiettivo di racchiudere tutte le realtà produttive del territorio convogliandole sotto un marchio comune per un’offerta turistica connessa, mettere tutto insieme in un brand facilmente riconoscibile.
É una sfida ma oggi il mercato premia chi ha assunto un’identità precisa che può essere sia regionale o di un territorio più circoscritto che arrivi alla mente del turista. L’obbiettivo del progetto è proprio questo un’esperienza di 1-2-3-giorni nel nostro territorio. Nessuno è un’isola e abbiamo tutti bisogno uno dell’altro.

Quindi dici di puntare ancora sulla nostra identità?
Penso di si, sul senso di comunità che in questo periodo va tanto di moda.
Bisogna sfruttarlo ora più che mai senza aspettarsi miracoli dall’alto. Dovremo rimboccarci le maniche e andare avanti.
Cerchiamo di capire le direzioni. Sotto questo aspetto con l’associazione sono stati fatti passi interessanti, almeno ci si parla, non è la soluzione a tutto ma la cooperazione ci permette di comprendere alcuni punti deboli ed è sempre un motivo di crescita. Stanno entrando anche strutture di altri comuni, il che è ancora più importante, una sfida più grande ma sicuramente più stimolante. Per concludere se mi passi la citazione “Mi accontenterei di arrivare, non di arrivare per primo”.

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