13 Giugno 1944-Il prezzo della libertà

Gli uomini hanno bisogno di momenti speciali per mostrarci il loro valore. Le donne sono spinte dall’amore, sempre. Così valutava il suo percorso di vita Angiolina Lazzerini Verzichelli. Le mani appena appoggiate alla carrozzina che accoglieva, infermo, il marchese Niccolò Ciacci. Una quiete irreale era palpabile, in quel momento, nel grande raffinato studio al piano nobile del castello Ciacci dove Angiolina svolgeva da qualche tempo il suo compito di infermiera. Quiete apparente, senz’altro, per gli eventi tragici che incombevano sull’ultimo atto della Liberazione del comune di Manciano. A tratti il marchese, con voce stanca, additava i suoi immensi possedimenti, dalla collina alla piana, verdi di pascoli e boschi e confrontava quel cielo azzurrino inondato dal sole, al grigiore della sua vita che si spegneva nella malattia. Confortava la malinconia di quell’uomo l’impeccabile infermiera, piegando su lui le sue tempie dolci, accennate da una curva di capelli ricci che si intravedevano dalla candida cuffia.
Quiete che non apparteneva ai pensieri della donna, che si spingevano oltre la piana verso il mare. Non era azzurro il cielo del suo paese, Orbetello, che vedeva da poco tempo, da quando era scappata con i suoi tre figli: Lea, Lorenzo e Livio. Squarci e sconvolgimenti. Il cielo offuscato di fumo e di polvere densa. Un punto rosso rovente: la bomba che, alle 10 del mattino di quel 28 aprile 1944, si era aperta con lance di fiamme lasciando attorno decine di morti. La loro casa sul porto della laguna mostrava biechi brandelli di mura. Sulle macerie, sulla polvere densa e nera, aveva impresso le sue orme la famigliola in fuga. L’intercessione del principe Corsini, per cui il marito della donna era stato dipendente, aprì le porte del castello dei Ciacci. Troppo breve era il lasso di tempo fra la fuga, l’accoglienza e quei giorni “nuovi” della storia che, dallo strano fermento che agitava il paese di Saturnia, dalle voci ovattate ma vibranti degli abitanti del castello, facevano presagire che qualcosa di “grande” stesse per accadere. Il bagaglio di terrore che Angelina aveva portato nella nuova dimensione di vita e che i suoi stessi figli condividevano, vibrava feroce nel corpo e nell’anima.

  • 12 giugno 1944 si diffonde la notizia: Gli Americani! Sono arrivati gli Americani! Manciano è stata liberata! I tedeschi sono in fuga!
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Livio Verzichelli

13 giugno 1944. La notte era stata insonne per la famigliola che si era raccolta nella saletta antistante la grande scalinata. Si attendeva gli eventi. Le carezze quiete della madre sfioravano il volto e la testa dei suoi figli. Lea, composta nell’abitino nero, segno del lutto per il padre, teneva gli occhi bassi nascosti dalle lunghe ciglia perché non si leggesse il terrore che le attanagliava lo stomaco ad ogni sibilo violento di proiettili, così vicino, così pressante. Il respiro della madre, pur trattenuto, era un affanno che gonfiava e sgonfiava il petto accogliente. Nella notte, che si apriva nello spiraglio della tenda pesante, sembrava penetrare e farsi dolore la puntura delle stelle sulla pelle. Gli occhi profondi di Livio provavano a stare aperti, ma la forza tenera dei suoi giovani anni li chiudeva. Rotolava dentro un sonno breve, interrotto da un tremare improvviso da una supplica…- mamma!-. Quello che stava attorno, quello che sarebbe successo, quello che a lei si chiedeva e che Angiolina non aveva finora potuto evitare ai suoi figli, era racchiuso nelle due sillabe come una implorazione: mam-ma. Sono le prime ore del pomeriggio e le prime jeep americane, seguite da un corteo di paesani festanti, hanno fatto il loro ingresso nella piazza del paese. Accorrono anche le ragazze sulla piazza. Hanno fra le braccia mazzi di fiori che porgono ai liberatori. Lanciano quei soldati verso di loro cioccolate, donano, alle mani che si spingono, sigarette e scatolette. La festa entra nel castello dei marchesi Ciacci. Si sono aperti i cancelli. Il marchese riceve alcuni graduati, offre loro vino e dolci. Le cameriere sono eccitate. Dopo le ferite, Lea sente una leggerezza che aveva dimenticato. Sente di essere quella che era prima delle ferite, delle lacrime. Quando donava libera il suo splendido sorriso. E sorride ai soldati che scendono le scale dopo essersi congedati dal marchese Niccolò Ciacci. Era arrivato il tempo nuovo: non si poteva fermarlo. Gli americani però avevano, dopo quei saluti, lasciato Saturnia. I pochi tedeschi rimasti nella zona, come lupi famelici, accerchiarono il paese, bloccando e assediando i partigiani. La minaccia di una rappresaglia sulla popolazione è incombente. Racconta il dottor Barbati, allora medico condotto del paese: “Vivemmo ore di ansia, tra il crepitio delle mitragliatrici e le cannonate che le retroguardie tedesche tiravano su Saturnia dai primi contrafforti della montagna”. C’è movimento, agitazione all’interno del castello. Sono presenti anche due partigiani con armi e munizioni a difesa degli abitanti. Livio e Lorenzo sono nel piazzale attorno ai magazzini, vicino al forno. Nello stesso tempo i boati dei cannoni americani sono seguiti dai sibili dei proiettili che, dalla postazione del Lago Scuro, si dirigono verso le residue compagini dei tedeschi che si spingono sulle vie della montagna amiatina…
Uno spezzone di proiettile…improvviso insospettato attraversa l’aria, vaga per cedere alla forza di gravità…oltrepassa le mura del castello dei Ciacci. Cieco come la violenza colpisce Livio Verzichelli. Squarcia il suo docile corpo di adolescente. La sorte permette quell’ultimo rigurgito di terrore. Lascia entrare quella lancia infuocata. Avvolge di silenzio le orecchie tappate e gli occhi sgranati dei presenti. Accorre Angiolina con la figlia Lea, richiamata dall’urlo bestiale di Lorenzo. Il loro corpo vuoto lancia un grido muto come il cadere di un sasso in un pozzo. Il sangue inonda l’impalpabile camicia bianca. La notizia di quella morte fu travolta, annebbiata dalla miriade di avvenimenti, racchiusa in un alveo di dolore provato. Non condivisibile. Non narrabile. Solo molto più tardi fu scritto nel Registro dei morti del Comune di Manciano: Livio Verzichelli nato a Orbetello il 14 ottobre 1931. Morto per ferite da schegge di granata. Da oggi sappiamo che da quel 13 giugno 1944 la sua morte ha il fischio di una scheggia nera in volo che continua a raggiungere il bersaglio.

Stella Morucci